Salvare le ossa di JESMYN WARD (NN Editore)

Recensione di Silvia Di Giacomo

Tutti coloro che hanno subito la perdita della propria madre sanno che quel lutto segna, nella vita, un prima e un dopo. Quanto più si era piccoli o giovani tanto più questo confine è profondo.

Jesmyn Ward analizza il dolore della perdita, lo smarrimento della mancanza di punti di riferimento, la delicatezza della cura tra fratelli – che cerca di recuperare l’affettività persa e di cauterizzare la ferita del cordoglio- la desolazione dei ricordi che svaniscono e contemporaneamente la violenza dei suoni e degli odori che irrompono nella memoria.

In questo splendido romanzo, ambientato a Bois Savage in Mississippi, Jesmyn Ward narra i giorni che precedono l’arrivo dell’uragano Katrina e come la famiglia Claude e il resto della comunità afroamericana tentino di prepararsi alla potenza distruttrice della natura.

La famiglia, composta da quattro figli e dal padre – la signora Claude è morta sette anni prima dando alla luce Junior -vive in un avvallamento chiamato la Fossa.
La Fossa è una ambiente desolato, assolato, secco, duro, popolato di rottami, vasche arrugginite, carcasse di automobili e vecchi elettrodomestici. Nell’aria spesso l’odore acre dei rifiuti bruciati lungo un canale.
Esch, la protagonista, ha quindici anni, riccioli a spirale neri, folti come manciate di corda filante, naso largo, pelle scura, struttura esile, come la sua mamma.

Scopre di essere incinta di Manny, l’amico diciannovenne del fratello maggiore.

Randall ha diciassette anni e si trova, suo malgrado, a sostituire il padre – alcolizzato, indurito ed emotivamente distante – nell’accudimento dei fratelli.

Skeetah è un sedicenne asociale, schivo, che dedica tutta la propria affettività al suo pitbull da combattimento, China, che ha partorito i primi cuccioli.

Junior vive attaccato al collo e alla gamba di Randall. Amato dai fratelli, accudito da questi come meglio possono, è l’unico a non aver conosciuto le carezze della madre, a non aver goduto del cibo cucinato pronto sulla tavola, a non aver dormito su biancheria pulita, a non averla vista sventolare al sole.

Junior è l’unico a non avvertire quel passaggio doloroso che ha trasformato la famiglia, la casa e la Fossa stessa.

L’autrice padroneggia un linguaggio raffinato, descrizioni che alternano la crudezza del presente alla dolcezza del passato. Si concentra su immagini forti, disturbanti, violente, come i combattimenti tra cani, poi regala l’emozione di uno sguardo rispettoso di Skeetah sulla pancia appena pronunciata della sorella. Nel non detto c’è tutto l’amore fraterno che stupisce e destabilizza il lettore che si è appena trovato ad assistere a una scena terribile in cui a China, nella lotta, viene strappata una mammella.

Questo è uno dei tanti esempi di come la narrazione contrapponga esperienze estreme e sentimenti opposti, in una costruzione narrativa che non concede respiro alla tensione emotiva del lettore.

I richiami alla mitologia classica allontanano, inoltre, la storia dal contingente per darle un valore oltre il tempo.

Così, dopo l’attesa, Katrina arriva e, come Medea, si rivela madre capace di dare la vita, ma anche la distruzione. Essendo la natura pur sempre creatrice, dalle acque dell’uragano rinascerà una nuova consapevolezza, che svelerà i segreti e ricucirà il filo strappato della famiglia dal grande lutto di sette anni prima.

Se, prima che Katrina sconvolgesse la Fossa, Esch ricorda le parole della madre “Il gallo se ne va per i fatti suoi, ad attaccare briga da qualche parte. Ma la Mamma, la mamma c’è sempre“, dopo sarà un amico di Randall a riabilitare la figura paterna. Il bambino che la ragazzina porta in grembo non avrà l’amore del padre biologico, che si rifiuta di prendersi le proprie responsabilità, ma avrà molti padri.

Jesmyn Ward ci ha regalato un romanzo intenso, forte e commovente che attraversa gli abissi e mostra le diverse forme di amore e di legami che ogni volta rinascono dalla polvere del lutto e della sofferenza.

 

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