RubriCate: L’IMPERO DEL SOGNO di Vanni Santoni (MONDADORI)

di Caterina Falconi

Un recensore di mezza età che approcci l’ultimo, fantasmagorico romanzo di Vanni Santoni, “L’impero del sogno” (Mondadori, 2017) , e dia una prima sbirciata accompagnato da figli o da fratelli più giovani nerd, che gli forniscano le password per una realtà fatta di videogames, giochi di ruolo e immaginari di rilucente, spregiudicata contaminazione fantastica, bazzicati in ritrovi inaccessibili agli adulti, resta incantato dai mondi in cui penetra.

A dirla tutta la storia, anzi le storie, si dipanano dal 1997, un passato prossimo che ha rappresentato in qualche modo il paradigma di una certa cultura giovanile che ha rivalutato, incurante delle ridicole invettive cattoliche contro Harry Potter, degli sconcertati genitori in bilico tra il culto del posto fisso e il mito della realizzazione professionale, dell’incartapecorimento del mondo accademico e della cultura canonica, dei cambiamenti che premevano dietro le coltri del futuro, la forza dirompente ed eversiva dell’immaginazione, orientando sulla realtà imbruttita dalla smania di controllo di insegnanti e genitori, uno sguardo onirico e magico.

Ma questo è solo il primo approccio a un libro difficile da recensire. Affiora infatti, raschiando sotto le pagine, un immaginario condivisibile, a prescindere dall’anagrafe, soltanto dalle persone colte e reinterpretabile attraverso il filtro dei personali vissuti, che affonda le radici nella formazione umanistica, storica, nella filosofia, nel mito, nella fiaba e nel grande Fantasy di matrice anglosassone.

La scrittura di Vanni Santoni, che traspone nel romanzo in una prosa raffinata, puntuale e incantevole questo mix colloidale, trasformandolo, in una sorta di distillazione alchemica, in un’epifania di visioni concentriche e armoniose, è tra le più belle e sofisticate (e azzardo una sortita autoreferenziale) in cui mi sia imbattuta. Una delle poche per cui abbia avuto bisogno, in full immersion, di consultare un dizionario enciclopedico.

Eppure non c’è alcuna pedanteria nella narrazione. Solo un utilizzo oculato, orafo e pertinente del lessico.

Il libro ricalca uno schema consolidato nella narrativa fantastica, impugnando la dimensione onirica e alternandola, in contrapposizione, a quella del quotidiano insoddisfacente e insufficiente, in un crescendo che vede sfumare i contorni e assottigliare il diaframma tra l’una e l’altra, come accade nella psicopatologia e nell’arte.

A questo proposito è necessario rimarcare come Santoni, forse anche a nome di altri autori Fantasy (e scrivere Fantasy in Italia è un azzardo di dimensioni epiche) si riappropri dei sogni sottraendoli alla psicoanalisi, che per decenni se n’è arrogata l’interpretazione, e li ricollochi nel secondo grande ambito di appartenenza, quello dell’arte visionaria.

E così, leggendo “L’impero del sogno” recensori e lettori si imbattono, passando per un’anticamera nerd della fine del secondo millennio, in antiche divinità etrusche, orientali, azteche, cartaginesi. In figure che rievocano le adolescenti di Lewis Carroll, i personaggi di Frank Baum, le storie di Clive Barker e del grande Neil Gaiman. Vi sono accenni alla mitologia, alle teorizzazioni sulla fiaba, alla narrativa illustrata per l’infanzia che impatta sulla psiche dei fortunati bambini fruitori condizionandone per sempre, come un paradigma originario suscettibile di successive metamorfosi, le fantasie e la portata immaginativa.

E, se si assiste a un rimescolamento del sacro con gli elementi fantastici, a un’articolazione quasi bidimensionale, spiraleggiante e concentrica dell’impalpabile meraviglioso e del Mistero labirintico e filaccioso, è altrettanto vero che in queste pagine è tutto un affiorare di cosmogonie che fioriscono l’una dentro l’altra come cerchi sull’acqua. Una circolarità che, se da un lato trova la più alta rappresentazione nell’uovo ialino contenente il feto divino destinato, appunto, a creare e governare un nuovo universo, dall’altro allude al limite costituito dal fondare le proprie creazioni unicamente sulla rielaborazione, quasi compulsiva, dell’infanzia.

Ma veniamo alla trama.

Riassumerla tutta, oltre a essere spoiler, sarebbe impossibile: la fantasia di Vanni Santoni, eruttiva e incontenibile, esige, dai lettori che vogliano tenere il passo, un certo allenamento al fantastico.

Federico Melani, ventenne, problematico, indietro con gli esami universitari, frequentatore discontinuo di un giro nerd, segnato dalla cinica disistima della madre e dalla sciatta, benevolente latitanza affettiva del padre, a un certo punto inizia a fare uno stranissimo sogno ricorrente, anzi, un singolare sogno a puntate in cui si vede investito della carica di capodelegazione del Popolo d’Argilla, o meglio degli esseri umani, in un summit di creature fantastiche, mitologiche o bizzarre tenuto in un palasport. Nel corso della riunione, continuamente inframmezzata dai risvegli del protagonista, che cerca di riaddormentarsi facendo anche ricorso a droghe e a psicofarmaci, si discute sull’assegnazione di una neonata divina contenuta in un uovo di cristallina rilucenza, che avrà la facoltà di creare un universo.

Neanche a dirlo, la piccola sarà contesa, e tutta la vicenda, a cavallo tra la veglia e la dimensione onirica, sarà scandita dai ritmi guerreschi e regolari di un videogame. Alleata di Federico, negli step di sterminio dei delegati avversari, tra cui terribili draghi, folletti malvagi, divinità contaminate, per fare degli esempi, sarà una studentessa della Normale di Pisa, intraprendente e spietata quanto colta ed ironica, Livia Bressan…

Insomma, nel nostro panorama editoriale, diffidente e ostracizzante rispetto al grande Fantasy, un libro ipnotico, irresistibile e spiazzante come “L’impero del sogno” rappresenta per il genere una vittoria che ha il suo corrispettivo solo nel trionfo dell’eroe, in un mondo fantastico, sulla realtà bieca in esso rappresentata.

On le recommande!, in francese, che è più glam.

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