Neve sporca di Massimo Marcotullio (Todaro)

Recensione di Nuela Celli

Neve sporca è un romanzo dal ritmo veloce, una storia che a tratti assume i toni di un thriller psicologico, in altri ricalca il giallo classico, nella sua struttura più ortodossa, mentre in altri ancora si tinge di noir, con dei picchi di cupa efferatezza. Eppure, nonostante ciò, la cifra ironica è talmente marcata e pervasiva da renderlo una lettura spesso esilarante, grazie alle battute mordaci dei dialoghi e alla caratterizzazione divertente e divertita del protagonista principale, un investigatore privato vecchia maniera e dotato di una determinazione cieca, e dal suo più fidato amico, un ispettore capo della polizia che accetta pochi consigli e non si piega alle gerarchie, accomunati dalla passione per il proprio lavoro, per la verità e per le rimpatriate accompagnate da abbondanti libagioni.

Ed ecco che la coppia si presenta. Il protagonista:

«“BEO FULMINAZZI, INVESTIGAZIONI PRIVATE”.

Sorrisi, sardonico.

Investigazioni private: ma chi vogliamo prendere per i fondelli?

Non avevo un nuovo caso da quasi sei mesi e anche l’ultimo non era stato granché.

Non so cosa avrei dato per un cliente, in quel momento.

Un cliente qualsiasi.

E non per i soldi, ai quali ho sempre badato pochissimo. Da un anno a quella parte, oltretutto, non avevo problemi a tirare avanti; campavo più che decentemente anche senza bisogno di lavorare. E poi non sono uno che ha chissà quali pretese.

No, no, non per i soldi.

Ma per tenermi impegnato, per riempire il vuoto.»

E Il Pepp:

«Bel tipo, il Pepp.

Riffaldi Giuseppe, ispettore capo superiore della Polizia di Stato. L’unico sbirro al mondo in compagnia del quale non provo un’insopportabile sensazione di disagio.

Ci si conosceva da un sacco di tempo, col Pepp, e ci si aiutava anche, quando le circostanze lo consigliavano. Aveva prestato servizio alla Questura di Milano per una quindicina d’anni e, di recente, si era fatto trasferire a Pavia. Come me, non aveva resistito al richiamo delle radici. Ero stato lieto di ritrovare un vecchio amico, quando mi ero spostato in provincia.

Ciao, Pepp, che si dice? – Gli assestai un’amichevole pacca sulle spalle.

Vuoi un elenco in ordine alfabetico o procedo a casaccio?»

Il titolo di questo giallo, ricco di sfumature e molto trasversale, ricorda il crudo e feroce La neve era sporca di Georges Simenon, ma non ha nulla della cupezza tragicamente umana di quest’ultimo. Le gesta del terribile assassino cui Beo Fulminazzi e il Pepp danno la caccia, l’Angelo della Morte, che lascia per ogni vittima una scritta fatta di sangue con delle citazioni apocalittiche, sono cadenzate da alcuni incipit folgoranti, di un’ironia spesso irresistibile, che ci proiettano senza pause nelle molteplici declinazioni delle indagini, ufficiali e non, da un linguaggio fruibile anche se molto curato, ricco di dialoghi e battute, da lievi virate fumettistiche e da un’indagine psicologica pervasiva e profonda, che si dipana nella ricostruzione dei vissuti e nel tentativo, spesso vano, di codificarli.

«Il discrimine, la linea d’ombra che separa le nostre difese psicologiche dalla ragionevolezza, è difficile da definire e non esistono guide per comprendere dove sia situato. Il senso comune e l’esperienza, tuttavia, ci rendono relativamente facile comprendere quando un individuo lo oltrepassa, quando l’aspirazione diventa ossessione.»

E ancora:

«Non sono uno psichiatra, non conosco i termini tecnici per definire certi disturbi; frequento, tuttavia, da considerevole tempo le umane miserie e ho imparato che ogni tentativo di semplificazione conduce inevitabilmente a un errore di giudizio. Cercare di comprimere, di incasellare in una griglia precostituita i vertiginosi abissi dell’animo umano, è un esercizio vano quanto svuotare il mare con una paletta. Equivale a cercare di dare un ordine a un mondo che ordine non ha, né mai ha avuto.»

Davvero interessante l’immersione nel mondo letterario. Beo Fulminazzi, non più giovanissimo, ha appena scoperto di avere un figlio, genio dei computer e vegano, con il pallino degli affari e pronto a condividere la sua ricchezza e il suo acume informatico con il padre da poco ritrovato, e proprio in una sua amica (giovane, bella e impegnata in cause umanitarie internazionali), nonostante il divario d’età, Beo ha trovato la sua compagna di vita. A questi cambiamenti epocali si somma il suo trasferimento nella tranquilla città di Pavia, nella quale è nato e alla quale è tornato dopo i frenetici anni milanesi. Nel suo nuovo ufficio, passati alcuni mesi di inattività e noia provinciale, l’investigatore privato scalpita:

«Mi sorpresi a sussurrare parole che assomigliavano maledettamente a una preghiera. Una sorta di mantra apotropaico e propiziatorio.

