RubriCate:TRILOGIA DI UNA REPUBBLICA di Valerio Varesi (Frassinelli)

Parte seconda

Il rivoluzionario”

Non abbiamo fatto in tempo a elaborare il dolore per le vicende dei due “partigiani per caso” Jim e Bengasi, personaggi a cui ci siamo accostati con circospezione per poi cadere innamorati di entrambi, come accade nelle passioni travagliate, che Valerio Varesi ci strattona, all’indomani della Liberazione, in una Bologna ribollente di entusiasmo e di rancore.

La voce narrante prende un’inflessione bolognese, si scrolla di dosso le poetiche similitudini agresti e lo slang guerresco dei partigiani, per adottare, anzi indossare, una lingua proletaria, nitida e diretta, ma non per questo incapace di affondi speculativi e affilate interpretazioni. È solo la prima delle metamorfosi della prosa del grande scrittore parmense, più che mai mimetica, potente e… sorprendente, nel romanzo “Il rivoluzionario”.

Vale la pena anticipare che siamo in procinto di conoscere il personaggio femminile più coinvolgente della produzione varesiana: Italina, compagna di vita del protagonista Oscar Montuschi e sua interlocutrice nell’incessante e sofferto tentativo di estrapolare un senso dalle vicende storiche in corso.

Ma immettiamoci nel vivo della storia.

La folla stipata in piazza Maggiore è in tripudio. I bolognesi festeggiano la Liberazione. Il tepore e la luce della primavera, l’eco dell’inno comunista appena cantato, l’imponente ma rassicurante figura del sindaco Dozza, salito sul palco, elettrizzano ulteriormente una diffusa effervescenza. La guerra è finita. I partigiani sono tornati a casa e si aggirano sotto schiaffo in un presente alieno. Il nemico è stato sconfitto, ma fanno fatica ad accettare un personale armistizio. Una confusione di cui approfitta la Military Police, che si improvvisa garante dell’ordine e si affretta a imporre ai resistenti la consegna delle armi, per lo più Sten, vecchi moschetti e pistole antiquate. Il Partito comunista, il più potente nell’Europa occidentale, insediato in palazzo Marescotti e legittimato dagli assetti postbellici a interagire con le altre correnti politiche nella gestione dello Stato, si trova dal primo momento scisso in una terribile ambivalenza. Se da un lato continua infatti ad accogliere, tutelare, provvedere ai compagni partigiani che hanno lottato strenuamente in nome della Rivoluzione, dall’altro, immettendosi in un’ottica di potere, deve smussare la spinta eversiva di gran parte dei tesserati. Rimossa la Rivoluzione, inattuabile in una nazione già aggiogata agli interessi capitalistici degli Stati Uniti, si è infatti reso necessario disinnescare e rimaneggiare una dottrina concepita come propellente dell’azione sovversiva. Le premesse di un compromesso con gli orientamenti avversari, il cattolico in primis, sono poste immediatamente. Se Bologna è rossa come le facciate dei suoi palazzi, non si può dire altrettanto del resto dell’Italia. Tra la ragione politica e il pulsare impetuoso del sangue all’interno del Partito si apre una faglia destinata ad approfondirsi drammaticamente.

Le guerre non cessano mai di colpo. Ogni giorno, dal 25 aprile, si celebra un funerale “di quelli che non si potevano fare con i tedeschi in casa”. I calanchi rigettano gli uccisi e molti partigiani stentano a riconnettersi con i nuovi assetti perché parenti e amici sono stati sterminati. La labile pace garantita da polacchi e americani fatica a estinguere la sete di vendetta che serpeggia tra ex combattenti. Nessuno degli antichi torturatori e picchiatori di regime è stato incarcerato e molti partigiani e gappisti ritorcono a questa omissione catturando i criminali impuniti per processarli e giustiziarli sommariamente.

