“Sara al tramonto” di Maurizio de Giovanni (Rizzoli)

Risultati immagini per “Sara al tramonto” di Maurizio de GiovanniRecensione di Elisa Della Scala

Sara al tramonto” di Maurizio De Giovanni (nella foto, sotto) – pubblicato da Rizzoli nella collana Nero dedicata alla crime fiction – mi ha catturato in modo inaspettato. Non capita spesso di leggere un libro di più di trecentocinquanta pagine in soli tre giorni e non riuscire a staccarsene. Almeno, a me non capita. Con un’indubbia padronanza dell’impianto narrativo tipico del genere, De Giovanni è riuscito letteralmente a catapultarmi nel suo micromondo ambientato in una Napoli contemporanea e priva di qualsiasi cliché.

Non mi è sfuggita l’attenzione particolare dell’autore nel chiudere ogni capitolo in modo da indurre a voltare pagina e a continuare, per creare nella mente di chi legge una catena non solo di eventi ma soprattutto di stimoli. Ma è pure la scrittura ad accompagnare bene nella lettura, fluida e familiare mentre sgrana gli accadimenti senza scendere mai di ritmo in un sistema ipertestuale a due livelli che seguono registri diversi ma si armonizzano senza ostacoli o stridore. Proprio a questo proposito, nella voce tutto è misurato. De Giovanni varia il tono della narrazione seguendo il cambiamento del punto di vista, e passando da un personaggio all’altro con molta naturalezza. Si sente la bravura e l’esperienza dell’autore, e ho anche apprezzato il modo in cui il gioco di punti di vista e di squadra dei personaggi si riflette in un intelligente gioco di specchi delle loro personalità. Sembra quasi che, pagina dopo pagina, approfondendo la conoscenza reciproca, la protagonista Sara e i due co-protagonisti, il poliziotto Pardo e la ragazza incinta Viola, abbiano l’opportunità di scorgere gli uni negli altri la parte migliore di se stessi oltre che di risolvere un’indagine.

Il pretesto narrativo alla base di “Sara al tramonto” è piuttosto classico. Un “caso” poliziesco chiuso frettolosamente per interessi economici e di potere che viene riaperto – probabilmente per simili interessi – facendo leva su persone del mestiere che sono ancora “pure” d’animo nonostante credano che gli accadimenti della vita le abbiano irrimediabilmente “sporcate”. In particolare Sara, che davanti a una presupposta inattitudine a continuare l’esistenza dopo la perdita del suo unico grande amore, sceglie addirittura di autocensurarsi dal mondo. Di cancellarsi agli altri, oltre che a se stessa.

Pardo era inquietato dalla capacità della donna di privarsi di ogni espressione, annullando anche i movimenti del corpo e nascondendosi dietro a una perfetta immobilità. Assomigliava a una bambola dimenticata nell’angolo di una soffitta.

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Sara è un personaggio complesso, ricco di sfaccettature psicologiche. E forse anche il pretesto dell’autore per sfiorare un altro grande mistero al di là di quello palese del “caso” da risolvere. Ho avuto l’impressione che la trama di “Sara al tramonto” tenti di dipanare un enigma più profondo, più personale. Il mistero del modo in cui la vita, se glielo concediamo, riesce a metterci nella condizione di perdonare noi stessi. Offrendoci quella “seconda possibilità” che spesso siamo i primi a volerci negare. La storia affronta questo tema a più livelli, seppur attraverso il nodo fondamentale del perdono e della molteplice interpretazione delle cose. Per esempio nel caso in cui un tramonto, generalmente inteso come il limitare di una fine, potrebbe anche essere il primo passo di un inizio.

Sara al tramonto era diversa. Sara al tramonto aveva nel cuore una porta aperta in cima a una scala a chiocciola, e quella porta era la sua debolezza.

Ma ci vuole coraggio a cambiare punto di vista, soprattutto quando si è scelto di morire dentro. E un’altra cosa che ho notato in “Sara al tramonto” è come anche la morte ha un suo ruolo specifico, messa costantemente a bilanciamento della vita. Non solo per il fatto che la co-protagonista femminile è una donna incinta, di cui non si fa che sottolineare le dimensioni di un pancione prorompente e innasconbidile. Più per il modo in cui De Giovanni descrive le assenze dettate dalla morte. Un modo dolce e lampante nell’ipertesto che si alterna allo sviluppo della storia, a tratti quasi poetico.

Stai attenta, amore mio. Quando non ci sarò più, stai attenta. Ricorda che gli altri non conoscono i nostri respiri, le risate controvento sulla costa dell’Atlantico, il significato della statuina col braccio rotto in soggiorno; non sanno di quella giornata in cui mi hai costretto a mangiare il baccalà che non avevo mai assaggiato. Stai attenta, amore, perché ignorano il momento in cui ti abbatti sul letto soddisfatta e felice come una tigre sazia, e anche come sei quando esci dalla doccia e stringi le labbra perché non ricordi dove hai messo le ciabatte. Stai molto attenta, amore, quando sarai senza di me, a non dimenticare quanto sei bella.

Ma anche nel testo vero e proprio dove, penso, si trovano le descrizioni più incisive e struggenti della morte. In poche, efficaci, pennellate.

La mano carezzò la manica dell’indumento. Il naso catturò le tracce di un antico odore. Il cuore pianse in silenzio.

O più in generale, nei vuoti di vita descritti. In quelle molteplici assenze raccontante attraverso i personaggi e le indagini, tutte legate ad accezioni diverse. Sono vuoti di cuore e vuoti dati da frammenti di realtà nascoste agli occhi, quelle che rappresentano le verità più difficili.

La gente, rifletté Sara resistendo al sonno, si aggrappa. Non fa altro, alla fine. Si aggrappa a una persona, a un animale, a un ricordo. Si aggrappa alle bollette, al mutuo, alle vacanze. Si aggrappa per non affondare, fissando gli occhi su qualcosa di vicino per non dover guardare lontano, dove risiede solo l’abisso.

In questo senso, al giallo della trama si affianca un colore molto potente che non saprei definire. Usare il rosa è sbagliato, perché “Sara al tramonto” parla anche d’amore e di sentimenti ma lo fa con il pregio di non sconfinare nello smaccatamente sentimentale. Per questo riesce così bene a dar vita a delle “persone vere sulla carta”? Tramite i suoi personaggi Maurizio De Giovanni crea una sincera empatia con il lettore, che non può fare a meno di riconoscersi nella loro piccola umanità. Il romanzo tiene incollati perché ci si affeziona al destino di Sara, Pardo e Viola, al di là dell’indagine che stanno svolgendo. In quella fantastica alchimia della narrativa scritta bene che fa sì che un libro diventi un piccolo mondo nella mente del lettore, una realtà alternativa altrettanto valida di quella “reale” da entrarci dentro senza volerne uscire se non all’ultima pagina.

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Una risposta a “Sara al tramonto” di Maurizio de Giovanni (Rizzoli)

  1. patrizia debicke ha detto:

    Gran bel libro

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