“La mannaia. Il macello della peste” di Paola Presciuttini (Meridiano Zero)

Recensione di Claudio Guerra

Paola Presciuttini torna a parlare di medioevo dopo lo stupendo romanzo “Trotula” (Meridiano Zero, 2014), che raccontava la vita della più celebre donna medico della Scuola Salernitana. Torna a farlo con una storia corale, come nel suo romanzo d’esordio “Comparse” (Marco Tropea, 1999), dove i protagonisti qui sono però essenzialmente maschili. Ci sono però anche alcune figure femminili, tutt’altro che comparse, e una che trascende le catalogazioni di genere: la Peste, quella della terribile epidemia del 1348, quella che travolse Firenze con la sua onda nera.

La vicenda inizia, come ogni storia che parta sulle rive dell’Arno, con quella del capostipite di una dinastia, Torello, che già si accomoda sul suo letto di morte. Ma non è ancora arrivata l’epidemia: è una banale agonia che in trenta giorni se lo porta via, dopo una vita piena e in costante ascesa, vissuta partendo dal nulla. Con solo il suo nome, che si è fatto destino quando ha cominciato a sognare di divenire beccaio, al quale poi un maiale infuriato aveva apposto il sigillo, marchiandolo con i suoi denti su un fianco, dopo averlo assalito quando era ancora apprendista. Per questo motivo, e da quel momento in poi, per tutti era divenuto Torello del Verro.

Al capezzale del morente vengono chiamati i suoi tre figli, ai quali, per analogia con il padre, sono stati dati nomi di animali. Orso, il primogenito, nato dalla passione per le carni della di lui madre, poi sua sposa. Poi come carne venduto, alla morte di lei per le conseguenze del parto, al collega dal quale il padre era stato apprendista, che si lamentava di non aver avuto figli maschi, in cambio un carretto con il relativo cavallo. Lupo, nato malfatto dall’amore troppo travolgente, il primo e ultimo, per la seconda moglie e che per la sua deformità era stato tenuto nascosto al mondo fino a quel momento. Falco, l’ultimo, nato per calcolo e che nel calcolo e per il calcolo è destinato a condursi.

Questo preambolo in cui si mostra l‘ossatura di una storia che a noi moderni appare profondamente medievale, per la commistione di favola remota e simbologia, viene affiancato e portato avanti con una lingua attentamente studiata, fino a comporre una storia decisamente moderna.

La Presciuttini, nella sua abilità nel rendere la Peste stessa personaggio immanente del romanzo, riesce inoltre a giocare drammaticamente con questa inumana limitazione, rendendo la sua peste la proiezione di tutte le sue personificazioni contingenti e future. Anche in quella sua forma spettrale di clandestino, in senso proprio, nella precisa ricostruzione di quello che fu suo sbarco originale in un porto dell’Occidente. Per non tralasciare neppure le citazioni e gli ammiccamenti letterari: oltre al dovuto e coevo accenno al Boccaccio, si può, fra l’altro, varcare la porta di un palazzo ed entrare in un racconto di Edgar Allan Poe.

Il personaggio che ho però preferito è quello di Amelia, seconda moglie di Torello, speziale figlia di speziale ma, in quanto donna, in odore di essere fattucchiera, smaccato ammiccamento all’universo disneyano, anche esso però spalmato nell’arco completo dell’evoluzione che esso pure ha avuto nei decenni per tematiche e personaggi. Una di quelle grandi figure femminili che la Presciuttini riesce a tratteggiare portando in piena luce,  ma che la storia e la Storia vorrebbero invece scagliare ai propri margini. Donna privilegiata, e consapevole di esserlo stata, che riesce ad amministrare il suo più grande patrimonio, cioè se stessa, quando tutto quanto intorno a lei, società e circostanze, sembrano complottare a dissiparlo.

L’autrice riesce quindi a essere onestamente moderna nel comporre la sua vicenda fittizia, perché, cosa che non ci è sempre chiara, noi non vediamo e percepiamo le cose alle stesso modo dei nostri progenitori e ogni tentativo di renderne la prospettiva ne dimostra la falsità, in tempi più o meno brevi, a seconda dell’occhio e dell’attenzione del lettore. I suoi personaggi, incastonati in una puntigliosa ricostruzione di precisi fatti e avvolti da un linguaggio plausibile, seppur non così distante dal nostro, sono precisamente creature di carne che vivono la loro storia inconsapevoli di avere il medesimo destino del bestiame passato per la bottega di Torello. Seppur il lettore possa innamorarsi di loro come fece lui da ragazzino guardando negli occhi la vacca dalla quale nacque la sua vocazione, ci sarà sempre un maestro di bottega a impugnare la mannaia e vergare il colpo.

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4 risposte a “La mannaia. Il macello della peste” di Paola Presciuttini (Meridiano Zero)

  1. patrizia debicke ha detto:

    Buono

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