Rubricate: “La paura nell’anima” di Valerio Varesi (Frassinelli)

È stato detto che questo nuovo, superlativo romanzo è il più bello della produzione di Valerio Varesi. Non so se sia così. Valerio Varesi è un autore polimorfico. Ogni suo libro ha un’impronta, una sonorità, una luccicanza particolare. È come se, in ciascun romanzo, lo scrittore parmense indagasse narrativamente un versante dell’umano, palmo a palmo, adattando alla storia una lingua sapida e significativa.

Ma in quest’ultimo “La paura nell’anima”, il lettore attento ravvisa una dilatazione brusca e inedita delle tematiche, che si espandono e articolano investendo ambiti finora appena lambiti, come la psicologia collettiva, l’inconscio, il contagio psichico, il folclore, l’ontologia, il discorso identitario, lo schermo virtuale montato sulla contemporaneità, la nostalgia per l’infanzia irrecuperabile, l’abbattimento degli steccati della tradizione e una nuova tipologia di criminale. V’è uno sguardo che ingloba l’esistenza e la scandaglia da varie prospettive riuscendo ad acciuffarne, a fotografarne le metamorfosi in corso e incipienti.

La paura, che titola il libro assieme al sostantivo Anima, di primo acchito identificata con i timori che scuotono la contemporaneità, è soprattutto lo sgomento collettivo e personale di fronte allo svuotamento identitario e all’implosione ontologica in atto per cui ancora non si possiedono gli strumenti e i parametri interpretativi (Varesi ne fornisce di preziosi) e neppure più le rassicuranti geografie della tradizione.

Un progetto così ambizioso poteva essere portato a compimento solo da un grande scrittore che possieda l’istinto per la narrazione impervia, e si serva di sentieri collaterali quali il simbolismo e la rappresentazione scenica.

Dai primi capitoli ho avuto infatti sentore che nel nuovo Soneri il romanziere di Parma mettesse in scena la grande tragedia degli ultimi tempi. V’è una solennità nelle pagine, che riecheggia la potenza ermetica delle opere di Shakespeare. I protagonisti, resi con un realismo che li porta ad affiorare come ologrammi, sono, in effetti, figure archetipiche. Quasi un aggiornamento, oserei affermare, dell’apparato archetipico del nostro immaginario, dal momento che abbiamo il privilegio e l’orrore di assistere in diretta all’archiviazione definitiva di certe tipologie umane a vantaggio della nuova, la virtuale, ineffabile, inafferrabile e quanto mai ambigua, rappresentata dal bandito Vuikovic, la cui supposta presenza celata nei dintorni di Montepiano, paese delle vacanze di Soneri, funge da innesco a un vortice di non eventi, a un clamore sul nulla. Qualche esempio, per calarmi nelle pagine. Il mulattiere Tilò, “un boscaiolo che percorreva i monti con una mula” rifornendo di legno i forni e le pizzerie, “uomo fuori dal tempo, fossile di una specie estinta”, rappresenta la tradizione erosa dai recenti mutamenti e a un certo punto interrotta, soppressa. L’ex sindaco Benati, che ogni sera fa la sua suggestiva, pupiavatiana apparizione, attraversando al chiaro di luna la piazza nella sua sedia a rotelle, spinto dalla badante Irina, incarna il fantasma della tutela delle istituzioni verso una comunità interconnessa da legami e regole consolidati dalla ripetizione e universalmente accettati. Il parroco don Filippo, divelto dal sacro, angosciato fruitore di ansiolitici al pari di molti compaesani contagiati dalla narcolessia del luogo, è un’esemplificazione dell’impotenza della Chiesa a mutuare la speranza attraverso riti ormai ridotti a un fiacco scongiuro propiziatorio. Contraltare del prete è Artenice Rocchi, connessa alla vibrazione del mondo e a supposte presenze ancestrali quali il Baffardello (sorta di demone beffardo, spargitore di confusione e istigatore al male), una guaritrice e veggente rintanata nelle stanze di una casa divisa, come un residuo non smaltibile, come un ineliminabile grumo del mistero che ci ha affascinati nell’infanzia e si è progressivamente rincantucciato in una plica della nostra coscienza. Adelmo il locandiere e sua moglie Rina, il fornaio Garzi, il meccanico Puleggia, il postino Sandoni, il sindaco Soratti, lo squinternato Brunetti, i verghiani fratelli allevatori Malvasi, la farmacista Orzi nelle valve del suo asettico negozio, l’ex maestra Anemia, prefica malaugurante, paiono statuine animate di una sorta di presepe laico e arcaico, mentre seguitano ad adempiere alle scarne funzioni assegnate loro dalla tradizione, segretamente corrotti e scavati, dietro la maschera dell’identità sociale, dall’ambivalenza della contemporaneità, le cui semantiche ambigue sono assolutorie della contraddizione.

