“Il maresciallo indaga. Dieci casi per De Robertis” di Roberto de Luca (Pendragon, 2018)

Recensione di Patrizia Debicke      

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Con la bella e articolata prefazione di Luca Crovi  che apre loro affettuosamente la strada, i Dieci casi per il maresciallo De Robertis di Roberto de Luca, scorrono veloci accompagnati dal lieve cigolare della mountain bike del comandante in carica della caserma di Castello San Petronio (Nome di fantasia per un paesino, in provincia di Bologna). E a ben guardare potremmo definire la bicicletta del comandante il vero pensatoio delle indagini. Infatti, è proprio stando in sella che il Maresciallo maggiore De Robertis riesce spesso a concentrarsi e trovare la soluzione dei suoi casi più spinosi.                                                                                                                      Proprio di lui parliamo: di Luca De Robertis, che abbiamo già incontrato in Adrenalina di porco, in forza alla caserma di Castel San Petronio, ormai sulla cinquantina e che, nonostante sia sentimentalmente legato con Elisa, fedele compagna, separata e madre di due figli che vive a tre ore di macchina, non rifugge da qualche avventuretta galante.

Ma vediamo i racconti: sbarchi di immigrati con conseguente orrendo traffico di minori, un folle sequestratore maniaco del giallo, lucrosa vendita di organi umani, bische e strozzini che controllano anche scommesse su incontri clandestini di boxe all’ultimo sangue, baby gang,  uno stalking molto pericoloso, strane rapine alle Poste, terrorismo,  sfrenate baby squillo, violenze sessuali, reclutatori dell’Isis, escort…   Con per vetrina questo ampio e sordido miscuglio di marciume, l’autore ci racconta dieci povere storie marchiate dai quotidiani orrori che viviamo e ascoltiamo attraverso i notiziari. E  li racconta alla maniera del suo protagonista, il maresciallo Luca De Robertis, un brav’uomo che vorrebbe non usare mai la pistola e che, in ogni caso che affronta, vorrebbe trovare il lato umano e la possibilità della redenzione,  rifacendosi una vita. Un bravo sbirro che preferisce il suo istinto alla tecnologia, ma non rifugge dal servirsene se necessario e per sua fortuna dispone di collaboratori in gamba. Un bravo sbirro dicevo, che a modo suo spesso riesce a svelare le tante debolezze dell’attuale società che ci circonda, spesso e corrotta, ma anche indifesa di fronte a che è pronto a tutto pur di soddisfare la sete di denaro.

Nella raccolta di racconti di Roberto De Luca, troviamo la quotidianità della vita in una caserma di carabinieri, dove  tanto spesso giorno e notte si è al servizio dei cittadini, e  non la funambolica ed eccessiva inventiva di tante altre storie. Dove si viaggia, magari facendosi beccare dall’autovelox, su una Punto di servizio spesso a corto di benzina ma anche dove si condividono indimenticabili esperienze come i giornalieri turni nel cosiddetto “angolo cottura” della caserma tra De Robertis, una frana in cucina, la Maresciallo Falcone che offre invece spunti da acquolina in bocca del suo paese, l’anziano appuntato Prodigo che soprattutto mangia e lava i piatti e dove invece giganteggia l’arte culinaria dell’appuntato Apostolitano che sa anche usare bene l’informatica. E poi ci sono i diversi punti di vista con i superiori, conditi dalle scappatoie offerte dal sano pragmatismo e buon senso di De Robertis. E  Roberto De Luca (divertente lo scambio di poche sillabe tra il suo nome e cognome  e quelli del suo  Maresciallo), che il carabiniere lo fa di mestiere e tante delle cose che dice le ha provate sulla propria pelle,  aduso agli appostamenti e alle intercettazioni, riesce a  dare corpo e voce alle tragiche vicende che troppo spesso saltano fuori durante gli interrogatori. Il suo maresciallo Luca De Robertis, infatti, sa molto bene come affrontare le situazioni reali del quotidiano.

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