Dacia Maraini, Tre donne. Una storia d’amore e disamore (Rizzoli 2017)

Recensione a cura di prof.ssa Piera Carroli

Una donna, Donna in guerra, Tre donne

La lunga vita di Marianna Ucrìa (Premio Campiello 1990) ha festeggiato il record di vendite nel 2017. Dacia Maraini dice di aver raccontato un milione di donne nel romanzo, parla del coraggio femminile, degli incontri della sua vita e la potenza della scrittura.

Marianna Ucrìa è indubbiamente un personaggio indimenticabile, esploso nel paesaggio letterario come un vulcano. Il romanzo racconta attraverso un personaggio stra-ordinario tante donne rimaste mute, afasiche, nella lunga storia del patriarcato e della sopraffazione della donna.

Tre donne. Una storia d’amore e disamore, invece, coglie nella loro imperfetta quotidianità tre generazioni di donne che, per ragioni economiche, vivono nella stessa casa: Gesuina, Maria, Lori – nonna madre figlia. E non è certo una convivenza felice. Non c’è dialogo. I battibecchi vengono riportati nei lunghi monologhi espressi in forma di diario o di lettera. Ogni personaggio è un’isola, con la propria storia, i propri desideri, le proprie aspirazioni.

La nonna, ex attrice teatrale e improvvisata ‘punturista’ a domicilio, generazione fine anni Sessanta, si gode la sua ‘maturità senza tabù ma con una certa coscienza femminile\femminista; la figlia Maria, seria e riservata, passa i giorni chiusa nella sua stanza a tradurre romanzi e a scrivere lettere a François, il suo amante francese; Lori, figlia e nipote, è un’ adolescente confusa, istintiva ed egoista.

Questo ultimo libro di Maraini mi ha infastidito e mi ha lasciata perplessa. A dopo le critiche.

Ho apprezzato le qualità stilistiche tipiche della scrittura diaristica ed epistolare, l’intimismo e la schiettezza, l’immediatezza e l’autenticità del linguaggio particolare di ogni personaggio. Attraverso le parole di ognuna delle donne affiorano le differenze generazionali e caratteriali. Il romanzo si apre con la scrittura adolescenziale di Lori con tutti i suoi drammi, esagerazioni e contraddizioni:

Lori: Odio i diari ma come una scema ne tengo uno in mano e ci scrivo pure […] un diario, mia madre quando ci sono di mezzo libri o quaderni è sempre lì che mi dice: leggi! scrivi! […] una malattia di famiglia, una sciagurata abitudine che mi ha contagiata come una malattia […] eccomi qui col quaderno in mano. Come mia nonna prima e poi mia madre, anche se mia nonna per tanti anni è stata sul palcoscenico e non le piace scrivere, ma parlare sì e così registra i suoi pensieri, un diario sonoro […]” (pp. 7-8).

La scrittura appartiene alla genealogia familiare – nessuna di loro può sfuggirvi. Le modalità di scrittura sono però diverse, rappresentano una specie di archeologia dell’espressione. Gesuina preferisce parlare nel suo vecchio registratore (e non posso mancare di accennare alla nonna nel romanzo di Scego Oltre Babilonia), Maria manifesta i suoi sentimenti attraverso la traduzione di romanzi, e nelle sue lunghe lettere a François, e Lori, generazione 2.0, passa anche ore al cellulare ma non riesce a sottrarsi alla tradizione familiare: Maria: “Caro Francois, è curiosa questa casa: io scrivo lettere, mia figlia scrive su un diario che tiene nascosto in un buco nel muro, mia madre registra quello che le passa per la mente […] è una donna allegra per fortuna, questa non è una casa di musone, ma di litigiose sì […]” (p.49). La differenza nel modo di comunicare si rivela in modo spiritoso attraverso l’ortografia di Maria: “Mia figlia, con un gesto di grande generosità , mi ha offerto il suo computer dove potrei parlare con te via Skaip [!]” (p.50). Questi tocchi delicati rivelano l’empatia di Maraini per i suoi personaggi – fin troppo umani, deboli e imperfetti.

Maria, di professione traduttrice, è la più intellettuale: “Flaubert mi fa dannare. Perché ha detto Emma Bovary sono io, se poi la bistratta, la disprezza, la considera una nemica? […] castigava in Emma qualcosa che odiava in se stesso? E perché ce la mette tutta per rendere odiosa e infida la povera donna che poi, paradossalmente, tutti prendono per un’eroina della libertà femminile?” (p.51). Profondamente ‘romantica’, Maria, crede nell’Amore, non riesce a dare una risposta al quesito di cui si è tanto discusso e ancora si dibatte.

La contraddizione insita nel romanzo forse si spiega nel contesto storico – sociale in cui è stato scritto. Flaubert è comunque dovuto andare a difendersi e a difendere la sua eroina in tribunale, nonostante si trattasse di un’eroina MORTA! Come del resto lo erano tutte le eroine del romanticismo, come Anna Karenina, e anche le eroine delle prime scrittore del romanticimo e verismo italiano e francese: chi trasgrediva veniva punito. Questo il paradosso da cui Flaubert \ Bovary non è riuscito a sfuggire: ammirare una donna che non si rassegna a non amare ma doverla punire rendendocela odiosa così alla fine i lettori possono dire – se lo meritava! Quando Sibilla Aleramo pubblicò Una donna all’inizio del Novecento si gridò allo scandalo in Italia, e cinquant’anni dopo, quando uscì Dalla parte di lei di Alba de Céspedes di nuovo si parlò di immoralità, sconcezza, crudeltà. La donna non può uccidere il marito, in letteratura e nel sociale, soprattutto se non c’è non c’è una precisa ragione, e anche in quel caso, si rischia la galera oltre alla condanna della famiglia e della comunità (pensiamo a Una storia nera (2017). La donna che non si sacrifica o immola, desta ancora scandalo.

