“LIQUIDAZIONE” (“FELSZÁMOLÁS”) DI IMRE KERTÉSZ (Feltrinelli)

Risultati immagini per “LIQUIDAZIONE” DI IMRE KERTÉSZRecensione di Eleonora Papp

Nel romanzo di Imre Kertész (scrittore ungherese, premio Nobel per la letteratura) “Liquidazione”, opera di poco più di cento pagine nella puntuale traduzione di Antonio Donato Sciacovelli, possiamo scoprire vari piani di narrazione altrettanto interessanti e complessi. La narrazione, infatti, inizia e prosegue su diversi livelli e registri, ricorrendo a parti che sono estrapolati da una commedia inedita di dialoghi, lettere, racconti in prima persona di Keserű (nome parlante, che significa “amaro”), l’ex editor di B., il protagonista, ormai morto. Il critico e editor Keserű guarda dalla finestra alcuni barboni sulle panchine di Budapest, pur rimanendo sempre scosso e irritato dalla loro vista.

Da dove si parte nella narrazione? L’autore Kertész stesso scrive in un’altra sua opera (Lo spettatoreA néző, edizione Bompiani Overlook 2018) che la storia del romanzo “Liquidazione” è praticamente la storia di Judit, l’ex moglie di B.

Nella sua vita insieme a Judit, B. ha ucciso moralmente la moglie, innocente della “colpa di aver conosciuto Auschwitz”. A questo punto, si potrebbe osservare che nel romanzo, anche se nelle intenzioni dell’autore dovrebbe trattare la storia di Judit, la protagonista viene introdotta tardi. L’opera prende fisicamente l’avvio da Keserű, amico di B., un talentuoso scrittore ebreo che si è suicidato-ucciso, come si ripeterà più volte nel romanzo. La visione di Keserű parte nella sua narrazione dalla prospettiva storica di una società ungherese che, dopo la caduta del socialismo, non è riuscita a fare un balzo in avanti sulla via di una libertà morale e creativa. Si tratta di una nuova società che è rimasta svuotata di moltissimi ideali. L’intellettuale Keserű rinuncia anche all’universale dubbio amletico di “essere o non essere” per ripiegare nel più individualistico “sono o non sono”. È proprio in questo periodo che si inserisce il suicidio di B.

Keserű si vuole impossessare degli scritti di B. per impedire che si disperdano. Fra le tante cose cerca un romanzo di cui non si trova traccia, ma che esiste plasticamente nella lucida visione di Keserű.

B. infatti non può essersene andato senza finirlo, un grande scrittore non se ne può andare senza aver portato a termine la sua opera. Keserű segue la sua logica ferrea che lo condurrà fino a Judit, l’ex moglie di B., la coniuge, che pure innamorata di lui, lo aveva però lasciato perché voleva riprendersi e conservare per sé il diritto di vivere la propria vita.

Ma dopo aver negato l’esistenza del manoscritto, Judit comunica a Keserű di avere distrutto il romanzo su richiesta di B., perché aveva capito che l’ex marito voleva portare via per sempre con sé Auschwitz e tutto ciò che essere ebreo e deportato a Auschwitz significava. Ma Keserű fin dall’inizio della storia ha avuto la possibilità di entrare in contatto con l’eterno femminino alla maniera di B. Le prime donne della sua vita erano state la madre che lo aveva partorito per poi cadere sicuramente vittima delle nefandezze tedesche, lo aveva salvato la Blokova (comandante), una prigioniera polacca che ha sostituito nel lager il nome di una prigioniera ebrea con quello di una prigioniera politica slovacca morta. La lettera di B. è infatti una B seguita da quattro cifre, perché agli Ebrei ungheresi veniva impressa una A con cinque o sei cifre.

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Nella stanzetta in cui B. si è suicidato – ucciso con la morfina -, Keserű viene chiamato con stupore dalla sua collega dell’ufficio della casa editrice che lavora con lui da anni, Sára. È lei l’ultima donna importante: è stata l’amante di B., un’amante forse improbabile, che però non è riuscita a tenerlo legato alla vita. A lei B. lascerà una lettera che Keserű troverà ambigua. B. termina la lettera con un ringraziamento per il sogno, ma quale sogno? Ma soprattutto un ringraziamento a chi? A Sára oppure a Judit?

E grazie per quale sogno? Ecco che Keserű si rivolge allora a Judit, l’ex moglie, medico, che è stata per poco tempo anche l’amante di Keserű. La donna passava a B. dosi limitate di morfina per non umiliarlo consegnandolo in pasto ai servizi sociali. Quasi al termine di Liquidazione leggiamo la parte finale dell’opera teatrale inedita tratta dal romanzo, ma la fine stessa è ambigua. Esistono due possibilità che Keserű metterà a confronto. Tutto il dramma legato a B. rimane ambiguo per ognuno dei personaggi che contornano il romanzo. Ognuno si dà la propria spiegazione della morte di B. Il fattore comune è di provenire da Auschwitz e di non riuscire a superare il dramma della deportazione e per questo fare male a quelli che vorremmo amare. Si può uccidere anche da ebreo.

Il romanzo avrebbe potuto dare una risposta al di là della morte scelta come liberazione? Keserű è svuotato, ha vissuto per anni all’ombra di B., ha avuto per poco tempo in comune con lui la stessa donna, Judit, e avrebbe fatto un pensierino anche su Sára, se non avesse considerato la cosa blasfema in quel momento, ma Keserű ha mai conosciuto veramente B.? Esiste o è stato solo una proiezione, magari non esatta? Sono o non sono? Keserű prova a condurre una sua esistenza, abbastanza banale e vuota, come banale e vuota è la società priva di valori che lo circonda, quella società che, piena di speranze, aveva fatto seguito alla dittatura. Potrà Keserű riempire di contenuti la sua vita futura? Forse potrebbero bastare anche solo le immagini della quotidianità dei barboni visti in una luce diversa? Potrà andare avanti? O verrà spinto anche lui alla scelta estrema di B., la cosiddetta Liberazione-Liquidazione?

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Una risposta a “LIQUIDAZIONE” (“FELSZÁMOLÁS”) DI IMRE KERTÉSZ (Feltrinelli)

  1. patrizia debicke ha detto:

    🙂

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