Un andazzo che preoccupa i dirigenti del Partito. Togliatti fa pressione sui funzionari di palazzo Marescotti perché persuadano i capi partigiani a tener a freno gli ex combattenti. La stessa Russia esorta le nazioni socialiste alla calma, dissuadendo gli insurrezionalisti greci.

Bologna, vera protagonista del romanzo, cuore rosso dell’Emilia e capitale del comunismo europeo occidentale, si trova a far fronte alle contraddizioni accennate con equilibrismi motivati essenzialmente dalla forte spinta ideologica e dalla passione politica. Il sindaco Giuseppe Dozza, incarnazione del dono della medietà, capace di interpretare il sentire dei cittadini e di rispondere fattivamente ai bisogni della gente, declina la rivoluzione attuando una serie di strategie volte a incruenti ma radicali cambiamenti sociali.

Nasceranno così le case del popolo, le farmacie comunali e soprattutto le cooperative.

In questo contesto estrapolato dalla storia e reso narrativamente, all’ex commissario politico della brigata “Bolero” Oscar Montuschi viene proposto di entrare a far parte della segreteria del primo cittadino.

Il giovane tentenna tra la paura di tradire le aspettative dei compagni partigiani e quella di buttare alle ortiche la carriera politica, ma infine accetta perdendo la propria innocenza.

Non è un personaggio facile, quello di Oscar Montuschi. Non è accattivante e neppure carismatico sebbene sia intelligente e audace. L’autore non lo descrive fisicamente, non lo imbelletta, non lo apparecchia per il gusto di lettrici e lettori. Di lui sono riportati, essenzialmente, la propensione a interrogarsi sulla liceità delle decisioni del Partito anche su scala internazionale, sulla scaturigine del male e la natura della felicità, e il coraggio della scelta.

In questo senso, forse più di ogni altra creatura di Valerio Varesi (che, oltre a essere un noirista e uno scrittore politico, manifesta, nella tensione speculativa, un taglio prettamente filosofico), Oscar è un eroe etico.

Etiche sono in Montuschi la tensione alla giustizia sociale e la dolorosa capacità di mettere a tacere la compassione in nome della fedeltà al credo politico. Contraddizioni che rispecchiano, nei loro sfrangiati e mutevoli incastri, quelle insite nel Comunismo diviso tra revisionismo e rivoluzione.

Il fidanzamento con Italina, ex staffetta partigiana, si colloca negli anni della collaborazione con Dozza e da subito si configura come uno scambio di punti di vista all’interno di una condivisione ideologica e di una fortissima intesa, piuttosto che come passione dirompente. Sono i due interlocutori scelti, con un escamotage tipico dell’autore, per la trasposizione sul piano narrativo della contraddittorietà insita nelle vicende umane. Se nel romanzo “La sentenza” tre tipologie maschili interagivano anche a livello dialogico cercando di motivare o giustificare i propri agiti in un contesto molto più ampio, nel romanzo “Il rivoluzionario” viene scelta la coppia per introdurre il tema della famiglia, della genitorialità e della discendenza, all’interno di un iter anche storico. Quello che forse Varesi non sa è di aver raccontato, descrivendone gli effetti, anche dell’amore nella sua forma più tenace e sommessa.

Ai tortuosi dubbi del compagno Italina oppone il dono di arrivare al cuore delle cose. Ai tentativi di giustificazione del Partito, radiografiche letture della realtà. Alla vocazione rivoluzionaria di Oscar, un’accoglienza e una generosità scevre di pregiudizi e condizionamenti.

Se Oscar appare talvolta tiepido con lei, destinato ad allontanarsi a più riprese a causa della impermeabilizzazione affettiva e sentimentale del ruolo in cui è costretto, i lettori non possono che innamorarsi della sposa vestita dalle compagne sarte di un abito nuziale confezionato con la seta bianca dei paracadute americani.

