“L’innominabile attuale” di Roberto Calasso (Adelphi)

 

di Marilù Oliva

«La piaga aperta della democrazia è la possibilità che, per vie legali, giunga al potere chi si propone di abolire la democrazia stessa, come accadde con Hitler nel gennaio del 1933. Piaga non medicabile e nobile, perché la democrazia vi si mostra come un essere vivente, che cela in sé il germe dell’autodistruzione».

Zygmunt Bauman aveva coniato la locuzione di modernità liquida quando aveva sostenuto che le certezze del passato fossero state distrutte e fosse rimasta una società fortemente condizionata da impulsi nichilistici, con conseguenti crisi sfocianti nei settori: politico, ideologico, sociale e via dicendo. Con L’innominabile attuale (Adelphi, 2017) Roberto Calasso individua un’ulteriore evoluzione epocale – o meglio, involuzione: siamo nell’età dell’inconsistenza. Tempi gassosi, questi, tempi sfuggenti, dove le carte si confondono, il passato svanisce in parte preda dell’oblio, in parte in balìa dei revisionismi o della fatuità. Così fioriscono orde di gruppi che sconquassano il presente – terroristi, secolaristi, hacker, fondamentalisti, transumanisti – navigando le debolezze insite nella nostra stessa sostanza. Tutto è attentabile, tutto è sovvertibile. Se mancano speroni di ancoraggio e non si intravedono più stelle polari con cui orientarsi, allora perfino le risorse possono costituire ostacolo per la costruzione di una nuova consapevolezza. L’era digitale, in questo senso, ha accelerato il processo. Non che in questo libro venga demonizzato internet, non è questo il punto. Il punto è che l’autore osserva con attenzione la nostra epoca – e lo fa con cognizione di causa, confrontandosi con altri pensatori, prova ne sono le copiose citazioni. La studia con attenzione, dicevo, perplessità e forse anche con un po’ di paura. Perché se è vero che ci spaventa ciò che non conosciamo, la società contemporanea risulta impalpabile ed evanescente. Un’umanità che si bluffa reciprocamente, si distrugge, si ricrea dopo aver abolito tutti gli idoli. E si fa forte del digitale, ignara del fatto che questo costituisca strumento a doppio taglio, depositario e al tempo stesso erogatore di un sapere che, per sua infinita natura, è incontenibile e, quindi, disorientante: «un ronzio ininterrotto e istruttivo in qualsiasi direzione».

E la coscienza? Se l’intelligenza è stata riprodotta in algoritmi informatici in grado di funzionare in maniera più avanzata della mente, non si può dire lo stesso della coscienza, perché, come scrive Calasso: «nessuno sa di cosa è fatta la coscienza». Allora la coscienza – di cui non abbiamo prova pur conservando, tuttavia, cocente certezza – rappresenta l’unico smacco che potrebbe subire l’informazione, senza limiti, abituata – oggi – a propagarsi voracemente. Nella coscienza individuale gli hacker non possono entrare, mentre, quando compiono il loro lavoro di hacking, ovvero penetrano indisturbati nei software, con conseguenti azioni di manipolazione dei dati e delle informazioni, portano avanti quella che è la loro missione finale: il controllo dei dati, che è premessa di un più raffinato controllo. Controllo di cui la società secolare si è resa officiante, tramutando in esperimento l’eredità di chi, dalla notte dei tempi, rinnovava il legame con l’eterno attraverso la pratica del sacrificio. Viatico per questo passaggio sono state le guerre e, dopo, i terrorismi, colti nella loro precisa essenza come: «uccisioni punteggiate, ubique, croniche, sempre più casuali, che mantengono vivo il fuoco sacrificale».

Se prima il male si profilava come oggetto di speculazione esegetica e metafisica da parte dei teologi cristiani e dei filosofi, in un mondo elusivo come il nostro, dove si ha la sensazione di camminare su un terreno friabile, dove le direzioni portano ovunque e in nessun luogo e «le prospettive oscillano», il male può indossare così tante maschere – e svestirsene – da conformarsi all’innominabile della nostra attualità, eponimo del libro.

Uno dei figli delle nostre nebulose è Homo secularis, chiunque escluda il divino e simpatizzi con la scienza. Ma il fatto che l’individuo non si voti a una divinità non significa che la bandisca del tutto dalla sua esistenza, perché i secolaristi – pur non rivolgendosi a entità esterne – rendono fede la loro convinzione di usufruire di una «visione giusta e ultima delle cose».

Il primo capitolo è come una sorta di preparazione teorica e riflessiva al secondo, La società viennese del gas, momento embrionale del nostro periodo post-storico. Si tratta di una raccolta di «parole scritte, pubblicate, dette, riferite, registrate» in Europa tra il 1933 e il 1945, anni in cui dapprima si profilava, poi esplodeva un orrore che non soltanto si riversava sulla società, ma finiva col fondersi con essa. E le conseguenze sarebbero state pervasive: «Di Hitler e Stalin un giorno ci si sarebbe sbarazzati, non però della società».

Nel terzo, brevissimo ma esaustivo capitolo, viene citato un appunto isolato e senza data in cui Charles Baudelaire, ricordando un sogno, anticipò il più grande disastro che, nel nuovo millennio, avrebbe sconvolto le nazioni. Nel sogno, una torre stava per implodere su se stessa, intaccata da una malattia segreta. Il poeta non riusciva più a trovare l’uscita di quella massa labirintica di pietre e marmi che a breve sarebbe stata sgretolata e mescolata a materia umana e ossa sbriciolate. Così si chiude il libro, con questa suggestivo presagio onirico con cui si protrae l’enigma aperto in copertina dall’affresco di Giambattista Tiepolo, ritagliato da “Allegoria dell’Asia” (1753) nella Residenza di Würzburg (nelle foto sopra: versione originale e sotto effetto di distorsione). Del resto l’autore conosce bene entrambi gli artisti, avendone scritto del primo ne La Folie Baudelaire (Adelphi,2008) e del secondo ne Il rosa Tiepolo (Adelphi, 2006). Non è un caso se delle tante voci citate tra le pagine, la più profetica sia appunto quella di Tiepolo, mai nominato esplicitamente tra le righe, ma la cui presenza in copertina conferisce un ruolo di rilievo. Dal momento che, in conclusione, si allude alle torri gemelle e in copertina all’allegoria del Tiepolo, occorre precisare che le profezie non vanno necessariamente decriptate alla lettera per essere ascoltate. Talvolta può bastare la suggestione che esse infondono, le interpretazioni, le coincidenze volute dall’ideatore. E forse non sono casuali nemmeno le corrispondenze cronologiche editoriali: l’opera di Calasso uscita successivamente all’attentato al World Trade Center è K (Adelphi, 2002), volume dedicato a Kafka, autore indecifrabile per antonomasia, sibillino, allegorico, ricco di rimandi ipertestuali, fucina di una potentissima simbologia. Così potente che qualsiasi tentativo di decodifica viene scalzato dalla luce del suo mistero.

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Una risposta a “L’innominabile attuale” di Roberto Calasso (Adelphi)

  1. Eugenia Borghi ha detto:

    Un libro che mi ha attirato da tanto tempo Marilù, ma penso di non essere all’altezza ..o almeno di metterci 3-4 mesi per quei poveri esseri viventi che leggono solo di sera …

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