“Killing Rock Revolution” di Alessandro Bruni (Persiani)

Recensione di Claudio Guerra

Ho una certa avversione per chi tende a raffigurare la realtà più complicata di quanto essa già lo sia. In particolare costruendo logiche contorte e complotti sulla base del poco che conosce e conosce male. All’esatto opposto vado in brodo di giuggiole quando qualcuno prende elementi della realtà e li unisce assieme in maniera convincente in un contesto complicato o in un complotto di dichiarata finzione. Spero sempre che tutto quello che c’è di vero mi rimanga, mentre il collagene dell’invenzione narrativa non si dissolva completamente, lasciandomi almeno una sinopia per leggere l’affresco della realtà da punti sempre diversi.

Oppure è solo una confortevole reminiscenza di quando ero bambino, prima ancora di saper leggere e scrivere e per i primi anni da alfabetizzato. Quando il mio massimo approccio con l’enigma erano i puntini da unire de “La pista cifrata” de “La Settimana Enigmistica”.

I puntini che Alessandro Bruni (nella foto accanto) unisce in questo che è il suo terzo romanzo, dopo “La prossima estate” (Giraldi, 2008) e “Ulisse aveva un figlia” (Persiani, 2015), sono eventi che possono essere catalogati come incidenti, più o meno tragici, occorsi a stelle del panorama rock nel turbolento biennio che concluse i “favolosi anni 60” traghettandoli negli indefinibili anni 70. Si parte dall’incidente motociclistico in cui Bob Dylan rischiò la vita e si finisce con la morte di Jim Morrison. In mezzo l’autore ci costruisce un vero reticolo di complotti orditi dalla CIA per smorzare la rivoluzione in atto, in un modo o nell’altro, anche a costo di ucciderla. Killing Rock Revolution, appunto.

In questo reticolo viscoso, una vera ragnatela, rimane impigliato il sanguigno scozzese Steve McBrown, di professione fotografo. Appena uscito dal carcere per essersi rovinato l’esistenza durante una rissa per una partita di calcio, si ritrova senza famiglia, soldi e lavoro a dover ricominciare dal nulla. Dopo una dolorosa parentesi da facchino, l’elevazione a commesso magazziniere, gli arriva il colpo di fortuna.  Paul Joyce, un giornalista e critico musicale sui generis, conosciuto ai più come PJ, riconosce per puro caso le doti di Steve come fotografo e se lo porta via dal negozio dove lavorava assieme al sitar che era entrato per acquistare.

Quella sera stessa Steve entra in contatto con il mondo dorato e lisergico del rock, dando prova di una lentezza di riflessi encomiabile. Il sitar è infatti un regalo che PJ ha scelto per il padrone di casa della villa dove ha luogo la festa alla quale i due si recano usciti dal negozio. Uno che è tale e quale a George Harrison, lui sputato. Anzi è proprio lui, ma Steve ci arriva quando già ha incontrato anche John Lennon, Joko Ono e Mick Jagger.

Quella alla villa è una festa in fondo triste, una festa di morte. Si celebra in qualche modo la fine dei Beatles senza in realtà parlarne, che già la notizia comincia però a circolare. Quasi un presagio della storia di morte in cui Steve è entrato in punta di piedi. Spettatore prima, agente poi in un turbinare di situazioni che si dimostrano fin da subito ben più grandi di lui. Una girandola messa in movimento da musica e droghe, che da Londra lo porteranno all’epilogo della storia a Parigi, passando però lunghe giornate sull’Isola di Wight.

A scandire le vicende del nostro fotografo scozzese ritrovato ci sono però gli incontri degli agenti della CIA che discutono e preparano i loro piani, quasi sipari teatrali in cui le divinità degli inferi conversano fra loro. E le illustrazioni. Sparse, quasi casuali, ma che assumono un senso immediato per chi ha appena letto le pagine che precedono. Quasi l’autore ti dicesse “Hai letto qualcosa fra le righe ? Hai avuto una intuizione geniale sulla base di alcuni indizi che ho sparso qua e là ? Hai ragione e mo’ te lo disegno !”

Sono romanzi come questo che mi accendono il fuoco dell’interesse per spicchi di storia, della musica in questo caso, che prima ero ben lontano dal considerare.

 

 

 

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