“Il giorno che non c’è” di Carla Dolazza (Solfanelli)

Recensione di Raffaella Tamba

L’autrice, Carla Dolazza (nella foto, sotto), laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne con specializzazione in Letteratura anglo-americana, dedica questo romanzo di struggente introspezione psicologica a due città che conosce e ama profondamente: Roma e Adelaide, portando alcuni dei propri protagonisti, australiani, a contatto con la capitale italiana. Da vicende umane complesse che ne mettono a prova la resilienza, sono soprattutto le figure femminili della storia a cogliere il fascino e la spinta di risalita psicologica che questa città mette a disposizione.

Una cornice concentrica conduce la narrazione: dal cerchio più esterno costituito dal presente degli anni 2000, si passa a quelli interni con oscillazioni tra un decennio e un altro per tracciare la vita di due generazioni. Va reso atto all’autrice del suo ammirevole talento nel padroneggiare questa tecnica complessa: il lettore segue le vicende dei personaggi nei passaggi dagli anni ’50 ai decenni successivi in un intreccio continuo che non confonde, anzi, semplifica la comprensione degli eventi che hanno influito su di loro.

Isabel, madre di sei figli e moglie di Joseph, ha dedicato interamente la propria esistenza alla famiglia. La sua scelta di sacrificare se stessa per tutta l’infanzia dei figli, viene messa continuamente in discussione dall’amica francese Babette, affascinante, effervescente, in lotta contro il tempo che vuole toglierle bellezza e giovinezza. Ogni donna di oggi che abbia dei figli si ritroverebbe facilmente nella figura di Isabel, in un bivio quotidiano tra proseguire una vita in cui le esigenze famigliari prevalgono sulle proprie e volersi ritagliare un proprio spazio alternativo che salvi la sua personalità, le sue aspirazioni, il suo bisogno di non perdere se stessa. All’amica che le grida di uscire da quella sua personalità rigida e uguale, Isabel risponde: “Non mi faccio tentare non solo da ciò che non può avere posto nella mia realtà ma anche da ciò che, se pure in pure in preda a un momento di follia afferrassi e me ne lasciassi trascinare e portare via, mi farebbe del male, mi infetterebbe di un morbo senza cura, quello della colpa”.

La sicurezza con cui Isabel porta avanti la sua scelta di vita è messa a dura prova dal carattere sanguigno del marito che pur profondamente innamorato di lei e dei figli, subisce la forza distruttiva delle preoccupazioni economiche che minano la stabilità della propria famiglia: incapace di controllare e dirigere la propria disperazione, quando non riesce a soffocarla in silenzi amari che oscurano l’atmosfera familiare, la lascia fuoriuscire come violenza sui figli. Tutti una volta o l’altra ne fanno le spese, subiscono i suoi attacchi fisici, sopportando umiliazione personale e nello stesso tempo dolore per la consapevolezza della sofferenza del padre.

Unica figlia femmina, Jazz, sviluppa la propria personalità in un cammino di formazione pre- e adolescenziale timido, silenzioso, introspettivo. La forte ma sofferta resistenza quotidiana della madre, capace di non perdere la dolcezza e disponibilità nei loro confronti nonostante le prove alle quali è sottoposta, le insegna a guardare più dentro che fuori di sé: non si lascia prendere da una realtà esterna che sente non interessante. Il suo soggiorno a Parigi, ospite di Babette che un po’ egoisticamente e un po’ generosamente l’ha voluta con sé per farle conoscere il fascino della capitale francese, la mette così a contatto con quella realtà a lei così estranea. Jazz ne è affascinata, ma non conquistata: il suo legame con la propria famiglia, il senso di sicurezza che le viene da uno stile di vita racchiuso nel cerchio familiare noto, amorevole e fedele, sono più forti delle tentazioni di indipendenza e autoaffermazione.

Come Jazz, prigioniero di uno schema di vita predefinito è anche uno dei fratelli, Blake, la figura più tormentata e debole del romanzo, che sembra aver assorbito fin dall’infanzia tutta la disperazione e lo struggimento che aleggiava intorno a sé: mentre il padre e la madre, a fatica riuscivano prima poi a scacciarlo e ritrovare fiducia e serenità interiore, Blake affonda sempre di più in quella palude di dolore che ha rivestito come una tappezzeria tutti i muri della sua vita.

Diversamente da Isabel, Blake e Jazz che restano permeati da una luce soffusa di tristezza e rassegnazione, nonostante sprazzi più o meno frequenti di serenità ed ottimismo, gli altri figli maschi, sono riusciti a conciliare le due prospettive tra le quali i primi avevano dovuto e voluto sceglierne una sola: per loro infatti il legame familiare, l’intreccio di sentimenti profondi nutriti da una natura sensibile, rimane un rivestimento superiore che non impedisce lo sviluppo delle loro personalità, anzi, lo favorisce con la sicurezza e la forza della fiducia.

La prosa della Dolazza è delicata, fine, ricca di immagini toccanti indimenticabili: sono soprattutto i giochi di luce nelle loro infinite manifestazioni colte dai personaggi che vi collegano il proprio stato d’animo, a rappresentare il tocco originale di questo testo. La luce calda del primo tramonto attraverso il finestrino dell’autobus di Roma, che riempie Isabel di una felicità quasi impalpabile, “Una luce che parte da dentro e spazza via l’ingombro di ciò che pesa, lasciando sovrana la leggerezza” e la luce ovattata e fredda del primo gennaio, il giorno che non c’è, quel giorno che, prima ancora di poter manifestare il bocciolo del nuovo anno, con il profumo delle aspettative di tutto quello che verrà, mantiene il grigiore e l’aria venefica del senso di fine e di perdita dell’anno che si è concluso: “il cielo era quasi bianco, compatto come una coperta uniforme schermava il sole e impediva ai suoni di entrare. Il silenzio circostante si manifestava in uno strano fastidio, un indecifrabile, muto elemento di disturbo”.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in recensioni e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...