GRANDANGOLO: Uomini e Cani di Omar Di Monopoli (Adelphi, 2018)

Risultati immagini per uomini e cani omar di monopoliRecensione di Marco Valenti

Se non fosse stato per Adelphi che ha recentemente ripubblicato “Uomini e cani” sarei ancora a girarmi i pollici in attesa di recuperare qualcosa di Omar Di Monopoli, indeciso su quale dei suoi romanzi fare mio per primo. Visto che quello ristampato è il suo esordio, quale occasione migliore per avvicinare un autore che da tempo avevo messo nel mirino? Detto e fatto. Occorre fare una breve premessa prima di addentrarci nell’analisi del testo. Non si tratta di una mera operazione commerciale ma di un restyling vero e proprio, dal momento che il lavoro di restauro non riguarda solo il passaggio da una casa editrice all’altra. È il testo quello che ha subito i maggiori “aggiustamenti”. Anche se Di Monopoli ha cercato di mantenere intatto lo scheletro narrativo del romanzo provando a rimuovere la polvere che nel corso degli anni si era depositata tra le pagine, il risultato lascia inalterate portata e potenza del romanzo. I ritocchi non sono che piccoli assestamenti che l’autore sentiva necessari ma che la maggior parte di chi lo lesse a suo tempo rileggendolo oggi non riuscirebbe a scovare. Scendendo nel dettagliom secondo l’autore “Uomini e cani” è in qualche maniera un libro diverso, del tutto nuovo. Un figlio perduto e ritrovato, che non si è mai smesso di portare nel cuore.

La vicenda, limitata ad una manciata di giorni decisamente intensi, si svolge in una località immaginaria del Salento. In una cittadina di provincia come tante. A sud del sud più profondo. Dove gli stereotipi vacanzieri raccontati in servizi televisivi patinati di telegiornali privi di significato non attecchiscono. Niente a che fare con la movida giovanile che anima le spiagge giorno e notte e gli agriturismi bio-friendly per i più attempati. Niente di tutto questo. Il Salento descritto da Di Monopoli è una terra di confine che ricorda da vicino il sud degli Stati Uniti, a cavallo tra il Texas e il New Mexico, l’Oklahoma e il Kansas. Una terra senza tempo, dove regna da sempre la legge del più forte e la speranza di redenzione non trova terreno fertile su cui attecchire. Niente sole e niente mare quindi, ma una vera e propria cartolina dall’inferno.

Un romanzo dissacrante che racconta le vicende di una provincia degradata dove si incastrano le esistenze di affaristi e speculatori, emarginati senza futuro, disperati che vivono e pensano come bestie. Sullo sfondo di una terra lottizzata in cui l’abuso di potere è legge non scritta, una salina è destinata a diventare oggetto dell’ennesima speculazione edilizia che cerca di abbattere le fatiscenti baraccopoli in cui si muovono buona parte dei personaggi. Qui, dove l’unica regola è l’assenza di regole, eccezion fatta per quelle “animali” più riconducibili ad una sorta di istinto, l’assenza delle istituzioni è forte, fortissima.

Una terra di frontiera dove le leggi sono sospese e il limite della legalità è talmente labile da passare per invisibile. Il tutto sotto l’immancabile ed opprimente canicola che contribuisce a rendere ancor più malsano ed opprimente l’habitat salentino. Non siamo nel sud del Texas ma la polvere si alza soffocante anche qui, ricoprendo tutto con la sua coltre di appiccicoso sudiciume.

Ci stanno cristiani che non ce la fanno ad arrivare a fine mese, mentre ai contadini basta una brutta grandinata per vedersi sfumate un anno di fatica sciancaossa, mentre la conclusione dei lavori allo stadio comunale passa più di dieci anni di giunta in giunta senza soluzione, e intanto in paese non esiste una biblioteca, un cinema, un circolo ricreativo, ne’ un diavolo di bar dove i giovani possano incontrarsi senza pagare il pizzo a qualcuno. Questo il tessuto sociale dove nascono regrediscono e muoiono i personaggi del libro, intrappolati tra desolazione e degrado. Senza alcuna capacità di discernere il bene dal male. Dove l’unica cosa che conta è rivendicare il proprio autoproclamato diritto alla sopravvivenza, a qualunque costo.

“Uomini e cani”. Titolo e svolgimento in perfetta simbiosi. Gli uomini raccontati da Di Monopoli vivono infatti le loro esistenze alla stessa stregua dei cani incatenati. Privati di ogni dignità e pronti al combattimento in ogni momento. Azzardiamo il paragone e non senza coraggio (pur sapendo di far drizzare i capelli a molti) lo definiamo come una sorta di “Ragazzi di vita” 2.0 di pasoliniana memoria, non fosse altro che per il gergo dei protagonisti e per la miseria dominante che non lascia speranza per il futuro. Più che vivere, si improvvisa. Cercando di ottenere ed esibire il proprio status sociale attraverso la prevaricazione e l’abuso. Del linguaggio del romanzo di è discusso molto. La commistione tra italiano e forma dialettale pugliese si è rivelata un’arma a doppio taglio a quanto si legge in giro. Sgombriamo però subito il campo dagli equivoci. Noi non siamo tra coloro che l’hanno individuata come il tallone di Achille del libro, anzi. I bifolchi reietti cantati da Di Monopoli sono fondamentalmente una manica di semianalfabeti. Ovvio quindi che non potessero parlare che in questo modo. Elevare il livello della loro capacità linguistica sarebbe stato fuoriluogo ed artificioso.

Inutile addentrarsi ulteriormente nella trama. Preferisco fermarmi qui, anche perché non sono e non saranno i nomi dei protagonisti ed il loro ruolo negli accadimenti a venire ad aggiungere altro al desolante quadro raccontato finora. Quello che mi preme è cercare di rendere reale la disperazione di un romanzo che non risparmia nessuno e trascina tutti quanti a fondo verso un baratro che non è mai stato così vicino. Di Monopoli c’è riuscito in pieno. Ora tocca a noi fare la nostra parte immergendoci nella lettura.

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