‘Una storia ungherese’ di Margherita Loy (Edizioni di Atlantide)

Risultati immagini per ‘Una storia ungherese’ di Margherita LoyRecensione di Nuela Celli

1 gennaio 1945: una ragazzina, sotto il frastuono dei bombardamenti, inizia a scrivere un diario che sarà la sua salvezza e la sua forza, un’ancora per non soccombere alla disperazione. Con la mamma, il fratello e la fidanzata, insieme all’inseparabile cane Maxi, hanno appena deciso di lasciare l’appartamento e di scendere definitivamente in un rifugio comune, nella cantina del palazzo in cui vivono.

La guerra infuria nella sua fase finale, a Buda tutto brucia e crolla, si muore di bombe, mitragliatrici, fame e malattie infettive. I tedeschi non vogliono arrendersi, anche se tutto è perduto, e, dopo aver perseguitato e ucciso milioni di persone, cercano di resistere all’arrivo dell’armata russa.

Centellinando la carta e l’olio per la lampada, nel suo diario Kinga troverà il conforto dei ricordi, ricostruendo tutta la sua vita famigliare, dagli anni vissuti insieme al papà italiano, un pittore dolce ed entusiasta, che un giorno se ne va per sempre non sopportando più la durezza della moglie, a quelli successivi, spesi nella tenuta dell’amata nonna Oma e nel castello di Zsurk, dove, oltre a scoprire il volto tenero di una donna apparentemente severa, la protagonista troverà un grande e controverso amore. Un amore che nell’evolversi degli anni, con una verità impressionante, acquisterà significati e volti diversi, ogni volta osservato con le lenti deformanti delle vicissitudini che si susseguono.

L’autrice (che è nata a Roma e vive a Lucca), con uno stile netto, vivido e semplice, come può essere lo sguardo di una ragazzina alle prese con eventi enormi, sfiancata dalla paura e dalla fame, con un ritmo incalzante e una perfezione cesellata delle frasi e delle parole (incredibile pensare che questo sia un esordio narrativo), ci introduce nel mondo dell’umanità offesa, nell’incubo della guerra, che rovescia ogni sentire umano e rende l’intollerabile normale e l’inconcepibile (uccidere persone che non si sono mai conosciute) la quotidianità.

In questo tentativo di sopravvivere, nella cantina-rifugio, sotto le bombe e tra i saccheggi, poi sul ponte temporaneo issato tra Buda e Pest, quindi in un collegio e poi sul treno con altri profughi, tra malattie, lutti e una enorme capacità di adattamento, il diario sarà per Kinga un grande appiglio per non scivolare nell’inedia e nella rassegnazione, una salvezza ma anche un grande tesoro da conservare gelosamente negli anni venturi, un fiume di parole che giungeranno a noi così vere e fresche, vibranti, da riuscire ad animare con emozioni, riflessioni di grande saggezza, colori e odori, degli avvenimenti che nei libri storici appaiono sempre troppo opachi, quasi astratti.

Ed ecco una riflessione della protagonista sulla fortuna e sul caso, da cui dipende, soprattutto in guerra, la morte o la vita di chiunque:

“Penso a quei gesti, quelle decisioni che si prendono continuamente nel corso di una vita e a un certo punto si rivelano cruciali. Per esempio, la lingua slovacca: Oma, nata nel castello di Skiczo, in Slovacchia, aveva parlato a mia madre, fin da bambina, nella propria lingua madre. Lo slovacco si sta rivelando sempre più una carta preziosa con gli occupanti russi. Così come l’italiano: papà ha voluto che almeno io lo imparassi alla perfezione; questo mi ha permesso di scrivere questo diario senza paura che qualcuno lo leggesse. Oma mi ha donato la penna che utilizzo per scrivere e questo, oltre ad avermi salvato dalla paura e dalla fame, fa sì che i russi mi rispettino.

Il ricordo del castello mi ha dato coraggio e, a tratti, felicità. Se ci siamo salvati, fino ad ora, è anche grazie a scelte che ha compiuto, inconsapevolmente, qualcuno dei nostri cari. Siamo vivi anche per semplici coincidenze.”

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Incredibile quanto suonino attuali alcune riflessioni di questa coraggiosa ragazzina che si stupisce di come i russi, conquistata Buda e fatto scappare i tedeschi, siano selvaggi e prendano tutto ciò che vogliono, violentando e uccidendo, ma che per il fatto di vederla di scrivere, tra l’altro in una lingua che non conoscono, la rispettino e addirittura evitino di disturbarla.

Kinga non accetta, riflettendo sulla rovina e sulla morte apportate dalla guerra, che molti ungheresi abbiano scelto di seguire Hitler pensando così di trarne dei vantaggi (riconquistando per esempio la Transilvania) e di come, da un giorno all’altro, normali cittadini tanto a modo si siano messi a picchiare e perseguitare, e a volte uccidere, altri cittadini con cui avevano convissuto in modo sereno fino a poco prima, soltanto per il fatto che siano ebrei e che questo sia diventato un reato.

Scrive Kinga: “Mi chiedo: ma quando si ammazza una persona, si riesce a immaginare la grandezza della sua vita? Quanti sogni, paure, pensieri, progetti, parole, simili alle nostre, vengono annientate? Quanti legami e ricordi?

Io scrivo perché, se muoio, almeno i miei ricordi e le mie speranze avranno lasciato una traccia, un segno.”

Una ferocia dell’uomo normale, del comune cittadino, che fa vacillare la fiducia nel prossimo e getterà ombre anche sul suo amato fratello.

A spiccare, tra il grigio e il sudicio delle giornate passate stipata nella cantina, sono i ricordi della vita rurale, nel castello della nonna, figura affascinante e piena di vita, quando ancora il mondo appariva ingenuo e la patria e le bandiere erano simboli pieni di promesse e di vita, poi i primi moti del cuore, una lontana giornata al lago con lui, Gyalma, ebreo, un amore sospeso tra sogno, realtà e contraddizioni tipiche dell’adolescenza.

Dal passato riemergerà la chiave per affrontare il futuro e i colori, come sempre dopo il buio e le tempeste, torneranno a stordire il mondo di bellezza, ma il diario di Kinga rimarrà, tesoro da custodire, il filo sottile che lega l’umanità anche nei suoi peggiori momenti, quando tutto sembra crollare, quando l’uomo mostra il peggio di sé, una voce flebile capace di testimoniare ingenuità e purezza nell’acme dell’oscurità.

Questo romanzo, dalla prosa elegante e ritmica, ha una vitalità e una freschezza tipiche dell’adolescenza, riuscendo a farci rivivere in modo così esatto, circostanziato e realistico la storia, da essere perfetto anche come lettura scolastica. Sarebbe da proporre in ogni scuola come testo narrativo, dalla secondaria di primo grado fino alle superiori, per non dimenticare, per comprendere, per non cadere nell’insofferenza verso il diverso e non cedere alla malia dei muri e delle distanze, per ripercorrere con suspense e tanta umanità quello che la storia sa insegnare in maniera straordinaria. 

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