“Drammi quotidiani” di Paolo Panzacchi (Pendragon, collana Glam)

Nessun testo alternativo automatico disponibile.Recensione di Claudio Guerra

Sono passati più di quarant’anni da quando il genio di Paolo Villaggio, esacerbando nei suoi personaggi le caratteristiche più infime che percepiva anche dentro di sé, portò nell’immaginario collettivo e nel parlato comune il concetto di “fantozziano”.

Oggi, in un XXI secolo che ci vuole costantemente attivi, anche solo nell’atto di apparire, Paolo Panzacchi declina il suo paradigma dell’essere fantozziano nei tempi moderni. Lasciata sullo scaffale del supermercato la bottiglia di Peroni formato famiglia per prendere invece quella di “prosecchino”. Abbandonate pure le velleità di continuare a essere un travet, al quale basti restare mimetizzato nel sottobosco di quelli che non fanno nulla o non sanno fare nulla, purché ci si adoperi nel compiacere il Potente in tutte le sue forme e declinazioni. In questi tempi moderni bisogna sempre essere leoni: da tastiera o rampanti, ma comunque disposti a spiccare il salto nel cerchio infuocato anche solo al comparire della frusta nella mano di chi è legittimato a detenerla.

Francesco Garelli è un pubblicitario, lavora in una grande agenzia e per clienti famosi, che lo sono anche per merito suo e dei suoi colleghi. Ha una moglie, Giulia, e una figlia di tre anni, Elena. La sua caratteristica principale è però quella di non essere padrone della propria vita. Un po’ appartiene al suo titolare, il Pucci, ridicolo per quanto possano esserlo i padroni guardati dal basso, ma che restano pur sempre padroni fintanto che hanno il libretto degli assegni dalla parte della penna. Un po’ alla moglie, donna in carriera bella e intelligente, alla quale risulta ogni giorno più incomprensibile il perché si sia legata a questo omuncolo fin dai tempi remotissimi della scuola. Un po’ alla figlia, che ha già imparato a strumentalizzare e a mettere i piedi in testa a questo ometto del tutto indegno di rispetto.

Improvvisamente accade l’inaspettato: il Garelli partorisce l’idea per una campagna pubblicitaria che fa innamorare il “Supermegaclientegalattico”. In realtà si tratta una cosetta buttata lì per prendere in giro la multinazionale in questione, ma a lui vengono male solo le cose fatte con intenzione. La sua vita aziendale cambia come dal giorno alla notte, diviene l’eroe del Pucci e dei colleghi. Parallelamente, alla moglie, nella boccia di vetro piena di squali nella quale lavora, le cose hanno cominciato ad andare male. Non è più quella alla quale vengono affidati i clienti migliori. Con il primo non aveva quasi dato peso, ma anche quello per il quale stava affilando gli artigli viene dirottato sulla collega che già le aveva soffiato l’altro. Solo per Elena, dall’alto dei suoi tre anni, tutto resta immutato e il suo papà rimane uno zerbino tale e quale a prima.

Da qui non ci resta che stare a guardare come il nostro Garelli riuscirà a vacillare sul predellino di quel treno che dicono passi una sola volta nella vita, ricordando pure tutti gli altri treni che erano passati per la sua stazione e sui quali altri avevano deciso che non dovesse salire. Che poi dove porti questo treno è proprio ancora tutto da vedere.

Paolo Panzacchi si prende con questo romanzo una breve una parentesi gaiamente primaverile nella sua produzione noir, con la quale ci aspetterà nuovamente nelle librerie al cadere dell’autunno. Un ringraziamento da parte di un lettore a chi l’ha sobillato a mettere carne, buona carne, sui suoi eponimi post social, aventi per hashtag proprio #drammiquotidiani.

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