A PROPOSITO DI #SPOSESEPOLTE

Pubblichiamo le riflessioni della scrittrice Marina Migliavacca a seguito della lettura delle #SposeSepolte

Ma quante volte li abbiamo visti in tele?

Sono lì con le loro facce qualunque, gente che ha bruciato, pugnalato, strozzato, massacrato una compagna. Facce banali, a volte anche da brav’uomo. Con quell’atteggiamento da bambino che l’ha fatta grossa, nella migliore delle ipotesi. Perché a volte invece è l’espressione di uno che subisce un’ingiustizia, lei se lo meritava, no? O di tranquilla strafottenza: tanto non ci sono prove e se dio vuole in questo paese democratico senza prove e senza cadavere non se ne fa nulla.

E nella puntata precedente c’è una lei che prende calci e cazzotti, che si decide finalmente a denunciare, che spesso non viene ascoltata, o comunque non abbastanza, e alla fine ci lascia tutte le povere penne che le sono rimaste: lui se ne frega delle misure cautelari, la sua ex la aspetta fuori da dove lavora o da dove porta i figli a scuola e le spara o le passa sopra con la macchina o l’accoltella trenta volte o le butta acido negli occhi. E tutti già un po’ lo sapevano: uomini così non si fermano. È solo questione di tempo.

Al fatto di cronaca seguono grandi dibattiti insopportabili. Il femminicidio riempie la bocca a un sacco di esperti molto indignati. La scuola, le madri diseducatrici, la giustizia, la polizia, i vicini che se ne fregano, la certezza della pena… e intanto ce n’è già un’altra con un palmo di lama nel cuore. Marce, scarpette rosse sparse in giro, foto, fiori, fiaccolate, articoli, interviste, dichiarazioni. È un problema culturale, la cultura non si cambia in un giorno, e su questo tutti d’accordo? Okay, su questo tutti d’accordo.

Ed ecco che arriva un libro. No, non è un saggio. È un romanzo e ammesso e non concesso che le categorie letterarie abbiano un senso viene definito un thriller.

Etimologicamente, lo è. Altro che brividi, altro che adrenalina.

In una magistrale ricostruzione d’ambiente di provincia si muovono dei personaggi che dopo un po’ ti sembra di conoscere davvero da sempre, tanto sono ben costruiti. E fin qui, chapeau, bravo autore che sa il suo mestiere. Sarà una di quelle storie tese dove cerchi l’assassino. Poi scopri che l’assassino non è qualsiasi e il detective non è qualsiasi e le vittime non sono qualsiasi. E la scrittura non è qualsiasi.

C’è un libro nel libro, il fil rouge della storia formidabile che sta dietro al colpevole – colpevole di aver fatto quello che tutte saremmo tentate di fare se non fossimo così politically correct, ma questo si può dirlo? – e prima te la leggi alternata, in flash back, ma è così bella che quando hai finito il libro e hai capito tutto torni subito indietro e te la rileggi d’un fiato tutta di seguito come un altro romanzo, bellissimo.

Tutti i sentimenti che le pagine ti suscitano hanno un perché, a volte inconfessabile, perché la storia, come la vita vera, tira fuori il meglio e il peggio da ciascuno di noi, e insulti, imprechi e ti commuovi, stai in ansia, ti spaventi, sei soddisfatto, intuisci e infine chiudi il libro con la sensazione che sia stato giusto leggerlo ma soprattutto che sia stato giusto scriverlo, perché la famosa rivoluzione culturale parte da romanzi come questo.

Grazie, Marilù.

 

Marina Migliavacca, ex manager editoriale, è da sempre giornalista pubblicista, traduttrice e sceneggiatrice, autrice di libri di narrativa per ragazzi, di biografie e di romanzi per adulti. Milanese, laurea a indirizzo storico e un grande interesse per il passato della sua città, ha pubblicato per diversi editori tra cui Fabbri, Garzanti. Tra le sue passioni, quella sulla vicenda della Monaca di Monza: ha scritto su di lei un romanzo di successo (e un altro l’ha dedicato a sua figlia Alma). Ultimo libro è Il bambino di carta. La storia del vero Christopher Robin e del suo Winnie the Pooh, edito da Libro/mania (DeA).

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2 risposte a A PROPOSITO DI #SPOSESEPOLTE

  1. patrizia debicke ha detto:

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