“Figli di sangue e ossa” di Tomi Adeyemi (Rizzoli)

Risultati immagini per Figli di sangue e ossaRecensione di Raffaella Tamba 

La giovanissima autrice americana Tomi Adeyemi ha scelto di denunciare la brutalità e l’insensatezza di ogni conflitto civile attraverso la voce di un suggestivo connubio di religiosità e fantasy ispirate alla cultura nordafricana, per la quale, scoperte le proprie origini nigeriane in età adolescenziale, ha sviluppato rispetto e passione.

Con efficace potenza evocativa ha creato, in un tempo e in un luogo indefinito, un ambiente primordiale caratterizzato da un politeismo animistico che si estrinseca in poteri magici trasmessi ad una casta prescelta di esseri umani, i maji, identificati da una chioma bianca candida fin dalla nascita (da cui la splendida copertina dell’edizione italiana di Rizzoli che riprende l’originale americano di Reach Deas).

I kosidàn sono invece le persone normali, prive di magia, spaventate da poteri che sanno di non poter mai dominare di cui, in un recente passato, hanno anzi dovuto subire la violenza. Sulla scena si alterna così la prevaricazione degli uni come millantata esigenza di sopravvivenza di fronte alla violenza gratuita e spietata degli altri. Se i maji vogliono perpetuare la propria potente natura, i kosidàn la temono perché a loro inaccessibile; e se ora questi governano con tirannia, sopprimendo ogni essere umano nel quale si manifestino in qualche modo poteri magici, quelli non hanno esistato quando si è presentata la necessità o l’occasione, di usare quei poteri nella loro espressione più cruenta e devastante: “La magia non ci dà la pace. Ci dà soltanto la possibilità di combattere”.

Appartenente alla stirpe dei maji, Zélie è stata formata a preparare mente e corpo alla lotta per il momento in cui sarebbe stato necessario. Quel momento arriva portato dal caso (o no? non c’è forse un disegno superiore dietro ogni avvenimento piccolo o grande della nostra vita? È uno dei temi fondamentali del libro): la vita di Zélie viene improvvisamente incrociata dalla vita di Amari, la principessa figlia del terribile re Saran. Sono loro le due protagoniste della storia: provenienti dalle opposte fazioni, opposte loro stesse come carattere, agguerrita, volitiva, coraggiosa e indomabile Zélie quanto docile, pavida, timida e fragile Amari, entrambe legate fortissimamente ad un fratello maggiore. Amari, sconvolta da un atto del padre tanto crudele quanto a lei incomprensibile, gli sottrae una misteriosa pergamena e fugge. Lasciata la sua vita, la sua famiglia, la sua città, si unisce a Zélie alla quale è stata affidato il compito di raggiungere un certo luogo prima del prosimo solstizio, in occasione del quale si porranno le condizioni (uniche nel secolo), per poter celebrare un rito dal quale la magia sarà restituita a tutta la stirpe dei maji.

Si creano così due fronti contrapposti: da un lato Zélie, suo fratello e Amari, dall’altro il principe Inan e l’indomita Kaea, generale dell’esercito amante segreta del re.

Sei figure straordinarie che l’autrice contorna di una personalità di estrema suggestione: da un lato e dall’altro vi è la devastazione psicologica di un’oppressione subita, il ricordo di soprusi, violenze e lutti, la percezione indomabile di essere dalla parte del giusto, la disperata ricerca di una libertà di vita, che non può ammettere la coesistenza con chi è diverso. La diversità fisica e culturale è il perno di una lotta senza quartiere, senza speranza di accettazione reciproca.

Amore, morte, sogni, speranze, delusioni, odio, paura, sofferenza: una molteplicità di emozioni dominano la storia trascinando impetuosamente i protagonisti che si trovano spesso nell’incapacità di gestirle per la loro travolgente possenza. Emozioni estreme, che vanno al di là del piacere e dell’appagamento, perché non sono libere di esprimersi: “il dovere prima di noi” è l’ossessivo ritornello che il re Saran ha instillato nella mente del figlio e se quel dovere si legittima nella salvezza del popolo, allora le singole emozioni ed esigenze non valgono assolutamente nulla.

La forma narrativa scelta dalla Adeyemi è molto originale: come se si passassero il microfono di fronte al pubblico dei lettori, a turno i quattro personaggi principali, Zélie, Amari, Tzain e Inan, raccontano la storia in un monologo che presenta con estemporanea sincerità il loro punto di vista non solo, però, a propria giustificazione, ma, al contrario, spesso per denunciare la propria inadeguatezza di fronte al bisogno dell’altro. Risulta così ancora più accentuata quell’ambiguità di giustizia e ingiustizia, di torto e ragione, di colpa e innocenza che permea tutto il romanzo.

Una storia fantasy intrisa di richiami a situazioni reali, a conflitti che imperversano anche nel nostro tempo, per capire l’irrazionalità dei quali anche quella di un’opera letteraria è una strada che vale la pena di percorrere.

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