Cristina Cassar Scalia: “Sabbia nera” (Einaudi, Stile Libero Big)

Risultati immagini per cassar scalia sabbia neraRecensione di Nuela Celli

L’ambientazione

Ci troviamo a Catania, alle pendici dell’Etna. Tutto parte da una vecchia villa piena di bizzarrie e misteri, pericolosamente vicina al vulcano, dimora secondaria di un ricco catanese dedito alle donne e ai vizi, assassinato negli anni cinquanta, ed ora ereditata dal nipote. Sono giorni che una polvere nera e sottile si alza dall’Etna irrequieto e va ad ammantare ogni cosa. Nell’ala più fatiscente dell’antica dimora, quella chiusa da decenni per incuria, avviene un crollo improvviso. Durante il sopralluogo concitato del nipote di Gaetano Burrano avviene il ritrovamento di un cadavere mummificato, stipato all’interno di un vecchio montacarichi per vivande; le spoglie rattrappite e polverose appartengono a una donna elegante e vezzosa, dagli abiti e i gioielli ricercati anche se un po’ vistosi, che la stampa catanese ribattezzerà: ‘La sciantosa’.

La protagonista

È giovane eppure già ricopre la carica di vicequestore, con una carriera alle spalle, nell’antimafia, coraggiosa e onorevole. Approdata nella squadra omicidi, Giovanna Guarrasi, per molti Vanina, è appassionata di cinematografia di produzione e ambientazione siciliane, palermitana doc di ritorno dal milanese, ha scelto di vivere e respirare aria catanese con caparbietà e senza ripensamenti. La sua vita da single ruota tutta intorno al lavoro, a scapito di sonno, palestra e vita sentimentale. Il suo tallone d’Achille, ma anche la molla che la rende ferrea e determinata, è un dolore profondo e traumatico, che ha condizionato anche la sfera emotiva: un padre molto amato ucciso dalla mafia il suo primo giorno di liceo.

Aveva attraversato il portone controcorrente, schivando il bidello che l’avvertiva del suono della campanella, e s’era fermata sul gradino piú alto, girando gli occhi sulla strada. Suo padre era ancora lí che si accendeva una sigaretta sul marciapiede opposto alla scuola, la portiera della Uno già aperta. Le bastavano due minuti. Sette gradini, un altro bacio, un altro abbraccio e poi via, a compiere il suo dovere, come lui le aveva insegnato. Due minuti. Ma non li aveva avuti. Erano arrivate contromano dal Giardino Inglese. Due moto, quattro caschi che puntavano dritti verso l’auto dell’ispettore Guarrasi. Poi gli spari. Tanti. Che parevano non finire mai. Un insulto urlato e una manciata di buttate per terra, vicino al volto insanguinato, in segno di sfregio nei confronti di un uomo che da solo credeva di poter sfidare il loro mondo. «Te’ cca, piezz’i mieirda, accussí ’a finisci». Il rombo dei motori che fuggivano indisturbati. Impuniti. Se solo non fosse stata cosí indifesa, se solo avesse potuto, se solo avesse avuto un’arma in mano… li avrebbe ammazzati lei. Tutti, senza pietà. L’aveva giurato a sé stessa, che mai piú si sarebbe fatta trovare impreparata, mai piú avrebbe assistito impotente. Sotto di lei dovevano passare, quei bastardi fitusi. Uno per uno. L’aveva giurato, e l’aveva fatto.”

Il caso

Chi era ‘La sciantosa’, come viene definita la donna in pelliccia che viene trovata nel vecchio montacarichi nascosto da una statua, con accanto una cassetta contenente un milione di lire risalenti agli anni cinquanta, banconote che sembrano lenzuola? E perché si trovava nella villa dove fu assassinato Gaetano Burrano, ricco borghese dalla vita libertina e chiacchierata, con signora rassegnata alle sue intemperanze e dedita alla vita sociale, quella che conta, nella Catania bene, mentre lui si dava ai propri vizi nella dimora alle pendici dell’Etna, estrosa costruzione che il padre, a sua volta, aveva riempito di stramberie e passaggi segreti?

E se il cadavere fosse di una donna molto nota in città? E se c’entrasse, in tutta questa storia, un lupanare rimasto incredibilmente intatto dagli anni cinquanta, con camere, lenzuola e una vecchia Lancia Flaminia piena di valigie, del tutto intatti?

La trama

Il Vicequestore aggiunto Guarrasi, nel dipanare gli intrecci e i retroscena del caso, avrà un alleato inatteso, il commissario in pensione Biagio Patanè, cui il caso dell’omicidio Burrano, archiviato troppo in fretta con un colpevole così comodo da risultare poco credibile, ancora brucia nella propria onorata carriera. Il ritmo delle indagini è intenso ma non sincopato, serrato, ma anche composto, così come la lava che avanza, che non ha fretta di procedere e nello stesso tempo non sa arretrare. E che strana coincidenza… Anche nel lontano 1956, quando Gaetano Burrano venne ucciso, l’Etna si era svegliato e la lava, proprio come nei giorni dell’inchiesta sulla ‘sciantosa’, aveva iniziato ad avanzare.

