“L’animale femmina” di Emanuela Canepa (Einaudi, Stile Libero Big)

Cover L'animale femmina Verri blogRecensione di Silvia Di Giacomo

Si può scrivere un romanzo che parli di dominazione psicologica, manipolazione, amori extraconiugali e di una grande passione omosessuale senza mai essere banali, con rispetto, eleganza e attenzione ai risvolti psicologici, sfuggendo la tentazione di sposare uno stereotipo o un giudizio?
Emanuela Canepa con il suo L’animale femmina ci ha dimostrato di sì. E ce lo ha dimostrato con una sapiente raffinatezza, un’intelligenza rara e una scrittura autoriale che non può che lasciare il lettore ammirato e talvolta emozionato.

Rosita Mulè ha ventisette anni e, dopo essere fuggita da un piccolo paese del profondo meridione e da una madre oppressiva, vive a Padova. Le difficoltà economiche l’hanno costretta a rallentare gli studi in medicina, trovandosi di molti anni fuori corso. E’ prigioniera di un lavoro che odia in un supermercato ed è costretta a rincorrere le emergenze senza poter pianificare il proprio futuro.

Tutto cambia grazie all’incontro con l’avvocato Ludovico Lepore che le offre un posto come segretaria nel suo storico studio. Gli orari e il compenso permettono a Rosita di riprendere in mano la propria vita. Presto però la ragazza scopre che tutto ha un prezzo e  che il conto cui le viene chiesto di far fronte è molto alto. Quanto è disposta a mettere in gioco? Quanto della propria natura è disposta a modificare per realizzarsi?

Rosita Mulè è una donna ancora alla ricerca di se stessa, con un’unica certezza: nulla la convincerà mai a ritornare nel suo paese di origine e a ritrovarsi sotto l’ala protettiva e asfissiante della madre.

Rosita non è una che alza la voce, odia il contraddittorio e si trova a mandare giù la rabbia insieme al cibo, intossicandosi il sonno e la digestione.
E’ abituata a subire le attenzioni di una madre incapace di ascoltare e di considerare positivi modelli femminili diversi da quello che lei stessa ha dovuto adattarsi a incarnare.
Rosita ha una relazione sentimentale con un uomo sposato, Maurizio.
Maurizio è la sua scialuppa per non affogare, l’espressione del suo bisogno di accudire, il velo sotto cui nascondere il suo stesso desiderio di essere accudita. Lei, che si adatta al contenitore della solitudine come fosse un liquido, sa che in quella frequentazione occasionale, sfuggente, da ricostruire a ogni incontro, si nascondono le debolezze di chi non è amato e di chi vive cercando un’approvazione che da bambina troppe volte le è stata negata.

Ludovico Lepore è un uomo anziano, malato, solo, incattivito dalla vita, manipolatore e abituato a stereotipare il femminile. Abusa e gode del potere che gli permette di usare gli altri.
Ma ha anche un grande segreto, intriso di rimpianto e dolore: l’ amore giovanile per Giulio. La grande passione che li legava è finita con l’arrivo dell’età adulta sotto il peso delle imposizioni alto borghesi del mondo da cui i due uomini provengono.
A distanza di tanti anni resta una statuetta, un simbolo, cui aggrapparsi per non dimenticare di essere stato umano e di aver provato amore, passione e gioia.

Ludovico Lepore e Rosita Mulè sono due personaggi perfettamente sviluppati, tridimensionali, sfaccettati, le cui vite si intrecciano.
Intorno altre figure minori che comunque mai sono trattate come stereotipi. Le pagine trasudano dell’ orgoglio di una badante delusa, del modello finalmente positivo di una madre – Dina, la collega di Rosita al supermercato – amorevole, accogliente, una che non confonde l’istinto materno con l’mpulso a colonizzare gli spazi interiori dei figli, del bisogno di rivalsa di una giovane avvocatessa ferita, che ha imparato a proteggersi dietro una corazza fatta di abiti eleganti e di trucco deciso.

Emanuela Canepa si muove con maestria tra la narrazione in prima persona, affidata a Rosita e quella in terza, in cui è raccontata la vita di Ludovico e del suo sentimento per Giulio.
L’amore tra i due giovani è forte, denso, a tratti tragico e a tratti intriso di una dolcezza virile che toglie il fiato. Le immagini perfette e curate nei dettagli di una carezza, di un tocco, di un bacio- pur nella scelta di non mostrare mai l’intimità dei due personaggi – sono cariche di tensione erotica. Una limpidezza espressiva che ricorda la bellezza e l’eleganza delle immagini del film A single man di Tom Ford.

L’animale femmina è un romanzo in cui il lettore può vedere lo specchio dei propri abissi, riconoscere le cicatrici  di modelli educativi rigidi e anaffettivi o la grande risorsa di affetti famigliari solidi e rispettosi. Una narrazione che tocca gli aspetti più profondi dell’uomo con un rispetto tanto raro da diventare prezioso. Un invito a entrare nella vita degli altri con delicatezza, scevri da pregiudizi e semplificazioni.

Personalmente non posso che attendere la prossima opera di questa raffinata autrice.

 

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