Dentro la pausa di una musica jazz, di Annalisa Frontalini (Di Felice Edizioni)

Recensione di Raffaella Tamba

Probabilmente Wagner, che riteneva l’opera lirica non semplicemente una musica su un libretto destinata ad essere rappresentata in un teatro, ma un insieme di parole-note-dramma omogeneamente generato dal poeta-musicista, avrebbe apprezzato la dote di Annalisa Frontalini di concepire e trasmettere emozioni profonde in modo trasversale alla poesia, all’immagine e al suono: questo suo primo libro è una simbiosi di espressioni artistiche che seduce il lettore nel profondo di se stesso, facendogli ricordare che la vita non è solo ciò che facciamo, ma anche ciò che abbiamo il coraggio di fermarci ad ascoltare con la nostra parte istintiva, quella che lasciamo quotidianamente dormire dentro di noi, perché inutile nelle incombenze di ogni giorno del lavoro, della casa, della famiglia, della vita sociale.

Annalisa ci offre una pausa, addirittura una pausa di una musica jazz, che per sua natura è molto difficile da individuare, perché il jazz è virtuosismo musicale in evoluzione continua, inarrestabile. Ma lei ci riesce: grazie a versi potentemente evocativi, riesce rallentare il continuum dinamico e frenetico della vita, isolando una storia d’amore, percepita nella miriade delle sue sfumature lessicali, visive, sonore.

Questo percorso Dentro la pausa di una musica jazz diventa così un breve romanzo in versi che ricorda le canzoni dei trovatori medievali, il cui accompagnamento musicale lieve e monodico sosteneva i languidi racconti d’amore.

Pagina dopo pagina, le “parole illuminate da scatti preziosi” (le suggestive fotografie di Paolo Soriani) ricamano una storia d’amore completa, a partire dal primo incontro: “Arrivi in un giorno qualunque, pratolina tra pietre roventi (…) Arrivi come un raggio di luce tra gli scuri e prendi il mio silenzio stanco per poggiarlo sulla tua bocca guaritrice”. Serenamente struggente è la descrizione dell’innamoramento: “Onda alla riva vengo a te, falena alla luce incendiata dalle tue parole con addosso un sorriso vengo a te. La ragione ha perso. E il cuore, porta socchiusa è muta speranza che le parole prendano forma in verdi germogli”.

I primi contatti con l’amato sembrano schiudere una primavera di sentimenti nuovi: “Bevo il tuo respiro a piccoli sorsi e mordicchio le tue parole come mela matura”. L’autrice gioca efficacemente con le metafore e le allegorie, in particolare collegate a frutti e colori, sfruttandone l’effetto sensoriale legato al gusto, al tatto, al profumo: “E quando mi baci ciliegia e peperoncino e zenzero e cioccolata, e si mischia il sapore della tua vita al gusto della mia”.

Il romanzo poetico prosegue con un periodo di turbamento: l’indecisione ed il timore di non essere capita fino in fondo: “– Sei mia – hai detto. Chiudo gli occhi stanchi. Non avevi capito che sono solo di chi nel verde sfocato dell’univoco respiro svela a se stesso il proprio segreto. A piedi scalzi mi allontano”. Poi ancora il ripensamento, il rimorso (“Troppo tempo passato a pensare che fossi io a non capire e poi scoprire che invece era proprio così, solo rumore”), la sensazione di stordimento portata dalla solitudine che Annalisa rende con aggettivi di grande portata semantica: “sgangherata”, “sgualcita”, “stropicciata”, fino al superamento dell’incertezza e alla sublimazione della paura che diventa nella visione della scrittrice, un mezzo per andare avanti: “Nei tuoi occhi mi vedo e non fuggo, le tue lacrime hanno terso i miei errori e il mio dolore. Nel silenzio affondo e colano via le rosse paure”. È come se fosse la paura stessa a generare il coraggio, l’iniziativa, la riconciliazione: “La paura è necessaria, è il tratto stretto che conduce alla meta”.

Alla fine Annalisa ringrazia il lettore per il tempo che le ha dedicato, sperando che quel tempo gli sia servito a sentirsi meno solo. È così: leggendo questo breve, intenso romanzo in versi ci si sente meno soli perché si ritrova qualcosa di sé che si era perduto, l’innocenza infantile dell’apertura totale alle emozioni più varie.

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