Fiabe così belle che non immaginerete mai, di Ivano Porpora (LiberAria)

Recensione di Raffaella Tamba

Raramente delle fiabe moderne mi hanno colpita come queste di Ivano Porpora, che ha saputo conciliare in modo straordinario il registro narrativo tipico del genere della fiaba ed i suoi elementi caratteristici (i protagonisti, gli antagonisti, l’elemento fantastico – più che magico – la missione da compiere, il lieto fine e l’esplicitazione della morale) con la grande attualità del messaggio che ad esse ha voluto affidare: l’invito ad andare oltre la banalità di tutto quanto si dà quotidianamente per scontato e acquisito, l’invito a cambiare radicalmente prospettiva, a lasciar parlare una parte di noi così diversa da quello che crediamo che gli altri si aspettino da noi, che preferiamo non correre nemmeno il rischio di provarci; l’invito ad essere noi stessi, nelle più svariate sfaccettature della nostra personalità, l’invito ad immaginarci di poter fare quello che ad altri ed a noi stessi sembra impossibile.

Eppure sembra così difficile concepire queste facoltà innovative che l’autore ha sentito il bisogno di ambientare le sue storie in un paese non solo “lontano lontano”, come lo sono tutte le fiabe classiche, ma ancora di più, “lontanissimo, ma talmente lontanissimo che le dirette arrivavano in differita per via della distanza”, oppure, ancora più lontano, “talmente lontanissimo che là il Big Bang ancora non è arrivato, per dire, solo si vocifera di un qualcosa di forte che accdrà”.

Ogni fiaba è dunque ambientata in un reame così lontano da noi, in cui non governa mai un re, ma un Fattore, attorniato da altri ‘notabili’, come l’Ortolano e il Farmacista. La scelta di queste figure, rappresentative di specifiche categorie professionali e sociali, oltre a contribuire all’attualizzazione delle storie, ottiene un particolare effetto comico con l’esasperazione della loro concretezza in contrasto con la quale si profilerà la libera, trasgressiva, fantasiosa avventura del protagonista.

Protagonista che è spesso un bambino, o una bambina, proprio perché loro sono dotati di quel particolare potere magico che è la fantasia; ma non la fantasia intesa come facoltà di immaginare cose impossibili, bensì come facoltà di perseguire cose che comunemente si pensano impossibili ma che, grazie alla forza di andare contro gli stereotipi, possono essere realizzate.

Emblematica è – una delle fiabe che mi è piaciuta di più – la storia de “L’uomo che fece ‘Pum’ col fucile”. Dietro le quinte di un racconto tragicomico, amaro nel contesto, umoristico nella narrazione, Porpora dà al suo protagonista, il soldato rimasto senza munizioni, l’inventiva ed il coraggio di puntare contro il nemico il dito e fare “Pum!”; ma non sarebbe successo niente di nuovo se il nemico non avesse avuto a sua volta l’’intelligenza e la curiosità di rispondere a quel gesto in modo analogo, gridando e cadendo come morto. Quei gesti, così inaspettati, apparentemente fuori da ogni realtà, trasformano la realtà scontata in una realtà nuova e più positiva.

Questa grande qualità di volere a tutti i costi cambiare le cose in meglio, inventandosi a volte anche disperatamente una via d’uscita nuova e coraggiosa trionfa nella fiaba “Il giorno in cui tutti i cuori persero un colpo, nella quale in un ambiente disgustosamente squallido e inquinato, un pellegrino giunto da lontano, trova per terra un cuore di bambino: è il cuore di un bambino morto al quale il Pellegrino decide di ridare vita ricostruendone il battito. Ma il battito di un cuore è fatto di battiti di altri cuori e in quella città il cuore della gente non batteva per se stesso. Ecco che il Pellegrino comincia a cantare una preghiera, sommessa e lieve, alla quale a poco a poco comincia a rispondere il cuore di ciascuno: “prima infastidito, poi vilipeso, poi imputridito, poi intenerito, andò a cercare il proprio battito da perdere”. Così il primo battito lo perde un ragazzotto baldanzoso che ha il coraggio di accompagnare la sua amichetta al cimitero e, davanti a lei, salutare il nonno; il secondo battito lo perde un oste che, dopo un lungo silenzio, ha il coraggio di chiamare al telefono il vecchio padre e dirgli “Mi manchi”; e così via. Ciascuno ritrova la spinta a compiere un gesto di semplice avvicinamento disinvolto all’altro, e tanto basta per ridistribuire abbondantemente vita e speranza.

Così sono anche le altre fiabe, tutte piene di eroi piccoli e grandi che hanno il coraggio e la maturità di cambiare prospettiva. Leggere queste fiabe è un’avventura formativa trascinante e indimenticabile. Ci si commuove, ci si diverte, per la straordinaria vena di raffinato umorismo che permea ogni riga della storia, anche là dove deve esprimere un dolore o un disagio (perché il sorriso è il primo segno di cambiamento, di apertura e di fiducia) e soprattutto ci si arricchisce di autonomia di pensiero, di creatività e di grande potenza rigeneratrice.

In un mondo e in una quotidianità che così spesso rischiano di affogare nella paura, nello scandalo, nella depravazione, queste fiabe dicono che possiamo provare a vedere le cose da un’altra prospettiva, come la morale che conclude ogni fiaba efficacemente suggerisce. Spesso si tratta di una morale duplice o triplice, che raccoglie input interpretativi su vari livelli semantici, da quello letterale, spiritoso (“La morale di questa favola è che le patatine sono un cibo prelibato, e non ce n’è mai abbastanza”), a quello metaforico, molto molto potente: “…e che a volte siamo lì ad aspettare impazienti qualcuno che in realtà aspetta noi”.

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Una risposta a Fiabe così belle che non immaginerete mai, di Ivano Porpora (LiberAria)

  1. Eugenia Borghi ha detto:

    Sapevo che sarebbero state meravigliose io conosco Ivano ..ora ne ho la certezza

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