“Ombre di vetro. Bologna non muore mai” di Fabio Mundadori (Damster)

Risultati immagini per Ombre di vetro. Bologna non uccide di Fabio MundadoriRecensione di Claudio Guerra

Ci sono molti modi per giocare al difficile gioco del thriller. Questa partita, la seconda in cui Fabio Mundadori chiama in campo l’oramai ex commissario Cesare Naldi, è una di quelle giocate a carte scoperte. Cioè una di quelle in cui l’ibridazione con il giallo, il cinema e il fumetto sono più evidenti: l’autore vi mostra rapidamente tutte le carte che ha intenzione di buttare sul tavolo, le più importanti almeno, sfidandovi implicitamente a capire come, quando e perché saranno giocate. Sta all’abilità della sua mano il confondervi, il compiacervi o lo stupirvi.

La storia si svolge intrecciando molte vicende che avvengono a circa trent’anni di distanza. C’è un serial killer che a Bologna si accanisce contro le donne in attesa di un bambino. Le rapisce, asporta il feto dal loro ventre e le uccide con una pugnalata al cuore. Ne fa poi ritrovare il cadavere così scempiato, accompagnandolo con un bigliettino in cui riporta una specie di filastrocca, battuta con una macchina da scrivere Lettera 22: Qualcosa di regalato, qualcosa di smarrito, qualcosa che non sarà mai restituito”. Difficile capire quale di queste cose siano la vita del bambino che non nascerà, la vita di quella che ne sarebbe stata madre o l’oggetto di una coppia che scompare fra quelli indossati dal cadavere. Un orecchino, una calza, una scarpa o un guanto.

Questo accadeva nel 1986 e Naldi sentiva di essere arrivato a un passo dall’acciuffare questo feroce assassino. Anzi, credeva proprio di avergli messo addosso le mani. Le sue indagini erano state però tarpate dal solito intervento dall’alto contro i suoi metodi poco ortodossi. Poi però “Mammana”, come era stato chiamato per via delle future madri che sceglieva come vittime e che contestualmente al privarle della loro vita faceva anche abortire, il mostro smette di colpire e il ricordo e la paura lentamente si spegne.

Arriviamo ai giorni nostri e Cesare Naldi non è più in polizia, radiato per usato una volta di troppo i suoi metodi poco ortodossi. Non ha più neanche quel superpotere, la “cognizione notturna”, che lo privava del sonno e gli ossessionava il cervello rendendolo iperattivo, fissandolo inconsciamente nella ricerca dei particolari apparentemente più insignificanti, decisivi invece nel districarsi in casi altrimenti irrisolvibili. Un ricordo del trauma per quella notte passata sotto le macerie della stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980, il giorno dell’attentato. Tutta la sua storia è raccontata nel precedente romanzo, “L’altra metà della notte. Bologna non uccide”.

Probabilmente questa guarigione è dovuta al suo non essere più un lupo solitario, al trovarsi accanto finalmente qualcuno. La giovane collega Cristina Colombo, anche lei reduce da quelle peripezie e complice in quelle indagini non convenzionali, che ha deciso poi di seguirlo nella vita e nel lavoro, rinunciando alla divisa senza esserne stata obbligata. Insieme hanno fondato un’agenzia di investigazioni private.

Inaspettatamente quell’intangibile e feroce fantasma, “Mammana”, si ripresenta consegnando alle prime pagine dei giornali i cadaveri di due madri mancate, sventrate e private anche della vita che si andava formando nel loro grembo. Questo riporta a Naldi anche la sua sfibrante “cognizione”, questa volta non più relegata alle sole ore dopo il crepuscolo.

La polizia, come si suol dire, brancola nel buio. C’è però una vice questore “illuminata” che vorrebbe richiamare in gioco l’ex collega, colpito però dalla “damnatio memoriae” della dirigenza, il quale si ritrova d’altro canto già coinvolto nel caso, suo malgrado, partendo da altre direzioni. Comincia così una caccia forsennata in cui si perde rapidamente la direzione del fronte nel quale si combatte. Se si è ancora cacciatori o se si è divenuti improvvisamente prede.

Fino al punto finale, sul fondo dell’ultima pagina, dove una soluzione deve essere trovata. Senza garanzie per nessuno.

Come accennavo all’inizio, Mundadori è uno che col thriller ci gioca, e bene, per il suo e per il nostro divertimento. Sa costruire storie che anestetizzano rapidamente l’incredulità del lettore, grazie ad un uso cinematografico dei ritmi narrativi e dei dialoghi. Lettore che, lasciandosi alle spalle le reticenze che una storia che si preannuncia così dura può sollevare, comincia a contare le pagine dalla numero uno. Passa alla seconda, ma la terza è già invece la prima cifra della numero 300. In mezzo c’è stato tutto quell’incubo che è però stato piacevole sognare.

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Una risposta a “Ombre di vetro. Bologna non muore mai” di Fabio Mundadori (Damster)

  1. patrizia debicke ha detto:

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