Continuai a fissare, con l’intensità allucinata di uno sciamano, il vetro zigrinato della porta, attraverso il quale filtrava, anemica, la fioca luce del corridoio. Mi parve addirittura di scorgere una sagoma umana prendere forma, un fruscio di passi sul consunto pavimento, una mano protendersi verso lo stipite, pronta a bussare.

Fantasie. Nient’altro che fantasie.

Il vecchio stabile era silenzioso come un sepolcro.

Il trillo del telefono, di conseguenza, mi colse alla sprovvista, procurandomi una fitta al petto.»

Da qui, la storia prende il la. Fulminazzi viene contattato per un caso molto delicato. Una donna disperata cerca il marito misteriosamente scomparso, con il quale viveva un rapporto stretto e simbiotico, e, nel chiedergli di ritrovarlo, svela la sua vera identità. L’anonimo consorte, schivo e dalle abitudini solitarie, è in realtà uno dei più grandi scrittori italiani, da anni in lizza per il Premio Nobel e conosciuto con lo pseudonimo di Paolo Bellarmino. Un gigante della letteratura che ha conquistato sia il pubblico che la critica, vendendo milioni di copie in tutto il mondo. Persino Beo ha passato notti intere a leggerlo e a lasciarsi coinvolgere dalla sua capacità di creare storie incredibilmente reali. Questa scomparsa si legherà a una lunga ed efferata scia di sangue, in cui si intrecciano collegi per rampolli viziati con inquietanti figure di sacerdoti abusanti, storie di crudeli violenze fisiche e psicologiche sulle quali nessuno ha mai indagato, e sulle quali la polvere si è posata pesante, feroci volontà di rivalsa e vendetta, ricchi personaggi che pensano, a torto, di essere al di sopra ogni legge, costituzionale e non, e montagne innevate sulle quali il clima è inclemente almeno quanto la volontà di alcuni spietati assassini.

Quello che conquista di questo libro (motivo per il quale si consigliano le altre avventure di Beo Fulminazzi) è la marcata cifra autoironica del protagonista, il sarcasmo divertito di certe scene, ma anche il filo indissolubile del vissuto, che si dipana lungo gli anni e i cambiamenti in modo tragico e condizionante, che porta a subire, a far subire o a vivere consapevolmente, la propria inclinazione, cui non si sfugge, qualsiasi esperienza si attraversi e qualsiasi cambiamento si applichi su se stesso e su ciò che ci circonda.

E le inclinazioni di Beo Fulminazzi sono chiare, non resiste alla necessità di fiutare e stanare la verità nascosta dietro l’insensatezza di alcuni indizi, ha un senso solido dell’amicizia, d’altri tempi, e si ostina a coltivare un certo numero di vizi, nonostante ambisca a un salutismo di cui non è mai troppo convinto, anche se prima o poi, Kyriam, il figlio appena ritrovato, vegano e iper salutista, riuscirà a convincerlo…

«– Ma voi… Voi… state bevendo!

Un morbido silenzio accolse la sua affermazione.

State bevendo superalcolici!

Prendi un bicchiere e siediti con noi

Altrimenti, levati dai coglioni – aggiunse Peppino, con un ghigno minaccioso.

Quando ci vuole, ci vuole – conclusi.

Kyriam non prese un bicchiere e non se ne andò. Sedette di fronte a noi e ci fece dieci minuti di ramanzina sui danni fisici, psicologici e neurologici provocati dalla bevande contenenti alte percentuali di alcol. Noi lo fissammo con la ieratica e imperturbabile espressione che contraddistingue i dagherrotipi ottocenteschi ritraenti i capi pellerossa. Ci mancavano solo i copricapi piumati e le pitture di guerra.

La nostra indifferenza non lo scoraggiò. Mio figlio uscì dalla stanza e subito tornò, con il solito tablet.

A corredo delle proprie tesi ci mostrò statistiche, diagrammi, filmati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nulla scalfì la nostra ferrea determinazione a vedere il fondo della bottiglia prima che il campanile della vicina chiesa suonasse i vespri.

Mangiate qualcosa, almeno, santiddio!

Prendemmo un salatino a testa. Uno solo.»

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Una risposta a Neve sporca di Massimo Marcotullio (Todaro)

  1. patrizia debicke ha detto:

    Grande Beo

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