“L’arto della guerra” di Gianluca Fortini (Fernandel)

di Elisa Della Scala

Il mattino è fatto per chi ha uno scopo, per chi ha un lavoro, una carriera. Il mattino ha loro, in bocca. Io non c’entravo niente. […] Io incarnavo l’italiano medio nel suo becero provincialismo e allo stesso tempo ridicolizzavo un potere nato da quello stesso becero provincialismo. Nell’atto violento, espresso in tutta la sua fisicità, io palesavo una condizione comune a tutti.”

Con queste parole si presenta ai lettori il protagonista del libro di Gianluca Fortini “L’arto della guerra” pubblicato dall’editore romagnolo Fernandel. Una sagace e intelligente critica alla società in cui l’autore non risparmia niente e nessuno, piazzando con la sua penna metaforici calci nel sedere decisamente bene assestati sia alla pochezza del vivere di oggi, che alle istituzioni e ai mezzi d’informazione. Il risultato è un romanzo d’esordio particolare da parte di questo giovane scrittore bolognese che rivela non solo di avere un buon ritmo e un efficace senso dell’humor quasi accostabile allo stile politically scorrect di South Park ma, soprattutto, una sua voce distintiva: Fortini mescola in modo ben riuscito l’italiano discorsivo – ma a tratti vagamente ricercato – con l’uso del dialetto bolognese, oltre ad alcuni interessanti riferimenti cinematografici, letterari e musicali (non solo il gioco di parole in apertura con la canzone di protesta del gruppo metal Sepultura) che fanno da amplificatore all’effetto umoristico dell’insieme.

L’arto della guerra” racconta in prima persona la storia di un giovane incolto, affetto da dislessia e vittima di un’incurabile accidia. L’aggettivo più riuscito per descriverlo glielo appioppa proprio il padre, il suo più feroce detrattore, tra i tanti “gentili” appellativi con cui gli si rivolge in dialetto solo ed esclusivamente per criticarlo.

Di tutte le offese di mio padre detestavo di più quella in cui mi dava del bagaglio. Tu fiòl l’è pròpri un bagai, diceva; oppure, per proprietà transitiva, diceva Quel bagai ad tu fiòl!

In effetti, il protagonista del romanzo incarna alla perfezione il classico peso morto della società. Con un solo amico e senza interessi personali, rimasto pure senza lavoro e mollato dalla fidanzata Rubiconda (di cui scoprirà presto anche l’atroce tradimento) a trent’anni suonati è costretto a tornare a casa dei genitori consumando il tempo nella fantomatica ricerca di un lavoro che non c’è e che probabilmente non ci sarà mai.

La scossa improvvisa all’immobilità delle sue giornate arriva grazie alle colorite invettive di un esaltato giornalista nei confronti delle donne e degli infami “Italians”. Finalmente, l’illuminazione della vita: trasformare l’inedia e la frustrazione in un becero sfogo d’istinti con l’utilizzo dell’arma più “bassa” a disposizione dell’uomo, il piede. Ma ciò che cambia per sempre l’esistenza a questo giovane disadattato non è il prendere sistematicamente a calci nel sedere gli abitanti della sua città secondo un’interpretazione strampalata della numerologia, piuttosto il fatto che il destino gli abbia mandato una benedizione: una delle prime cinque vittime del suo sfogo è casualmente il primo cittadino, proprio il sindaco di Bologna!

Da qui ha inizio la mirabolante carriera del “Piazzatore”, un fantomatico personaggio che si prefigge l’arduo compito di “palesare” al mondo a suon di pedate la pochezza di contenuti dell’esistenza condotta dalla maggioranza del genere umano.

Perché questo era il concetto: nessuno è salvo, siamo tutti colpevoli. Lo siamo, lo siamo tutti, nessuno escluso. Pecchiamo d’arroganza o d’indifferenza e intanto continuiamo a farci prendere a calci nel culo. Io avrei portato il concetto fuori dalla metafora, palesandolo.”

Grazie ai social media, la sua figura diventa immediatamente famosa e la popolarità regala al ragazzo una nuova vita. In poco tempo si trasformerà, infatti, nell’incubo più temuto dalle forze dell’ordine e nemico numero uno della giunta comunale. L’inizio della sua “guerra” personale alla società, in cui l’unica arma che possiede sono quei poderosi calci nel sedere. E attraverso l’esercizio, il nostro anti-eroe si perfeziona passando dalla classe di David Beckham e Del Piero fino a diventare il Pinturicchio di questa sua “arte” epuratrice che non fa distinzioni di razza, sesso, età o nazionalità.

L’unico confine è un certo senso etico, per il quale i più deboli come i disabili vengono risparmiati, e gli emulatori da quattro soldi che li colpiscono sono per questo severamente puniti.