I libro in oggetto pare seguire questa trama. Maria, l’unica che lavora, per mantenere mamma e figlia, si concede dei bellissimi viaggi con il suo compagno francese, che si merita. Ma si percepisce fin dall’inizio che dovrà diventare il capro espiatorio della storia, l’eroina romantica, come da tradizione. E già questo desta disagio …. dov’è l’autore di Donna in guerra, Marianna Ucrìa?

Maraini, come sempre, è abilissima nella rappresentazione delle peculiarità del personaggio femminile: non ci sono ‘le donne’, ogni donna è diversa. Ne coglie le sfumature con delicatezza ed empatia, qualunque esse siano, i loro desideri, senza giudicare. Forse si impersona in Gesuina quando afferma: “Dovrei difendere con più forza la libertà dell’amore che non conosce età, che si fa sudore, fiato, respiro, eccitazione, tutto per via del piacere del gioco amoroso.”

D’accordissimo per quanto riguarda la difesa dell’amore a tutte le età, e soprattutto all’età di Gesuina, e il modo in cui questo personaggio lo vive, in modo naturale, simpatico, senza far male a nessuno, anzi, cercando di fare del bene e farsi del bene.

Ma di qui ad arrivare al solito stantio tradimento ce ne passa, per poi suggerire che non bisogna mai sentirsi in colpa per essersi lasciati andare al desiderio? E’ femminismo questo? Quest’assoluta prevaricazione assegnata al desiderio e al sesso non è proprio la più antica giustificazione dei maschi? Non ho mai capito come Dacia Maraini abbia potuto convivere con Moravia, vista la rappresentazione della donna che lo scrittore esprimeva nei suoi romanzi, come un essere quasi animalesco, sottomesso, malizioso, e anche ciò che è stato definito il suo voyeurismo oltreoceano. Quest’ultimo libro ci apre uno spiraglio nelle possibili sinergie tra i due scrittori.

O forse si tratta di una metafora dell’impossibilità di non tradirsi TRA donne? Di un impossibile equilibrio frustrato senza o con uomini? Visto che il desidero allo stato più puro ha sempre la meglio?

Maraini sicuramente rifiuta l’utopia, riportandoci a terra con un tonfo. E’ dura – ancora qui ci si chiede?

Ciò che salva il libro, a mio parere, è il personaggio di Gesuina, la quale capisce che c’è differenza fra libertà desiderio sfrenato, che con coraggio si rimbocca le maniche al bisogno, che se non l’ha fatto nel ’68 lo fa adesso. Gesuina, come altre ragazze del ’68 (RAI TRE), non era in piazza a bruciare reggiseni. Si innamorò, rimase subito incinta, e patì subito l’umiliazione di venire chiamata puttana dal caro giovane ribelle di cui era innamorata, per avergli ceduto. Dopo aver vissuto per anni all’ombra di un marito attore megalomane (“Uffa, sono stanca di parlare. Me la canto e me la suono, come direbbe mia nipote Lori. […* Assomiglia sempre di più a suo nonno, l’attore Giacomo Cascadei il cinico, il grande, il desiderato, l’egocentrico Cascadei !” p. 63), che in seguito a una malattia morì presto lasciandola a curarsi della figlia piccola. E adesso deve accudire figlia e nipote incinta: “Mi sento sempre più sola in questa casa abitata da una morta e da una viva che sembra morta pure lei” (p. 182) . E lo fa con la forza e la leggerezza di chi ha sofferto e ha imparato a vivere bene, ad essere generosa e a provare empatia: “La campagna brucia…. Dicono che sono tutti incendi dolosi… Hanno trovato tre ragazzi che cospargevano di benzina un povero gatto per poi lanciarlo in mezzo alle piante secche [] continuo a leggere le pagine di Madame Bovary a Maria, la bella addormentata nel bosco […] Ma lei non sente le mie parole […]” (pp. 199-201).

In conclusione, quest’ultimo libro di Maraini lascia perplessi, sia per la trama sia per le conclusioni.

La trama si serve di ‘trucchi’ narrativi stantii per provocare la Krisis, che poi crisi non è visto che non c’è nessun scioglimento, al contrario, il personaggio più chiuso viene spinto alla chiusura assoluta pertanto l’unica donna felicemente innamorata e appagata della casa viene, in un certo qual modo, punita, appunto come le eroine romantiche, nonostante fosse buona.

Non mi sorprende che una delle ‘signore della scrittura’ (come le definì Sandra Patrignani), Isabella Bossi Fedrigotti lo definisca come segue:

“Un romanzo femminista lo si potrebbe definire, ma femminista in quella maniera composta, rigorosa ma affettuosa, di tanti altri libri di Dacia Maraini: dove mai c’è dottrina, mai c’è teoria e men che meno ci sono proclami, bensì soltanto ritratti di donne grandi o piccole, famose o sconosciute che meritano stima; e che meriterebbero probabilmente — è questo quel che al lettore del nuovo libro può passare per la testa — uomini un po’ migliori di quelli che si trovano accanto” 

Ma è di questo femminismo che abbiamo bisogno adesso? O di un altro ’68, a detta di una delle donne del programma di RAITRE che erano ragazze all’epoca?

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Una risposta a Dacia Maraini, Tre donne. Una storia d’amore e disamore (Rizzoli 2017)

  1. patrizia debicke ha detto:

    Uhm già!

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