“Qual è la via del vento” di Daniela Dawan (edizioni e/o)

Risultati immagini per "Qual è la via del vento" di Daniela DawanRecensione di Patrizia Debicke

Una famiglia di italiani ebrei costretti a fuggire dalla Libia, perseguitati alla fine degli anni Sessanta. Il ritorno a Tripoli di Micol, non più bambina, sulle tracce del suo passato e di una sorella perduta. “Qual è la via del vento” di Daniela Dawan è una storia sorprendente e purtroppo ancora troppo attuale. Nel giugno del 1967 allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni per la strade di Tripoli si scatena l’inferno. Ḕ cominciata la caccia all’ebreo, i cimiteri e le sinagoghe vengono profanate, i loro negozi depredati e le loro case marchiate con il gesso come era già avvenuto anni prima in occasione del pogrom del 1945. Nel 1967 Micol ha appena nove anni ma da un momento all’altro, il mondo le crolla addosso. Il suo paese è diventato pericoloso, una trappola, bisogna andar via, lontano. Dopo i primi angosciosi momenti, che poi diventeranno ore (gli altri bambini sono tornati a casa, lei è rimasta da sola a scuola, la madre superiora ha paura e lei passerà la notte con una giovane suora) i genitori riusciranno finalmente ad andare a prenderla.

Da qual momento loro tre si barricheranno per giorni dai Cohen, nella casa dei nonni paterni, mentre i nonni materni, gli Asti, troveranno rifugio dal figlio fino a quando Ruben Cohen, suo padre non riuscirà finalmente a procurarsi con l’aiuto di un amico arabo i visti per espatriare in Italia.

Diviso in due parti, il romanzo di Daniela Dawan contempla la bella dimensione intima e familiare in cui l’autrice ricostruisce la saga della sua famiglia, con il matrimonio precoce tra i genitori di Micol, Virginia e Ruben, il contrasto tra il colto spirito libero dei familiari di lei e il tradizionalismo quasi integralista di quelli di lui, il radicamento culturale di suo padre nella vita tripolitana e, in seguito il suo annientamento psicologico e fisico in esilio. Dopo la morte della prima figlia Leah, la sorella che Micol non aveva mai conosciuto, e su quella lontana tragedia familiare era caduto il silenzio ed era nata Micol. L’esile, timida e solitaria Micol, che viveva in un mondo tutto suo, in cui non osava chiedere ma sognava la compagnia della sorellina morta e di cui non sapeva nulla. Nessuno infatti gliene parlava mai, sulla memoria di Leah gravava un pesante segreto. Quale? Ma il romanzo ha due risvolti, perché dalla dimensione familiare si salta a quella storica con l’accurata ricostruzione dei fatti accaduti in Libia dopo il 1945 e del clima politico in Libia nel 1967, con i sogni di uno stato proprio inseguiti da alcuni giovani ebrei e al momento dei nuovi sanguinosi disordini e in seguito con i capovolgimenti politici avvenuti nel paese nel 1969 con il colpo di stato che depose re Idris e portò al potere il generale Gheddafi. Qual è la via del vento è un romanzo struggente, che si fa apprezzare e assaporare nei particolari sfumati in stupende descrizioni di un mondo quasi incantato. Ma è anche un romanzo che costringe il lettore a riflettere e, attraverso una commovente e dolorosa odissea familiare, riaccende l’attenzione del pubblico sulla drammatica situazione politica in cui versa tutt’oggi la Libia e riporta alla memoria la tragedia di quegli ebrei – si calcola circa 856 mila – che allora furono cacciati dalle proprie case e dalle proprie città del Nord Africa. I Cohen e gli Asti dovettero lasciare tutto e approdarono a Roma. Se la prima parte del libro è basata sull’infanzia di Micol e sulla fuga della sua famiglia dalla Libia, la seconda, con un balzo temporale di trentasette anni ci porta al 2004, dove incontriamo una Micol adulta, diventata un avvocato di successo (come la sua creatrice), che dedica più tempo al lavoro piuttosto che alla vita personale e sentimentale. Nell’esilio di Roma suo padre, Ruben Cohen, che non aveva trovato la forza morale e la volontà per inserirsi in un nuovo mondo, pian piano si era lasciato andare, morendo, ancora giovane, di un male incurabile. Sua figlia invece è cresciuta, ha studiato, si è fatta strada e ha dimenticato, o almeno pensa, sia le tradizioni familiari religiose più radicali care al padre, che certi lontani fantasmi legati all’infanzia. Ma mentre l’autrice, Daniela Dewan, non è mai tornata in Libia, Micol Cohen invece, la protagonista del romanzo, verrà contattata e invitata a recarsi a Tripoli con un gruppo di anziani espatriati ebrei perché esiste la possibilità di ottenere alcuni risarcimenti dal governo. Inizierà così per Micol uno strano viaggio che le consentirà di riappropriarsi delle sue radici, di sciogliere alcuni misteri che hanno affollato la sua infanzia e di fare finalmente luce sulla morte della sorella Leah. Un viaggio, che sarà arricchito da colori, immagini, suggestioni e memorie dispiegate oggi in una città molto diversa di quella dei suoi ricordi di bambina.

Daniela Dawan è nata a Tripoli (Libia), dove è vissuta fino all’età di dieci anni. Costretta a fuggire con la famiglia per gli eventi drammatici che avvennero in Libia durante la Guerra dei sei giorni (giugno 1967), approda in Italia. Già avvocato penalista, è ora Consigliere della Suprema Corte di cassazione “per meriti insigni”. È vissuta a Milano, Bruxelles, New York. La sua attività attuale si svolge prevalentemente tra Milano e Roma. Ha esordito nella narrativa con numerosi racconti e con il romanzo Non dite che col tempo si dimentica (Marsilio Editori, 2010).

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