“Tokyo Express” di Matsumoto Seichō (Adelphi)

Recensione di Raffaella Tamba

Poco tradotto in italiano (di oltre trecento romanzi in Italia ne sono usciti solo quattro), Seichō Matsumoto – giornalista e scrittore giapponese che ha attraversato quasi tutto il XX secolo – viene spesso paragonato, per la prosa immediata ed essenziale e la tecnica logico intuitiva della sua produzione poliziesca, a Simenon.

“Tokyo Express” (Adelphi) parla di uno scandalo per corruzione abbattutosi sul ministero e di un doppio suicidio d’amore: un uomo e una donna, i cui corpi vengono ritrovati in un rigido giorno d’ inverno su una spiaggia del Kyushu, nel Giappone meridionale. Sono legati da un solo elemento: l’uomo era un funzionario del ministero sul quale si stava indagando, mentre la donna, cameriera di un ristorante, appartiene ad un ambiente totalmente diverso. Ma le circostanze della morte – l’arrivo in treno dei due, insieme, una bottiglia di succo di frutta con residui di cianuro trovata accanto a loro, la posa calma e serena dei corpi – non danno motivo di aprire un’indagine e il caso viene archiviato dalla polizia del distretto. Solo uno dei vecchi agenti, il pacato ispettore Jutaro, rimane colpito da un particolare che gli sembra stonare e che lo induce a fare indagini personali più approfondite.

Al V capitolo, quasi ad un terzo del libro, entra in scena quello che si rivela essere il vero protagonista dell’indagine, Mihara, ispettore aggiunto della seconda sezione investigativa, il quale, interessato alla morte di un funzionario del ministero sul quale si stavano svolgendo pesanti indagini fino ai massimi livelli, si presenta sul luogo e raccoglie dal collega il frutto di quella prima indagine spontanea. Come Jutaro, anche Mihara, pur di fronte ad apparenze indiscutibili, comincia a nutrire dei lievi sospetti, altrettanto emozionali ed istintivi di quelli del collega, sempre più ossessivi, che si concentrano su Yasuda, un ricco industriale fornitore del ministero. L’ispettore cerca di ricostruire i suoi spostamenti a partire dal giorno in cui, alla stazione ha visto il funzionario salire sul treno insieme alla ragazza, fino al giorno successivo alla loro morte. Tuttavia, nella miglior tradizione giallistica, i dubbi di Mihara si scontrano contro una parete apparentemente inattaccabile di deposizioni che pongono il sospettato in una situazione incompatibile con la sua presenza sul luogo del delitto, restituendogli sempre come cocenti delusioni quegli slanci di speranza di aver trovato una crepa in quella parete inattaccabile. Ma la caparbietà, l’istinto, la percezione emozionale non demordono né in Mihara né nel suo vecchio collega dell’isola di Kyushu, Jutaro. Questi, dopo alcuni mesi, gli scrive una lettera molto personale, raccontando un aneddoto della sua carriera che gli aveva lasciato un profondo rammarico, quello di aver abbandonato un caso perché il buon senso portava all’assoluzione del maggior indiziato:

Quando il senso comune diventa un dato di fatto spesso ci induce in errore. Anche se una situazione ci sembra chiara, con le nostre indagine dovremmo sempre cercare di capovolgerla e metterla in discussione.

È così che Mihara decide di perseverare, pur nello sconforto di trovarsi in un vicolo cieco; perseverare per cercare “quello che si celava dietro ai fatti”, cambiando però prospettiva, come gli suggerisce il vecchio collega. Fermo sull’obiettivo di incastrare l’industriale, Mihara, a poco a poco sviluppa ragionamenti alternativi fino a poter abbattere finalmente quella parete rimasta così a lungo inespugnabile. Il pathos comincia a lievitare e contemporaneamente l’autore sembra liberare emozioni, debolezze, sofferenze che nel romanzo erano state lasciate in secondo piano fino a quel momento. Un aspetto profondamente umano del romanzo che contrasta con quella che ne costituisce l’originalissima struttura portante, i treni. Sono infatti i precisi orari ferroviari, i tragitti fissi, le scrupolose pianificazioni di incroci e coincidenze, filo conduttore e tema di tutta l’indagine. Un tema fatto di numeri con i quali l’autore accompagna il lettore in un viaggio ferroviario attraverso tutto il Giappone, le sue stazioni piccole e grandi, gli hotel di ricevimento, il traghetto di collegamento fra le isole, i diversi climi, dandogli l’impressione che “davanti ai suoi occhi si materializzino le atmosfere di tutti quei villaggi e di quelle città, le case e persino la gente per strada”.

Vale davvero la pena seguire quei numeri ripetitivi e intrecciati fra loro lungo le cui fila lo scrittore tesse la sua trama poliziesca. Ne vale la pena perché c’è qualcosa di fatale in quegli incroci: “Il tempo obbliga i treni ad incontrarsi, le persone a bordo, invece, si incontrano solo per caso”.

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Una risposta a “Tokyo Express” di Matsumoto Seichō (Adelphi)

  1. patrizia debicke ha detto:

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