“I luoghi e i racconti più strani di Padova” di Silvia Gorgi (Newton Compton Editori)

Recensione di Raffaella Tamba

L’autrice prosegue il suo percorso storico nel cuore della città di Padova, e dopo “Forse non tutti sanno che a Padova…” e “Storie segrete della storia di Padova”, affronta in questa nuova puntata della collana Quest’Italia della Newton, aneddoti contraddistinti dall’essere strani, intendendo con questo aggettivo la straordinarietà’, l’innovatività, la trasgressione, di cui si sente tanto il bisogno ogni volta che si constatano i danni che l’ordinarietà, la banalità, la pigrizia producono.

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Nella storia di Padova (e sicuramente nella storia di qualsiasi altra città), ci sono esempi di chi ha voluto e saputo andare oltre quello che tutti si aspettavano: dall’eroe Francesco Novello che con un pugno di seguaci riuscì a riconquistare la sua città caduta sotto il dominio dei Visconti, con un ‘impresa che l’autrice paragona a quella dei trecento Spartani delle Termopili, alla giovane Elisa Garnerin che – nel leit-motiv di “una donna può tutto” – nella grande piazza Prato della Valle, atterrò col paracadute, in una delle tante imprese che l’avevano resa famosa in tutta Europa (la stessa piazza vedrà anche nel 1869 la prima corsa dell’”anticavallo” come furono chiamate le prime biciclette); dall’appassionato bibliomane Michelangelo Carmeli, primo docente di lingue orientali, devoto all’istruzione e alla conservazione libraria tanto da creare una grande biblioteca, tutta a sua spese, agli editori Salmin e Valdezocco che si cimentarono con le stampe in miniature dei grandi capolavori di cui il Dantino, dalle pagine di 58×37 mm ed uno spessore di 21 mm, è l’esempio più illustre; e, immancabilmente, alle grandi figure legate all’ateneo nell’ambito della ricerca medico-scientifica, come Santorio Santorio, l’inventore del termometro per misurare la febbre.

In un excursus cronologico e tematico l’autrice scorre lungo la linea del tempo a partire dal Medioevo che spesso seminava misteri che sarebbero poi germogliati nei secoli successivi: come il Ponte della Morte, al quale la storia ha legato più episodi al confine tra leggenda e realtà, tutti contraddistinti da una o più morti violente che vi si sono succedute ripetutamente nel corso dei secoli; o la strana presenza percepita dai restauratori della biblioteca Carmeli nel centro di Padova, che viene spontaneo ricollegare al suo fondatore.

Ciò che rende particolarmente affascinante questo – come del resto gli altri testi dell’autrice – è la naturalezza con cui naviga nella storia della sua città rivelando una spiccata originalità nella scelta delle tematiche trattate ed un’indiscutibile competenza storica.

Sotto il segno della ‘stranezza’, entra nel contesto degli episodi riportati con una potenza empatica rara: i suoi personaggi, le sue ambientazioni, si arricchiscono delle suggestioni che il loro ricordo le evoca (emblematica la tenerezza con cui, in un’efficace resa antitetica, ci dipinge il personaggio di Maristella Avanzini, campionessa mondiale di Braccio di Ferro degli anni ’80) e ci vengono restituiti con tinte moderne e attuali che rendono ogni storia un piccolo avvincente romanzo che non manca di nulla: protagonisti affascinanti per la forza della loro personalità: ambienti suggestivi per l’aura di leggenda e mistero che li ha avvolti attraverso i secoli; suspense, enigmi, colpi di scena abilmente coniugati con l’aderenza alla realtà. Se Sicco Ricci Polenton vissuto a cavallo tra il XIV e XV secolo, erudito umanista, oggi sconosciuto ai più, ma uno dei pionieri della commedia satirica diretta contro il potere politico, inserisce nelle sue opere “curiosità e aspetti divertenti accompagnandoli con testimonianze d’epoca preziosi”, la Gorgi segue magistralmente la stessa tecnica, dosando con estrema scorrevolezza gli indispensabili riferimenti storici a nomi, date, fonti. In questo modo riesce in quello che forse era uno dei suoi obiettivi fondamentali: ancorare il lettore alla realtà storica, avvincendolo proprio con la consapevolezza che quello che gli sta offrendo è la verità, una verità che, secondo le efficaci parole di George Byron citate nella dedica, è spesso “più strana della finzione e merita di essere conosciuta e amata.

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