“Fiori sopra l’inferno” di Ilaria Tuti (Longanesi)

Recensione di Raffaella Tamba

Con questo suo primo romanzo, Ilaria Tuti, scrittrice friulana (nella foto sotto) con la passione per la pittura e la predilezione per i romanzi di Donato Carrisi, ha raggiunto un meritatissimo successo. Ciò che mi ha più colpito è stata la capacità dell’autrice di trasformare il genere del suo libro nel corso della narrazione: partendo da un’ambientazione delle sue montagne profondamente suggestiva, sfumata in pennellate che evocano atmosfere fantasy, l’incupisce fin dalle prime pagine con un alone di inquietante mistero che presto si manifesta con orridi delitti, avvolge poi il lettore nella suspense di un giallo e, nel finale, sfocia in un romanzo psicologico di denuncia sociale.

La storia si snoda su tre binari paralleli a distanza di vent’anni l’uno dall’altro: uno, nel 1978, l’inizio di tutto con la percezione di qualcosa di anormale e inquietante; il secondo, nel 1993, narrato attraverso le pagine del diario di una mente criminale; il terzo, più esteso, ai giorni nostri, in cui si manifestano le conseguenze di quel passato.

L’ambientazione è il piccolo paese di Travenì, esso stesso uno dei protagonisti più complessi del romanzo: comunità chiusa, dffidente ed ostile al mondo esterno, sarà elemento di partecipazione determinante agli eventi della storia:

Nonostante i panorami annichilenti, l’aspetto fiabesco e i silenzi delle vette, nell’intimo delle case dei suoi abitanti custodiva segreti inconfessabili nei quali Teresa era incappata già troppe volte nel corso del suo lavoro (…). Non erano i peccati, però, a sconvolgerla di più, quanto gli sforzi della comunità di coprire i peccatori e lasciare le vittime nelle mani dei carnefici, pur di salvaguardare l’integrità del gruppo (…). Per la gente della valle, il resto del mondo era un altrove pieno di insidie abitato da inetti e truffatori senza scrupoli. Il loro piccolo mondo incarnava una perfezione da proteggere anche a costo di qualche vita”.

La protagonista regina è Teresa Battaglia, il commissario burbero, introverso, custode di una sofferenza profonda e nascosta che le riluce attraverso la pelle e attira la dedizione e l’affetto della sua squadra. Teresa è rude, impulsiva, diretta nei dialoghi, ma attraverso gli occhi e l’espressione riesce a comunicare un’empatia profondissima che proviene dal suo passato; un passato di dolore sfociato in un presente di solitudine e “la solitudine era una coinquilina discreta, che non invadeva mai gli spazi e lasciava tutto com’era. Non aveva odore, né colore. Era un’assenza, un’entità che si definiva per contrapposizione, come il vuoto, ma esisteva”. Il dolore e la solitudine l’hanno plasmata nella sensibilità verso gli altri. Chi sta con lei lo sa, la comprende fino in fondo e le si lega con un rapporto assolutamente speciale che non è semplice amicizia, attrazione fisica, stima o rispetto, ma è tutti questi sentimenti insieme, un rapporto interpersonale intenso e indistruttibile.

È attraverso la comprensione e la devozione al commissario che gli altri protagonisti acquistano plasticità e vigore: i due fedelissimi agenti, Parisi e De Carli e soprattutto Massimo Marini, il giovane ispettore che irrompe sulla scena del primo delitto, in modo quasi comico, scivolando nel fango, e presentandosi al commissario sbagliato. Marini, seppure molto più giovane di Teresa, porta già dentro di sé delle esperienze che lo hanno segnato. Queste due personalità, per natura e formazione così diverse, si trovano in una compatibilità d’animo assoluta: sentono, con la stessa forza e coinvolgimento emotivo, quella catena psicologica che li lega al delitto che si trovano ora davanti che, nonostante tutti i delitti già visti e superati, è come se fosse il primo: la loro anima “era ancora carne viva, non aveva ancora formato il corpo calloso dell’indifferenza e soffriva per le creature cadute”.

La Tuti riesce a trascinare il lettore attraverso una valanga di emozioni diverse: dalla tensione elettrica delle pagine introduttive, al disgusto per le scene degli efferati delitti, dalla commozione per le intime sofferenza della protagonista, alla simpatia dei dialoghi, dalla suspense travolgente della seconda parte, allo scioglimento finale di più di un mistero.

A poco a poco, infatti, la trama che era iniziata come quella di un thriller macabro e oscuro, si va sempre più umanizzando. L’atomsfera è cangiante nella percezione del lettore che, dal thriller dal quale era partito, quasi senza accorgersene si ritrova in un romanzo psicologico di solidarietà umana e decisa denuncia sociale. Per arrivare a questo, ci voleva una personalità capace di profonda empatia come Teresa Battaglia, che sapesse andare oltre l’apparenza e l’ovvietà, sondare l’intimità della natura umana, percepire, dove si immaginava solo ferocia, un embrione di emozioni primordiali. E questo significa saper scorgere i fiori sopra l’inferno.

 

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