Ma Oscar non è destinato alle pastoie coniugali, né a un’esistenza incasellata e imbrigliata in un imbastardito Partito comunista italiano. Non sente di appartenere neppure al sogno cooperativista, sebbene abbia reso la Malcantone, di cui è divenuto presidente, uno degli esperimenti meglio riusciti in tal senso. Riesce a tollerare la vita solo riempiendola di progetti e ne identifica il senso quando è in grado di incidere sui fatti. Per questo non ha mai cessato di stare con la gente, di partecipare alle grandi e pericolose manifestazioni di piazza, esponendosi ai pestaggi e alle cariche dei celerini, restando, in altre parole, un rivoluzionario. Incoraggiato dalla stessa Italina frequenta la scuola di Partito in Russia, dove si trasferisce in un secondo momento per diventare un intermediario negli aiuti ai rivoltosi filosovietici che combattono per l’autonomia contro i fascismi e gli oppressori. Si reca nei Paesi Baschi e parte per il Mozambico con il progetto di fare finalmente la Rivoluzione, convinto com’è che in Italia sia preclusa ogni possibilità di un radicale cambiamento.

In questo periglioso peregrinare, caratterizzato da sporadici ritorni in patria, il legame con Italina viene alimentato da una fitta corrispondenza. Ovunque vada e comunque si muova lottando per l’affermazione del socialismo, passata la fase dell’abbattimento cruento dei poteri preesistenti, Oscar assiste amareggiato all’inevitabile riflusso e al ritorno sotto mentite spoglie del capitalismo. Finché, come accadrà a Domenico Nanni nel terzo romanzo della Trilogia, anche Oscar impatterà con un cedimento del corpo. Il suo percorso allora da centrifugo diverrà centripeto. E il riconoscimento della propria fragilità legittimerà un ritorno a se stesso.

Un grande romanzo etico e storico, “Il rivoluzionario”, ma anche un temibile banco di prova per un autore volitivo e tenace come i suoi protagonisti.

Se certamente faticosi saranno stati il minuzioso reperimento delle fonti, e l’immissione dell’invenzione nella storia e della storia nel romanzo, narrare di posti sconosciuti in un’altra epoca è stata una scommessa che Valerio Varesi ha stravinto. Leggendo della Russia pare di catapultarsi sul set del dottor Zivago, e si avverte un brivido alla descrizione della neve che ammanta le città congiungendosi al cielo pallido. Dei Paesi Baschi sono ricreate, con una lingua capace di invischiare i sensi, l’asperità della natura, l’umidità disadorna dei rifugi, la contaminazione linguistica. Il lettore si sofferma ad assorbire queste resuscitate atmosfere inchiodato per il tempo di qualche pagina a riflessioni necessarie. Ma è nella reinvenzione della rivoluzione del Mozambico che lo scrittore di Parma dà il meglio di sé. La prosa, che per tutto il romanzo è modulata, senza sperperi o cadute, nei registri mimetici atti alla resa di disparate situazioni, anche psicologiche, si trasforma completamente divenendo quella di un grande narratore di guerra e di avventura. Davvero un inedito Valerio Varesi, questo cronista di battaglie cruente divampate in luoghi selvaggi dove non è contemplata una seconda possibilità! Le pagine, altamente coinvolgenti, riecheggiano di suggestioni salgariane, ma anche dell’oscura malia di Conrad in “Cuore di tenebra”.

E per concludere, lancio un’esca ai lettori sentimentali come la recensora che scrive. V’è un passaggio che si incastona nel romanzo come una piccola stella pulsante. Si tratta della notte dei giovani Oscar e Italina, in un albergo ad Abbazia, nel corso del viaggio di nozze offerto dal Partito. La natura stessa pare rimare con i gesti dell’amore fecondo e contribuisce ad avvolgere la coppia in un inespugnabile sogno che aleggerà, come una remota Itaca sentimentale e identitaria, per tutta l’odissea rivoluzionaria del protagonista.

Caterina Falconi

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Una risposta a RubriCate:TRILOGIA DI UNA REPUBBLICA di Valerio Varesi (Frassinelli)

  1. patrizia debicke ha detto:

    Bello

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