Il romanzo

Un romanzo che coinvolge perché sa diventare subito familiare, quasi rassicurante nelle sue dinamiche. Entrando in empatia con Giovanna Guarrasi, per tutti Vannina, ci si fida di lei e del suo intuito, ci si affida alla sua capacità risolutoria e al suo senso della giustizia e del dovere, scusandole debolezze e asperità caratteriali. Un vero giallo, di quelli intramontabili, questo sa comunicare: una fiducia rassicurante nel protagonista che ripara i danni apportati dal crimine, dal cortocircuito, umano e legale, che l’omicidio e il delinquere rappresentano nell’ordine mentale, dall’anomalia che va compresa e poi cauterizzata. Ma niente è come appare e spesso ci vuole un guizzo in più, una spiccata libertà mentale nel proiettare e immaginare possibili spiegazioni. Vanina, oltre che brava nel suo lavoro, tanto da aver bruciato diverse tappe e da essere più giovane dei suoi sottoposti, è anche innamorata della sua terra. Ogni pagina è carica di una sicilianità che conquista. Per coloro cui Catania, la sua cucina e il famoso quartiere popolare San Berillo, detto a luci rosse e oggi frontiera di un movimento di tendenza tra locali e murales, sono rimasti nel cuore, questo libro diventa un ritorno gradito, un soggiorno pieno di sapori e déjà vù nella città etnea, un’immersione affascinante tra la Catania odierna e quella retrò degli anni cinquanta.

Stia tranquilla, dottoressa, – assicurò l’ispettore, lanciandosi sulla granita con in mano un pezzo di brioche pronto a essere inzuppato. Vanina sorrise divertita di fronte a quel gesto, inconfondibilmente targato Catania. Che poi, a essere precisi, Giuli le aveva raccontato che il catanese vero, quello purosangue, la zuppetta non la faceva neppure con la brioche. La faceva col pane. La mafalda, possibilmente calda.”

Vanina deve ammettere che Catania, nonostante alcuni edifici conservino i segni del tempo (ma forse anche per quello?) è davvero bella, così come la sua lingua, tanto da annotarsi i termini più particolari che le capita di ascoltare.

“– Incutto, direbbe Spanò –. Uno di quei termini dialettali che il vicequestore Guarrasi si sforzava di apprendere, e che annotava in una nota creata apposta nel suo iPhone, e intitolata «Catanesate». Il suo dialetto palermitano era e palermitano sarebbe rimasto, ma la terminologia locale andava studiata, anche a livello puramente nozionistico.”

Così, il lettore capirà che una camurrìa è una seccatura, che a cuttigghiari sono le pettegole, e che la nebbia, nella città etnea, la chiamano negghia.

E dei catanesi si imparano anche le abitudini.

A fine settembre, caldo o freddo che ci sia, Aci Trezza torna in modalità invernale. Niente piú solarium né passerelle, niente lidi aperti, i pontili nel porto turistico in fase di dismissione. Il catanese tipico, diceva Adriano, chiude la casa al mare già alla fine di agosto, al rientro dalle ferie, e si trasferisce in montagna. Quella stessa montagna che da giorni vomitava fuoco senza sosta. E invece i primi di settembre spesso c’è il mare migliore di tutta la stagione. In quel borgo marinaro, davanti ai faraglioni neri, Vanina ci aveva trascorso quasi tutta l’estate. O piú correttamente: gli unici giorni estivi in cui nessuno aveva ammazzato nessuno in territorio catanese.”

Di certo, se una palermitana ha lasciato il luogo in cui è nata e che dichiara di amare senza tentennamenti, un motivo importante c’è, e sempre da quell’antico dolore partono le complicanze che lo riguardano. Perché a volte si tende a infilarsi nelle stesse dinamiche che da piccoli ci hanno fatti soffrire, a cercare, per quanto ci abbiano fatto piangere, il loro ripetersi in altri occhi. Ma nonostante le cicatrici, Giovanna Guarrasi è una donna forte che non subisce la vita e che si batte strenuamente per ripararne le storture, spesso con successo. Anche per questo motivo ‘Sabbia nera’ può essere considerato una lettura intrigante ma anche catartica, in cui il femminile ricopre un ruolo che si auspica da tempo e che troppo poco si riscontra nella realtà.

Se poi il tutto avviene a Catania, per chi, come me, ama la Sicilia e le sue prelibatezze, il viaggio è imperdibile.

Vanina ordinò un mandarino e limone e Spanò una spuma di caffè.

– ’Sta cosa di andare per chioschi la sera tardi, da qualunque esperienza uno sia reduce, è una catanesata vera. Noi abbiamo lavorato fino a un attimo fa, questi girano per locali da una serata, e tutti ci ritroviamo qui a bere seltz, e mandarino, e menta. Per non parlare poi di quel frappè da tremila calorie con la nutella e la brioscina Tomarchio frullata.

E non è bello? A Catania i chioschi esistono dalla notte dei tempi. Da quando erano dei banchetti di legno che vendevano acqua e zammú.

Ah, no! Acqua e zammú era nostro. L’anice viene dagli arabi, e gli arabi ce li abbiamo avuti noi, – puntualizzò Vanina. – Comunque ha ragione, Spanò. Catania non vuole dormire mai. Forse è ’sto vulcano, sempre in attività, che vi trasmette un’energia speciale…”

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Una risposta a Cristina Cassar Scalia: “Sabbia nera” (Einaudi, Stile Libero Big)

  1. patrizia debicke ha detto:

    ok sembra buono

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