Questo l’assetto iniziale della vicenda, il castello di carte che il presunto arrivo del criminale Vuikovic scompagina con un refolo di terrore.

Ma chi è Vuikovic, se ogni indizio raccolto attorno alla sua biografia, si rivela farlocco?

Serbo, e non russo, come aveva fatto credere in prigione. Uscito dal carcere per buona condotta e, una volta fuori, di nuovo assassino e poi svanito nel nulla. Abile nel trasformismo al punto da sembrare sprovvisto di sembianze. Armato di balestra, pistola, fucile, quasi fosse un bambino che giochi di volta in volta a interpretare un criminale diverso, sorvolando la realtà e il presente come sa fare solo un fanciullo fantasioso. Autore di reati che rompono la consuetudine, disinnescando la predittività criminale. Una sorta di psicopatico puer, esito perverso del processo di infantilizzazione in atto più volte rimarcato da Varesi. Concepisce il crimine come una sfida e un gioco. L’originalità è la cifra della sua devianza. Come il lupo Ezechiele dei cartoon che ha guardato per ore, in carcere, Vuikovic tende agguati alla comunità essenzialmente insinuando il terrore dell’imboscata.

Nessuno, in paese, può dire di averlo veramente incontrato, neanche i carabinieri che gli danno la caccia e spesso lo inseguono, eppure numerosi sono i possibili avvistamenti, tanto da scatenare un climax quasi allucinatorio di caccia al ladro senza volto.

Vuikovic è, in un certo senso, la Nemesi che gli abitanti di Montepiano sentono di meritare, per le loro manchevolezze, i sotterfugi, la falsità, le faide sottaciute. Per aver ostracizzato gli stranieri. Allevato i propri figli nella menzogna e nella superficialità. Per aver smarrito progressivamente la propria identità un tempo delineata dalla tradizione, consolidata nella lentezza, regolata dal bene comune, nutrita dagli antichi saperi di cui restano solo gli antichi sapori di una tradizione culinaria per il momento intatta. Ma è anche il colpevole ideale su cui scaricare le proprie malefatte. Latore di terrore, da molti ammirato, diventa il paravento ideale di sciacalli, bracconieri e ladruncoli che delinquono sperando che i loro crimini siano addossati al fantomatico serbo.

Eppure, un mistero c’è. Forse un delitto reale. Lo intuisce, a distanza, un magistrato che ha con Soneri un’intesa elettiva. La PM Falchieri, che chiede al commissario in vacanza a Montepiano di supervisionare le indagini condotte dai carabinieri. Soneri le cede, vinto dalle lusinghe della donna che si aggira come un’anima nella Procura di Parma deserta, incurante del fatto che il resto del mondo sia in ferie, tutta tesa all’esito dell’inchiesta. Davvero un insolito magistrato, questa Falchieri, che fa un uso anarchico delle procedure senza infrangerle e sorvola il crimine come un gabbiano individuandone a colpo d’occhio le dinamiche. Soneri collude con lei. I loro sguardi sghembi convergono per la seconda volta, dopo l’uccisione del cieco Gilberto Forlai, a formare una lama investigativa che incide la realtà trasversalmente, mettendone a nudo gli strati e gli intrecci.

Un’indagine informale, quest’ultima di Soneri, condotta a latere dell’inchiesta dell’Arma e dello spiegamento di forze dei corpi speciali dei carabinieri che battono i boschi inutilmente, esasperati dai selfie beffardi, scattati proprio nei luoghi pattugliati, che Vuikovic pubblica sui social.

La narrazione procede così con il ritmo calibrato e incalzante dell’opera teatrale o di un grande film. Con tanto di apparizioni e dissolvenze, come le passeggiate del vecchio sindaco nella “piazza deserta che la luna illuminava cospargendola di freddo candore”, o l’uscita di scena della maestra Anemia che “s’incamminò e scomparve dissolvendosi nella notte da cui era spuntata”.

