“Disturbi di luminosità” di Ilaria Palomba (Gaffi Editore)

Risultati immagini per "Disturbi di luminosità" di Ilaria PalombaRecensione di Marco Valenti

A distanza di sei anni dal suo crudissimo “Fatti male” Ilaria Palomba torna a casa Gaffi. E lo fa regalandoci questo intensissimo “Disturbi di luminosità”. Sei anni in cui Ilaria ha saputo analizzare al meglio il suo struggimento interiore dandogli del tu con fierezza e coraggio. Sei anni di dolore che finalmente trovano il meritato riscontro. Come sempre la biondissima Ilaria non delude le aspettative, travolgendoci con la forza dirompente delle sua parole.

“A chi non ha saputo amarmi” è la dedica con cui si apre il libro. Dedica che non è chiaro se possa essere ascritta a se stessa o a chi ha avuto la possiblità di giovarsi del suo amore ma ha fallito la presa.

Tutto ha una sua genesi. E quella di “Disturbi di luminosità” è una di quelle che non possono non lasciare segni indelebili. La protagonista principale [di cui non è indicato nome, età e provenienza, ma che noi individuiamo inevitabilmente in Stella, la ragazza maledetta del suo “Fatti male”] subisce una violenza in età preadolescenziale che cambierà per sempre la sua percezione emotiva con l’isorgere del disturbo di personalità Borderline. Tutto parte da qui e tutto ruota qui intorno. La mente della ragazzina si sdoppia e inizia il racconto di un’esistenza dilaniata da un dolore che non la abbandonerà mai.

“Quel che odio di me è che io di scelta ne avevo, l’ho sempre avuta, ho preferito però farmi mangiare dagli sciacalli” è la prima amarissima riflessione che Ilaria mette nero su bianco, per sgomberare il campo da possibili equivoci. Stella non è mai stata in grado di prendere in mando la propria esistenza. In un eterno conflitto l’altra Lei, che risultava ogni volta sempre più bella, più degna, più donna.

Il tempo scorre veloce da quel giorno maledetto. Gli anni passano e puntuali arrivano gli eccessi. Rave party e farmaci per raggiungere quell’ottundimento che possa portare pace in un mondo che non trova il suo pari. Benzopiazepine, cabamazepine e oppiacei sono i suoi compagni di viaggio. Sullo sfondo di città metropolitane che chiudono la vista del cielo. E aprono quella sul baratro.

Ci sarebbe un modo per star bene, ma anche star bene mi fa star male.. Il Salento è la sua terra. E dalla sua terra non riesce a trarre che dolore. Si dilania, perdendosi per poi ritrovarsi solo a prima mattina, quando torna a casa privata dei ricordi di una notte che l’ha vista schiava di un mondo che non perdona. Un mondo che prende senza concedere nulla, se non l’oblio. Tutta la luce accecante dell’estate del Sud è chiusa da un manto di nebbia impenetrabile. E sotto questo sole oscurato ogni limite viene superato con la salvezza che appare sempre più lontana.

Le strade si dividono, gli aerei volano, gli aerei cadono, le vite si dividono. Da adesso è un doppio gioco stare al mondo. Lui ovunque, io altrove. Le città si susseguono. Cambiando lo sfondo degli avvenimenti, ma non la sostanza della sua esistenza. Niente e nessuno può salvarla. Nemmeno il suo Lui. Soprattutto il suo Lui. Roma. Berlino, Dublino, Parigi e di nuovo Bari. In un lungo peregrinare sfiancante dove i buoni sentimenti sono banditi. In una fuga continua. Cercando di smarrirsi per poi ritrovarsi. In perenne lotta contro quella sentenza che risponde al nome di Disturbo di Personalità di tipo Borderline. Una corsa sul baratro della disperazione, tra alti [pochi] e bassi [tanti, troppi].

Tra il corpo e l’anima c’è la distanza di un libro a metà. Lui era l’incipit, io la fine. Non ci sono connessioni tra il suo mondo e quello altrui. Soprattutto con quello che Lui immagina per loro due. La sua devianza è troppo radicata per poterla estirpare. La strada maestra della buona creanza l’ha abbandonata da tempo, scegliendo di viaggiare in solitudine. Attraverso sentieri impervi, dove l’unica luce è quella della notte buia che da lì a poco calerà sulla coppia.

Potremmo andare avanti per pagine e pagine raccontandovi il resto della storia, ma ci fermiamo qui. Non vogliamo rovinarvi la lettura scoprendo tutte le carte del libro alla prima mano. Faites vos jeux madame et messieurs, noi preferiamo sottolineare alcuni aspetti che reputiamo primari nell’analisi del testo. Il primo non può non essere relativo alla percezione sociale della malattia mentale, che ancora oggi, nonostante i grandi passi avanti fatti grazie a Basaglia, tende ad escludere e discriminare coloro che hanno la sventura di vivere sulla propria pelle il disagio della “diversità”. L’urlo di dolore lanciato dalle pagine del romanzo è forte, fortissimo. Impossibile non percepirlo e non considerare “Disturbi di luminosità” come un romanzo di denuncia che rivolge il proprio sguardo a chi soffre di un dolore “silente” che non occupa le pagine dei giornali e che non va in televisione. Il nostro plauso e sostegno va interamente ad Ilaria Palomba per aver deciso di dare vita propria e visibilità a chi vive inascoltato nel buio di una gabbia, schiacciato da emozioni che non riesce a governare.

Scritto [e pensato] con un linguaggio scarno e diretto, che non si cura di essere crudo quando le necessità narrativa lo impongono, “Disturbi di luminosità” è il ritratto di una generazione nata e cresciuta senza punti di riferimento. Una moltitudine di alienati incapaci di rincorrere un domani, smarriti in un degrado urbano di metropoli erette sull’assenza di cementificazione sociale. Coscienze liquefatte al sole lasciate a loro stesse troppo presto.

Che dire infine di Ilaria. Ci sono tanti scrittori contemporanei. Ma in pochi hanno la sua forza comunicativa. A me piace pensarla come una scrittrice del secolo scorso catapultata al giorno d’oggi che cerca di dare un perchè ai grandi temi della vita. Non limitandosi a raccontare gli eventi in modo didascalico, ma andando a fondo, Ilaria scava sporcandosi le mani e scova risposte che avrebbe forse preferito non trovare mai, ma che la sua onestà intellettuale le impone di rendere pubbliche.

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