“Mato Grosso” di IAN MANOOK (Fazi, collana Darkside)

Risultati immagini per “Mato Grosso” di IAN MANOOKRecensione di Marcello Casalino

Ritrovava il Brasile trent’anni dopo, senza sospettare che presto vi sarebbe morto”.

Inizia così l’ultimo attesissimo lavoro di Ian Manook (al secolo Patrick Manoukian), autore della fortunata trilogia ambientata in Mongolia e avente come protagonista il commissario “extraordinaire” Yeruldelgger.

Hippy alla fine degli anni 60, viaggiatore instancabile, fedele al credo indefesso in Kerouac e negli altri santi della strada, Manook costruisce taccuini di viaggio, specchio della sua vita in perenne movimento. Tra i luoghi in cui ha soggiornato troviamo il Brasile, e più precisamente il Mato Grosso, che fa da sfondo a quest’ultima uscita, in bilico tra romanzo d’avventura e thriller.

Uno scrittore francese viene invitato in Brasile da una fantomatica casa editrice a presentare il suo ultimo romanzo. Qui vi trova un ex ispettore di polizia che lo accusa di essere l’omicida di un certo Everaldo Coelho e, di conseguenza, il responsabile della morte di sua moglie. Viene costretto, sotto minaccia, a leggere il suo stesso libro. Quella che ne segue è una lunga partita a scacchi tra i due, alla ricerca della verità. La suspense terrà avvinto il lettore fino all’ultima pagina.

Il romanzo ruota attorno a pochi personaggi: lo scrittore Jacques Haret; l’ex ispettore Figueiras/Santana, la bella Blanche/Angèle e alcuni altri personaggi di contorno. Manook gioca con i nomi, come se volesse dare degli indizi al lettore: Jacques Haret corrisponde foneticamente al termine brasiliano “jacarè” (“caimano”); Santana (“satana”) e Angèle (“angelo”) sono metaforicamente significativi.

Jacques Haret è colpevole di essere uno straniero. Ma, come affermava Edmond Jabès, “non si nasce stranieri. Lo si diventa”. Ed il protagonista straniero lo diventa allorquando mette piede in Brasile e suscita intorno a sé la più grande diffidenza. L’incomprensione manifestata nei suoi confronti dai cittadini del paese che lo ospita, il loro egoismo, portano a conseguenze tragiche.

Straniero lo è anche nei confronti di sé stesso: “ l’estran-io ”: Haret cerca infatti di capire, tra le pagine del suo stesso romanzo, letto forzatamente, chi egli sia realmente e le ragioni del suo atto. Ian Manook si dimostra, a tal proposito, attento lettore di Gide e di Camus.

Il libro indulge in una torrenziale quantità di dettagli, soprattutto quando l’autore descrive i luoghi e la fauna del Pantanal, la più grande zona umida del mondo, un’immensa pianura alluvionale soggetta a inondazioni periodiche. In questo scenario i personaggi vengono condannati ad affogare nel sudore di un’afa instancabile, senza possibilità di redenzione.

Mato Grosso” è un romanzo di grande intensità. Ian Manook conosce le parole per raccontarlo con un linguaggio forbito e viscerale, usando il suo sguardo introspettivo e il suo guizzo ironico.

Un’ottima riconferma.

 

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