Hannah Kent, The Good People (UK, Picador, 2017)

Recensione di Piera Carroli

Non è certo un termine di pacificazione “La buona gente”.

The Good people  è disponibile in italiano ed è stato pubblicato nel 2017 da Piemme con il titolo La donna del bosco.

E’ ambientato nel sud-ovest dell’Irlanda tra il 1825 e il 1826, un luogo e un tempo non molto lontani dall’Islanda dei primi del XIX secolo del pluripremiato primo romanzo di Hannah Kent, Burial Rites. Entrambi traggono ispirazione da eventi reali, ed entrambi sono tentativi di dar voce a gente senza voce, costretti all’afasia, ‘voiceless’ allora e spesso anche ora: poveri e donne, qui di diverse generazioni, e anche bambini ‘diversi’.

Bandite l’immagine di Tinkerbell dalla vostra mente. L’altra gente (la gente giusta, i buoni vicini) dell’Irlanda è raramente benigna. Bisogna parlare bene di loro per evitare che diventino dispiacenti. “Le brave persone ci guardano con una sorta di sapere che può annullare un uomo”, dice Nance Roche, la ‘curandera’ del secondo romanzo di Hannah Kent.

Il romanzo racconta la storia di tre donne, riunite per salvare un bambino da una comunità superstiziosa. Nora,dopo la morte di suo marito, si ritrova sola a prendersi cura del nipote Micheal affidato loro dopo la morte della figlia dal genero. Il bambino che non sa né parlare né camminare, giace in un cesto, comunica tramite urla e gesti violenti. Spossata dal nipote e dalla fatica di racimolare da sola cibo e legna, in lutto per la morte del marito, Nora dispera di poter sopravvivere. Segue i consigli dei parenti e vicini e (come si faceva a quei tempi) si reca al mercato per ingaggiare una serva. La giovane Mary, costretta a ‘vendersi’ a servizio per aiutare la numerosa famiglia, va ad aiutare Nora proprio mentre si sparge la voce che Micheal è un ‘changeling’, un bambino che ha mutato forma perché un appartenente alla ‘buona gente’ si è impadronito di lui. Michael perciò sarebbe stato ‘rubato’ e portato nel regno della ‘brava gente’ mentre il bambino che è rimasto nel villaggio sarebbe in effetti un ‘changeling’ che sta portando sfortuna nella valle. Determinate a far ritornare il ‘vero’ Michael bandendo il changeling, e a questo modo, bandire anche il male dalla valle, Nora e Mary si avvalgono dell’aiuto di Nance, un vecchia che cura con le erbe e si crede abbaia anche il potere di viaggiare tra i due mondi.

Nel secondo romanzo di Kent non c’è molta speranza per chi è schiacciato dal peso della storia, della superstizione, della religione e della povertà. Uno spiraglio però si apre alla fine dove meno ce lo aspettiamo. Kent è un’abile storica e accademica, ma basta rileggere la Storia e il folklore per dar voce a chi veniva sopraffatto sia dalle istituzioni (la Chiesa), sia dalla comunità a cui appartenevano, sia dalla superstizione? Dov’è la salvezza per il più indifeso? Ha ragione il rigido parroco? La superstizione uccide? E quanto ha già ucciso e può uccidere la Chiesa? Questi sono alcuni dei quesiti posti da Kent, la quale sceglie di attenersi alla realtà storica, raccontadoci fatti realmente accaduti di conseguenza a pratiche estreme in uso all’epoca. Ecco perché i personaggi risultano appiattiti dal mondo circostante. Chi preferisce la diegesi tra presente e passato si chiede se ci fosse una strategia narrativa in grado di evitare l’inevitabile? Ma forse non si può salvare chi non poteva accettare la differenza oltre a tutte le altre fatiche, neanche nella letteratura. Un po’ di poetic licence sarebbe servita a rendere i personaggi più liberi, invece di riportarci ad archetipi del primo Verismo e Realismo, e magari meno soffocante la lettura. Ma poi si sarebbe rischiato di scivolare nel Romanticismo o Social Relialism?

Hannah Kent, con la sua scrittura precisa e dettagliata riesce a descrivere la povertà e la disperazione, il contesto delle credenze popolari, l’origine della gente ‘buona’ e la loro ‘natura’, e non le fatine di Disney! Ma non si tratta di personaggi né mondi completamenti in bianco e nero. Neanche the good people è completamente malvagia come dice Nanche Roche al processo, tutti vogliamo andare in paradiso. Kent riesce a barcamenarsi tra realtà e finzione, superstizione e religione, desiderio di sopra-vvivere e di riportare alla ‘normalità’ a tutti i costi un essere percepito quale ‘malvagio’ da tutta la comunità.

Insomma, The Good People è un romanzo complesso a tutti i livelli – strutturale, narrativo e tematico – che riprende anche temi attuali, per esempio le difficoltà della cura dei disabili per i familiari. E’ difficile adesso, proviamo a immaginare quanto fosse difficile per una donna sola e anziana, due secoli fa nella poverissima Irlanda? “Ambientato in un mondo perduto legato dalle sue stesse leggi, THE GOOD PEOPLE è il sorprendente nuovo romanzo di Hannah Kent sulla fede assoluta e l’amore devoto”. E’ anche “Terrificante, elettrizzante e commovente in egual misura, questo seguito di Burial Rites mostra un autore all’altezza dei suoi poteri”.

Molto apprezzato da altri autori storici, soprattutto in Australia, Thomas Keneally (author of Schindler’s List) è “Thoroughly engrossing… The Good People takes us straight to a place utterly unexpected and believable” e nonsolo: From the author of Burial Rites, “a literary novel with the pace and tension of a thriller that takes us on a frightening journey towards an unspeakable tragedy.”-Paula Hawkins, bestselling author of The Girl on the Train. E’ stato Short-listed for the Walter Scott Prize for Historical Fiction e One of Entertainment Weekly’s “Must-Read” books for Fall.

 

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4 risposte a Hannah Kent, The Good People (UK, Picador, 2017)

  1. patrizia debicke ha detto:

    Interessante

  2. ufficio stampa Piemme ha detto:

    Buongiorno, grazie per la recensione, volevamo solo aggiungere l’informazione che il libro è disponibile in italiano ed è stato pubblicato nel 2017 da Piemme con il titolo La donna del bosco.

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