M’acculturavo, allargavo i miei orizzonti, non ero più lo stesso, ero un personaggio complesso con un grande potere e grandi responsabilità, non potevo accettare che un energumeno palesasse un paraplegico, la vita glielo aveva già palesato abbastanza, palesare è un’arte, mica qualcosa che s’improvvisa così alla boia d’un giuda.”

Non solo. A seguito della fama crescente il protagonista si troverà anche a declinare le sempre più pressanti richieste di “perverse perversioni” da parte di feticisti incontrati nel dark web, il regno virtuale dell’illecito, resistendo al fascino del denaro. E soprattutto rifiuterà categoricamente qualsiasi definizione di stampo bullista da parte dei media, al punto da precisarlo in un’assurda lettera anonima ai giornali.

Decisi di scrivere al giornale. Qualcosa di sintetico e solenne:

AL SOLITO NON AVETE CAPITO UNA FAVA. IL MIO È UN ATTO DI GUERRA. UN ATTO NECCESSARIO. DEFINITIVO. PER RICORDARVI COSA SIETE. COSA MERITATE. MALEDETTI ITALIANS.”

Attraverso le pagine di questo libro, Gianluca Fortini rivela la sua abilità d’ironizzare con intelligenza su varie tematiche e problematiche sociali dei nostri giorni. Non solo ci sbatte in faccia il dramma della disoccupazione giovanile e di un allarmante vuoto esistenziale dato dalla carenza di cultura e di ideali, che porta allo sfogo della rabbia repressa e al bisogno collettivo di emulazione. L’autore ci fa notare il potere perverso delle conclusioni affrettate cui siamo abituati da un’informazione sempre più populista e manipolatrice, una fonte cui la maggior parte della gente tende ad abbeverarsi in branco e in modo acritico. Tra i temi trattati il libro è, infatti, una satira sulla strumentalizzazione dei fatti di cronaca e Fortini punta il dito (anzi, il piede) sui fenomeni che ne possono derivare come il facile razzismo.

Colpisci l’immigrato e manca poco che ti fanno l’ovazione, colpisci una fighetta vestita a festa e rischi la contusione multipla.”

Ma anche la presa in giro dell’esaltazione isterica e acritica che venga, indifferentemente, dalla curva calcistica o da movimenti pseudofemministi estremisti. Così come l’autore pone l’accento sullo strisciante qualunquismo che può celarsi nella lotta sociale, oltre a farsi beffe della malapolitica.

Puoi sempre contare sull’ignoranza della Lega, è lì che hai la possibilità di redimerti, attaccandoli a tua volta, allineandoti all’indignazione generale: se fai un passo falso, se diventi impopolare a causa di una qualsiasi presa di posizione infelice allora puoi sempre contare su di lei, devi solo sperare in un’esternazione dei suoi componenti politici. Quante carriere hanno salvato! Se in questo mondo puoi contare su pochi e talvolta su nessuno puoi però sempre contare su chi è più imbecille di te e grazie a loro avrai la tua seconda occasione, devi solo sapertela giocare.”

Nel suo romanzo breve Fortini usa un umorismo cinico, dissacrante e trascinante: a mio avviso, una delle armi migliori per la riflessione. “L’arto della guerra” è un’operazione narrativa apparentemente amorale che a una lettura più attenta si rivela piuttosto azzeccata. L’autore ci mette abilmente sotto il naso le nostre “guerre quotidiane”, quelle contro il vuoto di valori della nostra società che anche l’uomo più pacifico si ritrova a combattere durante la vita normale e a cui il “Piazzatore” reagisce a suon di pedate nel sedere. Una parodia del mondo di oggi, una parabola irriverente e grottesca che prende a pretesto l’elaborazione del lutto amoroso come filo conduttore per spingersi ad un’improbabile e divertente interpretazione immorale della vendetta personale.

E la partita giocata in questo libro è molto particolare: pur non discostandosi da un registro dichiaratamente demenziale e sarcastico, Fortini tratta il lettore in modo decisamente sfrontato. Gli chiede di mettersi dalla parte del suo “Piazzatore” e gli fa credere che la sua “guerra” personale possa arrivare ad una soluzione oltre che a farci capire il motivo delle sue stesse azioni. In realtà, il lettore è ingannato per tutto il tempo perché il “palesare” non è altro che palesare una vuotezza, un’assenza di significato nella vita. La verità è un percorso di lettura, il frutto di una transazione e di un’interpretazione, il risultato di un preciso lavoro all’interno del testo. E il racconto che cerchi di sottrarsi al totalitarismo del verosimile è costretto a produrre una rigorosa parodia. Per questo motivo “L’arto della guerra” è un libro leggero ma allo stesso tempo profondo, e con molti livelli di lettura. Consigliato per riflettere in modo intelligente, oltre che per farsi delle sane risate.

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Una risposta a “L’arto della guerra” di Gianluca Fortini (Fernandel)

  1. patrizia debicke ha detto:

    🙂

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