Auður Ava Ólafsdóttir, HOTEL SILENCE (2018) Torino, Einaudi

Hotel SilenceRecensione di Piera Carroli

Trad. di Stefano Rosatti. Titolo originale Őr.

Dedicato a tutte le vittime sconosciute: infermiere, insegnanti, baristi, poeti, scolaretti, bibliotecari ed elettricisti.

…. in maggio uno a chi può sparare, se non a se stesso?… (Hotel Silence, p. 13)

Ho ‘conosciuto’ questa scrittora finlandese ascolando la sua intervista su Radio TRE (10 aprile 2018, http://www.biancamano2.it). Mi hanno subito colpito le sue percezioni della scrittura, del silenzio, della violenza, del dolore, della morte. Mi sono precipitata in biblioteca e vi ho trovato tutti i suoi libri, i più famosi sono Rosa Candida e La donna è un’isola. I miei preferiti: L’eccezione e Hotel Silence con il quale Audur ha vinto l’Icelandic Literature Prize. Il romanzo è anche stato eletto Libro dell’anno 2016 dai librai islandesi ed è ora nella cinquina finalista del Premio Strega Europeo 2018. Audur ha studiato storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda.

Tutti i romanzi di Audur hanno un impianto ‘classico’: protagonista in crisi, un viaggio in un paese lontano (mai nominato), incontri\scontri con realtà diverse, ripensamenti sulla vita, sulle proprie convinzioni, sul presente e sul futuro. Semplice? Così pare…:

“Audur Olafsdottir ha scritto il suo romanzo più bello, il più essenziale, tenero e ironico. Un libro che è un segno di pace, una stretta di mano laica che ci riavvicina a quanto di umano dentro di noi resiste agli orrori del mondo” (Quarta di copertina).

Il protagonista Jonas, 49 anni e un talento per riparare le cose, decide di recarsi all’estero per suicidarsi in seguito a una rivelazione che gli sconvolge la vita. Non volendo che la figlia scopra il suo corpo straziato, decide di andare ad uccidersi lontano da casa. Sceglie un paese che, come lui, è disseminato di ferite e mine, perché è appena uscito da uscito da una feroce guerra civile. Un paese non Risultati immagini per Auður Ava Ólafsdóttircosì lontano dall’Italia, che mi pare di riconoscere, dalle descrizioni e dai miei viaggi, ma che potrebbe essere qualsiasi luogo massacrato dall’odio, dalla tortura, dalla morte – ferite che non si cicatrizzano certo nel giro di una né due generazioni.

“Il corpo è uno spazio aperto, un campo di battaglia ei conflitti” (Julia Kristeva) [citazione dopo la dedica]

Il libro difatti è suddiviso in due parti, la prima intitolata “Carne”, la seconda “Cicatrici” e da un Prologo dal diario del protagonista – un salto avanti nel tempo e nella storia. Il diario ritrovato di Jonas -giovane invece fornisce al lettore la storia del personaggio centrale maschile. Perchè in effetti protagonista in questo romanzo è la pelle, il corpo, la sua capacità di cicatrizzarsi, o no. Il romanzo è difatti disseminato di citazioni mediche che servono a porre distanza da ferite interiori insanabili e capacità fisiche di rimarginarsi inimmaginabili.

“Dopo una guerra tutto è in vendita” dice il gestore, fratello di Maì – personaggio femminile guerrero di forte spessore esistenziale – per fortuna però non tutti sono in vendita. Magari può arrivare uno straniero con una cassetta degli attrezzi ad aiutare a ricostruire dalle ceneri una terra e i suoi abitanti, perlomeno alcuni. Il piccolo Adam – i nomi sono ovviamente simbolici – il quale all’arrivo di Jonas disegnava solo sangue e morte, rosso e nero e, anche grazie ai pacati e pratici insegnamenti dell’islandese, verso la fine vede il mondo a colori:

“Ha creato due persone, un piccolo uomo e una grande donna e le ha collocate sotto un sole verde. È il primo giorno del mondo” (p. 137).

A qualche lettore potranno sembrare troppo ottimiste o ingenue queste riflessioni del protagonista, ma chi ha vissuto traumi indicibili, o ha ascoltato i racconti di chi li ha subiti, non ha bisogno di cinismo, ha necessità invece di uno straniero che con i suoi ‘attrezzi’ contribuisce alla riparazione dell’Hotel Silence e nonsolo, e, a lavare la pelle e i fiumi dal sangue.

“La donna è il futuro dell’umanità” (p.188)

Maì, che riesce ancora a trovare un briciolo di speranza nelle stelle di notte, ha recuperato un edificio e, insieme ad altre sei donne l’hanno risistemato. Ci andranno ad abitare con i loro tre bambini.

Infine, sta a voi lettori immaginare se il viaggio intrapreso da Jonas l’abbia ‘salvato’.

Ecco alcune risposte di Audur a proposito della guerra, del viaggio, dell’Islanda e del rinnovo:

Il romanzo mette in scena quell’energia rinnovatrice che arriva quando smettiamo di essere «io» per diventare un «io» altro e nuovo.

L’Islanda è un’isola senza armi e l’ultima guerra vi è stata combattuta nel 1238, nella brughiera, con spade mezzo spuntate. Non c’è esercito né obbligo di leva, nemmeno la polizia gira armata. Al posto dell’esercito abbiamo le squadre di soccorso, composte da volontari non stipendiati che salvano i turisti smarriti, quelli che si perdono nelle nostre lande desolate.

Jónas significa «colomba» e Ebeneser «il premuroso» …..

Qui.

E qui.

 

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