“Nel ventre del Buddha” di Jenő Rejtő (Anfora)

Recensione di Eleonora Papp

Come dice il proverbio, nessuno è profeta in patria. Perché, a questo punto, dovrebbe esserlo P. Howard, pseudonimo dello scrittore ungherese Jenő Rejtő (1905-1943)? Giovane ebreo di una famiglia della media borghesia, ebbe un passato che potremmo definire avventuroso, praticando i più disparati mestieri. Prese pure a vagabondare per l’Europa e per le coste mediterranee dell’Africa, arruolandosi anche nella legione straniera. Ritornato a Budapest, iniziò a scrivere testi per il cabaret, passando poi all’editoria che potremmo definire di appendice. Il successo di pubblico fu notevole e si può dire che sia rimasto inalterato a tutt’oggi. Ma, come avviene per ogni scrittore ungherese che si rispetti, le difficoltà con il “potere”, sia esso di genere critico-letterario, sia esso di carattere prettamente politico -statale, sono sempre nell’ombra, spesso costituiscono un valido ed efficace ostacolo alla diffusione che una singola opera o un intero corpus meriterebbero. Ricordiamo che le opere di Rejtő furono ripubblicate solo nel 1957, cioè un anno dopo il fatidico ’56 ungherese ed erano viste con disprezzo dall’intellighenzia socialista di allora.

Definire semplicemente di appendice o feuilleton le opere di Rejtő sarebbe blasfemo. Il lettore, raffinato, a poco più di cento anni dalla nascita, può percepire quanto della contemporaneità e del tempo immediatamente precedente sia presente in questi romanzi.

Esaminano in dettaglio questo romanzo che proponiamo: “Nel ventre del Buddha” (in magiaro A Szőke ciklon, letteralmente: Il ciclone biondo)), edito in Ungheria nel 1939. e riproposto in Italia nel 2012 (la prima edizione è del 2007).

La protagonista, Evelyn Weston, è una giovane fanciulla laureata in francese che si mantiene a stento con l’aiuto di uno zio sarto un po’ filosofo e con le traduzioni in inglese di ballate francesi antiche. Evelyn entra in possesso di un diamante preziosissimo, lasciatole da un carcerato commosso dal buon cuore dimostratogli prima dalla famiglia e poi da Evelyn stessa. Il lascito in realtà è teorico, perché il diamante è nascosto nella pancia di un Buddha sognante. Evelyn è inseguita da delinquenti, assassini che hanno saputo del diamante e vogliono i dati di cui la ragazza è in possesso per ritrovare il tesoro ingente.

Iniziata la sua corsa che la porterà prima in Francia e poi in Africa, Evelyn verrà aiutata da un giovane, flemmatico lord inglese che è anche uno scienziato candidato al Nobel per la medicina. Il lord, coinvolto per caso nelle peripezie della fanciulla, la “salva” dal precipitare degli eventi, pur lamentandosi un po’. Nel frattempo, l’orizzonte in cui opera Evelyn si allarga e la giovane esperta di ballate francesi non dovrà pensare solo al fatto di trovare la sua eredità, ma anche a conservare l’onore di un uomo, ingiustamente accusato di spionaggio. Ecco che Evelyn viene inseguita non solo da delinquenti, ma anche dalla polizia, dai servizi segreti, mentre cerca di conservare una busta preziosa su cui è riuscita a mettere le mani e con la quale intende dimostrare l’innocenza di un uomo. La storia sembra semplice e banale, ma ci sono dei “ma” che fanno la differenza. Possiamo ricordare lo splendido humor di stampo britannico e anche qualcosa che, conoscendo l’epoca che ha preceduto la Prima guerra mondiale, si può ricostruire a grandi linee senza tema di errori.

Vediamo certamente sullo sfondo i riferimenti neanche troppo oscuri all’affare Dreyfus (1894-1906). Un innocente ufficiale ebreo, Alfred Dreyfus, venne preso di mira dallo Stato maggiore francese che lo accusò di spionaggio a favore della Germania. Lo Stato maggiore francese intensificò la sua pressione sull’opinione pubblica e il povero ufficiale si trasformò in un capro espiatorio ideale. Per opera dei sostenitori (Émile Zola in primis) Dreyfus sarà riabilitato e del reato sarà accusato un avventuriero ungherese, Ferdinand Walsin Esterházy. Rejtő era duplicemente toccato dagli eventi, sia come ebreo, sia come ungherese. Questo evento mediatico compare sullo sfondo, ma viene trasfigurato dall’autore, consentendo al romanzo di trasformarsi sotto l’incalzare della fantasia di Rejtő in un’opera fruibile anche dal grande pubblico. Ricordiamo poi che anche la famosa busta consegnata da Esterházy ai tedeschi rimase nella cassaforte, senza essere aperta o, almeno, venire utilizzata.

L’autore ci offre un romanzo testimonianza di un’epoca, delle sue incomprensioni e tensioni, del desiderio micidiale del cupio dissolvi della società di allora che si precipitava a rotta di collo verso le grandi tragedie del Novecento. Siamo ben al di là del romanzo pulp o delle sue parodie. Nel romanzo di Rejtő resta sempre quel filo di tristezza che lo legava alla sua realtà di piccolo ebreo senza prospettive, destinato a cadere di lì a poco vittima della follia nazista.

Il romanzo è stato tradotto per la casa editrice Anfora da Armando Nuzzo nel 2007 ed è stato ripubblicato nel 2012. C’è chi sostiene che al giorno d’oggi l’ironia fine di Rejtő non possa essere più colta e compresa. Ma, secondo me, è un errore: Rejtő nelle sue opere dimostra la stessa verve e vis comica di Jerome K. Jerome (1859- 1927) o di P. G. Wodehouse (1881-1975).

Le opere di Rejtő costituiscono veri e propri classici e anche solo per questo motivo meritano di essere riscoperte.

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