“La vita lontana” di Paolo Pecere (LiberAria)

Recensione di Elisa Della Scala

Come si può arrivare fino a quel punto? Questa è stata la prima domanda che mi sono posta durante la lettura di “La vita lontana” di Paolo Pecere, pubblicato da LiberAria. Ma non sottintendeva certo un luogo geografico, ed è stata solo la più immediata e superficiale delle domande che questo testo ha scatenato dentro di me. Un libro non facile, come tutti i libri che fanno pensare.

La trama è piuttosto lineare nel descrivere la spirale discendente di una donna, Dora, catapultata nell’incubo di un caso di “ordinaria follia familiare”. Il marito è un uomo apparentemente qualunque che viene catturato dal richiamo di una svolta pseudomisticistica nella sua vita: Elio abbandona improvvisamente moglie e i due figli gemelli ancora bambini per inseguire una nuova spiritualità dal sapore settarico, facendo perdere le sue tracce in India.

In realtà, i segni premonitori c’erano tutti e sin dall’inizio del libro il suo autore mette in chiaro pochi, scarni punti cardinali per spiegare l’accaduto.

L’incapacità comunicativa che apparentemente unisce marito e moglie contro il resto del mondo, ma che in realtà mina e distrugge il rapporto fino a scardinare completamente la famiglia che i due formeranno e che l’uomo lascerà dietro alle spalle.

E delle ore in cui eravamo insieme a casa, con Elio, ricordo pochi dialoghi, reperti dal significato incerto. Se anche guardassi dei filmati, che da qualche parte a Roma ho conservato, non saprei più che cosa pensavamo. Non restano che indizi, nella sismografia del corpo che ricorda.

L’autore pone l’accento anche sulla mancanza di un centro da parte della donna, il suo cercare risposte negli altri piuttosto che in se stessa.

Elio era l’asse del mio girovagare mentale, l’occhiale per la mia incurabile miopia, colui che si occupava della scomoda faccenda che chiamavo “realtà” – sempre tra virgolette. Da lui, nostromo, io comandante sempre chiusa nel mio alloggio con le carte venivo a sapere dove stavamo andando e cosa aspettarmi dagli altri, a volte anche da me stessa.

L’amore che sfocia in dipendenza emotiva e, una volta abbandonata, Dora non è più in grado di essere una guida per i figli. Di garantirgli un percorso di crescita sano, lontano dall’apparente follia del padre. Piuttosto, si aggrappa a loro cercando l’amore che il marito le ha negato per trascinarli, infine, nella sua stessa deriva.

Il romanzo ha un sottotesto carico di simbolismi, e da subito prende i due gemelli a emblema degli opposti: il chiaro e lo scuro, il forte e il debole, yin e yang.

Le teste arrotondate oscillavano nella risacca del mio campo visivo, mentre tentavo di definirli. Marzio una bellezza naturale, un pianeta senziente che si stabilisce al centro del mondo. Livio un pilota atterrito che perde quota nel lenzuolo e prepara una manovra eroica. A voi ci penso io, mi dissi, ritrovandomi nell’uso delle gambe. Mi alzai lentamente, ignorando il dolore lampeggiante della ferita, e li lavai entrambi con cura.

Curiosa anche la scelta dei nomi dei bambini: Marzio, in senso traslato, nella versione latina, significa “guerriero” (Marte era il mitico dio della guerra). Livio, invece, potrebbe essere connesso con l’aggettivo “lividus” nel senso di “pallido” e rappresentare, quindi, un soprannome nato da una caratteristica fisica. Ma sull’origine di questo nome latino non si è in grado di dire nulla di sicuro, così come non si riesce mai a definire il personaggio cui appartiene. E in questa analisi simbolicamente precisa un’altra distinzione che sfuma continuamente, che sfugge, è quella tra il bene e il male. Un confine che in generale è sempre difficile stabilire, in questo caso soprattutto per l’assenza di consapevolezza da parte della protagonista che continua ad interrogare il “fantasma” del marito, a chiedergli (e chiedersi) un motivo per quell’allontanamento senza ottenere alcuna risposta.

Le persone se ne vanno, – dici – le idee restano.

Sarà, ma già prima che te ne andassi, quando vivevamo insieme, sembrava che tutto accadesse in un luogo nascosto, lontano da noi.

Sei d’accordo: scompari.

Elio abbandona la moglie e sparisce in India, lasciandola navigare a vista come se fosse una zattera alla deriva. Infatti, Dora crede di prendere in mano la situazione ma non ci riuscirà mai davvero. Sia nel ruolo di moglie che in quello di madre, sarà costretta sempre ai margini dei vari mondi in cui entrerà a contatto: prima la dimensione indiana del marito, poi le nuove e continuamente mutevoli realtà di vita dei figli. Mondi che rimangono sempre lontani – come suggerisce il titolo – per quanto lei si affanni a raggiungerli. Qual’è la colpa alla base di queste distanze, allora, del marito che se n’è andato oppure di Dora che non capisce la sua scelta? Proprio qui entra in gioco la delicatezza dell’autore Paolo Pecere nel descrivere questa drammatica storia familiare. Uno dei tanti messaggi del libro è, infatti, l’inutilità di dare giudizi. Piuttosto, fornire l’analisi lucida e dettagliata di una situazione in cui il seme del dubbio e l’assenza di spiegazioni fanno cadere in una spirale perversa di confusione, paura, risentimento e colpevolismo. La crudele forza distruttiva del silenzio, di fronte al quale il confronto con se stessi ha un impatto tremendo.

Il modo quasi onirico in cui viene rappresentato il punto di vista della protagonista suscita una empatia tale che durante la lettura si rischia spesso di perdersi insieme alla voce narrante. Mi ha sorpreso l’estremo realismo della scrittura di Paolo Pecere, bravissimo ad entrare nelle pieghe psicologiche del suo personaggio principale anche se femminile. Una donna che si ritrova costretta suo malgrado a combattere con distanze che sembrano essere non solo fisiche ma soprattutto emotive.

Eppure, un messaggio di speranza c’è: “La vita lontana” è un testo circolare dove il cerchio fortunatamente non si chiude, perché a certe domande è chiaro come non si possa dare una risposta. L’autore sembra volerci dire come le cose succedono e vanno accettate perché è vano, forse addirittura controproducente, combattere gli eventi. Bisogna, invece, lasciare andare ciò che non può restare. In tal senso, mi è sembrato come se l’autore volesse descrivere uno scontro di culture: quella occidentale per la quale il futuro si costruisce, quella orientale per la quale invece si lascia fluire. La visione di un mondo divisa tra sogno e realtà che porta allo strappo interiore, a una lotta continua, a confronto con un punto di vista secondo il quale solo la perdita del sé e il rinunciare a indagare gli accadimenti possono permettere la comprensione di ciò che ci viene incontro.

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