Lo spazio sacro delle scrittrici

Recensione di Piera Carroli

Alessio Romano e Ale Di Blasio (a cura di) Una stanza tutta per loro. Cinquantuno donne della letteratura italiana. (Roma: Avagliano Editore, 2018) 

Un libro importante, con ritratti composti di parole e immagini, visi che si nascondono dietro un libro o escono dalla pagina… e dalla stanza. Corpi e menti fiere.

Il libro si apre con uno scritto di Romano, e si chiude con “Il senso di una stanza. Esiste una letteratura femminile italiana con una sua specificità? “, considerazioni sulla scrittura e il genere.

Una stanza tutta per loro scrittrici donne

L’introduzione di Alessio Romano, giustamente intitolata “Il racconto della stanza” (6-10) narra la storia di due intellettuali maschi, uno fotografo, l’altro scrittore. Per anni Romano ha letto e studiato solo grandi autori uomini. Poi legge i classici scritti da autrici donne. Infine, ispirato dal celeberrimo ‘libricino’ A Room of One’s Own (1929) di Virginia Woolf, testo indispensabile per capire l’intricato, arduo e doloroso percorso di chi è donna, cerca l’indipendenza e vuole ‘anche’ scrivere ed essere riconosciuta scrittrice. La ‘stanza’, naturalmente, è una metafora che rappresenta uno spazio fisico, mentale e letterario, indipendente e libero. E che, adesso magari può sembrare superfluo, ma ancora per tante donne non lo è.

Uno dei dictum più famosi è:

 “a woman must have money and a room of her own if she is to write fiction”

“una donna deve avere i soldi e una stanza tutta sua per scrivere romanzi”

L’aveva già capito Sibilla Aleramo a cavallo dei due secoli, a proprie spese, costretta a una scelta drammatica che la seguirà e perseguiterà per tutta la vita.

Una volta letto, il flusso di coscienza che percorre Una stanza tutta per sé continua a riemergere nella mente e nel cuore del lettore, semplici ma non ovvie, ecco quindi che nasce il bisogno di libri come questo, e come tanti altri che parlano di tetti di cristallo ancora oggi, nel 2018.

Alessio Romano pensa ad un progetto inedito incentrato su donne italiane che scrivono, alcune famose, altre no, alcune mature, altre giovanissime. Con l’amico Ale Di Blasio, fotografo, si imbarca in un’avventura che lo porterà a viaggiare per l’Italia e in rete per svolgere un’indagine sui luoghi, sulle abitudini e sui rituali delle donne che scrivono, sulle loro autrici italiane preferite. Le tre più amate sono: Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese – scelte che rispettano la tradizione – come del resto il riferimento a Penelope, a un Omero donna che scriveva, immaginando avventure inaudite per il suo Ulisse.

L'immagine può contenere: 3 persone, tra cui Alessio Romano, persone che sorridono, persone in piedi(nella foto: Alessio Romano, Daniela D’Angelo e Ale Di Blasio).

A questo punto, è d’uopo aprire una breve parentesi sulla questione del genere (ultimo quesito del libro). Chiunque l’abbia scritta, l’Odissea è un’epica decisamente al maschile, che critica la follia di Ulisse ma alla fine la premia. E l’ “instancabile lavoro maieutico” (p.7) delle donne che creano trame e le distruggono incessantemente, non è, a tutt’oggi” riconosciuto né premiato abbastanza. Opportuno l’omaggio finale: lo spazio della grande Ada Merini, un pizzico di follia trasgressiva non guasta.

Importante anche la decisione dei curatori di affidarsi ai suggerimenti di chi intervistavano per aggiungere nuove scrittore al libro, partendo dalla instancabile e storica Dacia Maraini:

Partiti con Dacia Maraini, abbiamo continuamente chiesto suggerimenti alle stesse scrittrici su quali potessero essere le altre autrici di tutt’Italia da coinvolgere nel progetto. Quello che segue, quindi, non vuole essere un campione esaustivo e completo del panorama della letteratura italiana femminile dei nostri giorni, ma il ritratto di un gruppo che è cresciuto spontaneamente ogni volta che un nome ne ha richiamato un altro. Io e Ale abbiamo inseguito un filo invisibile di stima e sostegno, in altre parole: di amicizia (p. 5).

Insomma, un intreccio di immagini e parole che si sviluppa partendo dalle voci delle donne.

Le scrittore intervistate e fotografate sono 51: Dacia Maraini, Licia Troisi, Lidia Ravera, Rosella Pastorino, Marilù Oliva, Flavia Piccinni, Sandra Petrignani….

La tecnica di lasciar parlare da sé le scrittore, in prima persona, consente alle donne di scegliere lo stile loro più consono, essenziale, movimentato, distaccato, descrittivo, suggestivo…

I profili richiamano Les exercices de style di Queneau (1947). Alba de Céspedes diceva che lo stile era tutto. E già si vede in questi autoritratti – motivati dalle stesse semplici domande – eppure, tutti diversi, come lo saranno anche i libri scritti da queste donne perché ciascuna ha il proprio stile, il proprio spazio creativo.

C’entra il genere (sessuale)? Indubbiamente, a mio parere, e anche tanti altri fattori. Come afferma Marilù Oliva (p. 60), ci sono tante voci, al di là del genere. Non mi ha mai convinta l’equazione utero-scrittura. Nonostante ciò, non si può negare il proprio genere e sesso – qualsiasi esso o essi siano – e l’influenza che hanno \ possono assumere a livello fisico, sociale e culturale. Il genere e il sesso sono variabili, come la soggettività sono nomadi, cambiano. Ciò non significa che non esistano punti di riferimento, reti di sostegni, pozzi a cui attingere invece di affondarvi dentro (mi riferisco al Pozzo nero, la corrispondenza tra Natalia Ginzburg e Alba de Céspedes su Mercurio).

Certo, ci si può mascherare, come fece Elsa Morante, una delle scrittore contemporanee più complesse e ambigue. Basti pensare allo Scialle andaluso e a L’isola di Arturo – per approdare infine alla protagonista più nichilista della letteratura odierna ne La storia. Chissà, un tardo sfogo, un inno all’immolazione di una grande donna, che attraverso Ida, l’umiliazione personificata, ha scelto di scrivere come una donna invece di un uomo? Nell’epica ‘al femminile’ Ida verrebbe definita forse un’eroina, perché questa parola non è affatto il femminile di eroe (Epiche. Perché eroina non è il femminile di eroe (2009) – SIL)

Infine, Rosella Pastorino afferma che non sa nemmeno se esista una letteratura ‘italiana’ (p. 59). Si tratta di un’osservazione acuta.

Auspico una possibile letteratura nomade, ‘in divenire’ (come ho scritto spesso), secondo il concetto di soggettività nomade della filosofa cosmopolita Rosi Braidotti, che possa racchiudere l’idea della continua trasformazione e, contemporaneamente, una sostenibilità oltre i confini, delle nazioni, etnie e dei generi. Non ha senso parlare di soggettività nazionale e neanche di letterature nazionali, casomai mescolanze di locale e globale, come per La trilogia de La Guerrera di Oliva. O i romanzi di Igiaba Scego, somala romana italiana, o Helena Janeczek (vincitora del Premio Strega 2018) – che ci raccontano la storia e il presente da prospettive lontane e vicine. E a questo proposito mi sorprende che non siano state incluse scrittore italiane che scrivono del mondo e che hanno origini in altri mondi. Chissà, magari in un prossimo libro?

“La mia stanza è il mondo degli altri” (Lidia Riviello, p. 48)

E la mia, la letteratura del mondo (PC).

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