“Sogni e bisogni” di Werner Swan (Toten Schwan Duemilaquindici)

Recensione di Raffaella Tamba

Una voce nuova, quella di Werner Schwan, che si propone ai lettori con un racconto che è nello stesso tempo un’introspezione autobiografica ed un sincero tributo alla propria città, La Spezia. Dall’originale tema centrale, lo stadio cittadino del Picco, l’autore traccia un’accurata indagine sulla propria esperienza giovanile, sull’ambiente sociale che lo circondava, sulla città e il suo rapporto con il resto dell’Italia. Ne scaturisce un libro che si legge d’un fiato per la forza trascinante della prosa diretta ed emozionale.

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Il Picco è lo stadio della squadra dello Spezia (da notare che “per noi è Spezia, La Spezia lo dicono solo i forestieri e i libri di geografia”), una squadra che oscilla fra la serie C e la serie B, coltivando la timorosa speranza di arrivare in serie A, con la consapevolezza che rimarrà comunque una speranza ma che proprio per questa sua aleatorietà costituisce quel sogno infinito che dà la spinta per andare avanti.

Dai primi approcci allo stadio insieme al nonno, quando era un bambino, alle esperienze da ultrà nella curva da adolescente, l’autore ripercorre la propria vita, gli amici, le ragazze, le piccole bugie alla mamma sull’uso del giubbotto e dell’ombrello nelle giornate piovose, in un alternarsi di passato e presente, alla ricerca di un spiegazione per tutto quello che mantiene ancora, dentro di sé, come illogico o inappreso.

Dietro ogni critica, l’intento di denuncia politica o morale fa appena la sua comparsa per poi essere immediatamente ritirata dall’autore che non vuole cadere nel banale del “già mille volte detto” o di un discorso che ne apre altri mille; vuole rimanere in primo piano nella confessione di sè per giustificarsi o meglio, per spiegarsi (la giustificazione presuppone spesso una colpa, mentre la spiegazione nasconde tante volte una ragione più profonda delle apparenze). È come se avesse l’impressione di dovere render conto della propria vita, del proprio essere stato giovane, tifoso di calcio, frequentatore regolare dello stadio e soprattutto della curva, quella tanto vituperata curva ultrà spesso sui giornali per episodi di violenza.

Così cerca di spiegare cosa c’è realmente dietro questa scelta: l’attaccamento alla propria infanzia e agli innocenti pensieri di allora (a partire dalla innocente simpatia per il nonno che lo portava allo stadio tenendolo per mano, la cui piacevole immagine sarà poi sfregiata dalla scoperta, da adulto, del suo dominio psicologico sulla moglie); la libertà fresca e scatenata che gli permetteva, almeno per quelle ore del pomeriggio della domenica, di ignorare regole e remore che la prospettiva scrupolosa dell’adulto imponeva; il senso di appartenenza ad un gruppo, quello dei “curvisti” come lui, che lo faceva sentire normale, al di là di ogni altro contesto nel quale invece la sensazione di inadeguatezza e immaturità prevaleva.

Le partite della propria squadra, nello stadio della propria città erano così l’occasione per smorzare quella bruciante sensazione di colpa per gli errori che il perbenismo di una visione diffusa (forse giustamente sì, a tutela dalla vita di sé e degli altri, ma sempre soffocante per quell’istinto che ognuno di noi porta radicato dentro, di perseguire il piacere e non il dovere) gli aveva sempre rinfacciato: “Ci mascheriamo dietro alla crisi economica e ci trinceriamo in casa per non vedere quello che succede fuori, mentre dovremmo ammettere che la vera crisi è mentale. Abbiamo dimenticato di essere collettività e agiamo da ipocriti egoisti. Se per stare bene devo far star male un altro non mi pongo nemmeno il dubbio se sia giusto o meno farlo. Questa è la crisi di oggi, non quella economica”.

Nell’aperta dichiarazione di amore per la propria squadra, per la struttura fatiscente dello stadio la cui ristrutturazione non è mai stata completata, lasciandolo in una conformazione da inizio secolo che lo ridicolizza agli occhi comuni, di fronte a tanti stadi moderni e supertecnologici, c’è la metafora di un modo di pensare, di un atteggiamento etico-sociale di grande sensibilità: “Tra una vittoria figlia di una battaglia altrui ed una sconfitta determinata da un mio insuccesso scelgo e sceglierò sempre la seconda. Preferisco vivere (e morire) in prima persona la mia esistenza, indipendentemente dall’esito finale. Per lo meno posso dirmi in pace con me steso e la mia coscienza. Siamo troppo condizionati dal risultato finale e ci imbarchiamo inlotte che ci vedono vincenti in partenza scansando ogni situazione che possa comprendere la possibilità dell’insuccesso. Personalmente, e storicamente, amo sposare le cause perse. Che gusto c’è a giocare una partita scontata?”.

Analogamente, con la critica amorevomente rivolta alla propria città, per quelle peculiarità che lui non vede come difetti, ma piuttosto come coraggiose affermazioni di un’identità che vuole essere salvaguardata, l’autore riesce a dare una visione di sé e della propria generazione, pulita, sincera ed onesta.

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