Il lettore segue, innamorato e vinto, la narrazione che muta come una voce che si moduli su registri canori diversi. Spesso si trova irretito in atmosfere fiabesche, che pullulano di mistero, a tratti squarciate da immagini suggestive attinte dalle tradizioni popolari. Scopre così l’esistenza del Baffardello, del Buffalmacco, della Vecchia delle Crepe, che gli rammentano le storie ascoltate da piccolo, di creature affini chiamate con nomi mutuati dal proprio dialetto. La scrittura scorre in piena, decolla in scene indimenticabili, come la caccia al serbo in paese, con tanto di baraonda collodiana, scalpiccio di calzature militari, vociare, tonfi ed esclamazioni rese con una lingua che sa evocare le sonorità; rallenta in descrizioni di bellezza struggente e innamorevole, come quando Varesi sussurra quasi del mormorio della pioggia e del tamburare delle gocce sul sottobosco. La natura è dipinta in modo magistrale, quella natura impassibile, solenne e oltraggiata che assiste al dibattersi tarantolato dei montanari. Eppure, i cani molecolari delle unità cinofile, la mula di Tilò, i lupi acquattati nei boschi, il lagotto di Brunetti, paiono i soli immuni al contagio che accomuna gli esseri umani in un terrore infettivo.

I dialoghi serrati, essenziali, riportano la narrazione sul piano di realtà. Sono tuttavia spesso interrotti da silenzi, sintomatici di una incomunicabilità di fondo, rivelatori di rapporti interpersonali e familiari impregnati di disillusione, rimpianto, astio e amarezza. Lo sfaldamento dei legami, nel microcosmo di Montepiano, è speculare all’emorragia di identità individuale e collettiva. Indicativo di un vuoto ontologico, in cui all’essere s’è gradualmente sostituita una bramosia irriflessiva. Le parole per raccontare cosa sia accaduto trafilano a malapena dalla crescente ambiguità di cui la contemporaneità ha tinteggiato lo sbriciolamento delle relazioni. Nell’impossibilità definitoria della parola è insisto il germe dell’incomprensione e dell’imprevedibilità, le due caratteristiche, a detta di Soneri, del sentimento della paura.

Vuikovic (ispirato al bandito Igor il Russo, che ha riempito le pagine della cronaca degli ultimi tempi) è solo il detonatore di un incendio annunciato e destinato ad autoalimentarsi. Ma la paura incendiaria scatenata è quella di chi si ritrova confuso e senza rete, in un crescendo di sospetto e paranoia, ad affrontare gli agguati della sorte incarnati da una fantomatica minaccia.

Uno ad uno, come chiamati sul palco dal regista, i personaggi di questa storia potente e universale, sfilano davanti al commissario con le loro mezze verità, fino allo scioglimento del mistero e al ritorno a galla della realtà.

Un romanzo indimenticabile, per la bellezza della lingua che tocca alti vertici letterari, riecheggiando talvolta le suggestioni di Carrère nel celeberrimo “L’Avversario”, altre volte le atmosfere del Verismo, altre ancora la malia delle storie fantastiche, più spesso potentemente autoriale. Prezioso, necessario, per la problematicità sollevata, per l’analisi sociologica e antropologica.

Per i rimandi alla psicologia, soprattutto collettiva.

La parola inconscio è ripetuta nel libro e l’urlo che apre la narrazione, al pari dell’ultimo che la chiude, fanno pensare al grido atterrito del neonato che Recalcati interpreta come la pretesa di una risposta, mentre nella diffusione epidemica della paura pare di ravvisare le dinamiche del contagio psichico di cui scrivono gli junghiani.

In questa grande installazione concettuale, assemblata su una solida trama, caratterizzata da un’universalità dei temi propria dei classici, il coperchio del genere salta e quello che dovrebbe essere un noir si configura come un capolavoro.

L’ennesimo, se vogliamo, di Valerio Varesi, strepitoso e prolifico autore.

Caterina Falconi

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Una risposta a Rubricate: “La paura nell’anima” di Valerio Varesi (Frassinelli)

  1. patrizia debicke ha detto:

    bel libro

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