LA REGINA DEI CUPCAKES di Elisa Della Scala

Recensione di Raffaella Tamba

Antonio Esposito, il protagonista di questo libro di Elisa Della Scala (nella foto sotto), è uno di quei personaggi che non dimenticherò più: semplice e complesso allo stesso tempo, fragilissimo quando deve affermare la propria personalità, inconsciamente forte e deciso quando qualcuno per la prima volta si appoggia a lui. Schiacciato fin dall’infanzia dalla prepotente e soffocante personalità del padre, il Patriarca, come viene emblematicamente chiamato in tutto il romanzo, Antonio forgia il proprio carattere chiuso, abitudinario, meticoloso, intorno al nucleo di insoddisfazione e plagio psicologico in cui il padre lo ha costretto,  fino a legarlo a lui con la promessa, strappatagli in punto di morte, di portare avanti lo Studio Commercialista di famiglia. Ed è quello che Antonio ha fatto, “calpestando a piè pari tutti i semi della sua passione”.

Così la sua vita, del tutto contraria a quella che avrebbe dovuto essere secondo le sue naturali inclinazioni che lo avrebbero portato a dedicarsi alla botanica, sbiadisce giorno dopo giorno: mancano i colori nella sua vita e in quella di tutti quelli che lo circondano, prime fra tutte la moglie Margaret, di origine inglese, e la figlia Viola (il caso, forse, gli ha fatto conoscere una donna con il nome di un fiore, ma quello della figlia lo ha scelto lui stesso). Anche la coppia che lavora nello studio, lo sprovveduto e ottuso assistente, dottore in economia e la rubiconda e chiacchierona Fiammetta, segretaria e moglie del giovane subiscono la sua negatività e gli restituiscono indifferenza e disprezzo.

La sua solitudine diventa completa quando viene abbandonato dalla moglie e dalla figlia, che egoisticamente fuggono in Inghilterra a cercare un po’ di vita, di ottimismo e di libertà.

Antonio non riesce a trattenerle, quasi si rendesse conto di essere una prigione grigia e languida. Ogni contatto che la figlia, nel corso degli anni cerca di riallacciare con lui, viene ignorato, per rabbia e ripicca, ma in fondo in fondo anche per senso di rimorso e disillusione.

Fino al giorno in cui la telefonata di Viola gli viene passata dalla segretaria, e a quel punto, di fronte alla richiesta di aiuto della figlia per la madre che ha avuto un incidente, sebbene fosse “difficile vincere l’orgoglio e superare un muro di dieci anni”, non può rifiutarsi per l’ennesima volta di rispondere e parte per Londra. Da quel momento, la sua vita uniforme e stantìa riceve una sferzata dopo l’altra: l’incontro con Vera, una ragazza dai folti capelli rossi, che gli ricorda tantissimo la figlia di dieci anni prima, appena scopre che lui è italiano, gli riversa addosso tutta la propria esuberante confidenza, coinvolgendolo in una serie di eventi rocamboleschi che lo travolgono, riducendolo senza documenti, senza valigia, senza una camera per la notte. Le scene in cui si trascina sotto la pioggia per le strade di Londra, bagnato, infreddolito, in una solitudine che sembra spazzare via dallo sfondo anche ogni rumore, ogni luce, esprimono una desolazione straziante: “Si sentiva come una lumaca scoperchiata, senza un tetto sulla testa e con le energie di un mollusco”. Uno dei momenti più toccanti è l’incontro con la figlia, un incontro che si limita ad uno scambio di sguardi: dopo averla tanto osservata attraverso il vetro del ristorante, nel quale lei gli aveva dato appuntamento, senza aver la forza di entrare ed affrontarla (“L’orgoglio era per lui come una terra dura su cui il seme del perdono non sarebbe mai riuscito a germogliare”), solo per un istante, “i loro occhi si incrociarono come se non esistessero né la vetrina, né i tavolini, né i dieci o quindici passi che li separavano”.

Egli rivede così tutta la sua vita, nella quale ha ignorato, anzi calpestato la propria personalità, riducendola in un cantuccio per far spazio a quella che il padre aveva voluto plasmare per lui: “Nei quarant’anni passati non aveva visto la polvere che giorno dopo giorno ricopriva i suoi libri di botanica (…). Tutto quel tempo era passato come un fulmine che, scagliato sugli alberelli innestati della sua giovinezza, li aveva impietosamente bruciati senza nemmeno dargli la speranza di un germoglio”. Si rende conto di come la sua scelta sia stata condizionata dal senso di colpa che un contrasto col padre gli avrebbe procurato. Aveva preferito combattere contro se stesso piuttosto che contro di lui. Probabilmente è per questo che non ha mai perdonato la figlia. per aver avuto quel coraggio che a lui era mancato.

Sarà una frase rivelatrice di Vera a strappare quelle nodose e avvizzite radici paterne, una frase che è come un fulmine che incendia tutta la sua vita passata: “In quel momento realizzò ciò che aveva perso. La cosa più preziosa che avesse mai posseduto, l’unica sua vera ricchezza: il tempo. Un bene dal valore inestimabile, che neanche con tutto l’oro del mondo avrebbe potuto ricomprare”.

Ma quell’incendio gli lascia attorno ceneri altrettanto grigie: “Come un condannato che ha passato la maggior parte della sua vita in castigo, una volta aperta la gabbia non sapeva proprio dove andare. E più che sulla soglia della Fortezza, pronto a riprendere baldanzoso il cammino, si sentiva sull’orlo del precipizio con le gambe dure che non si decidevano a fare un passo”.

Straordinaria la capacità della scrittrice di mantenere un registro linguistico raffinato ed elegante, dal lessico ricercato, estremamente eloquente ed espressivo grazie alle ricorrenti metafore tratte dall’ambiente vegetale e animale ed alla sapiente combinazione di toni narrativi opposti, quello ironico e umoristico delle situazioni rocambolesche e quasi paradossali e quello intimo e doloroso del senso di solitudine, desolazione e amarezza infinita che dilagano a poco a poco nell’animo di Antonio.

E di entrambi fa un uso di grande efficacia, riuscendo a catturare la simpatia del lettore col primo ed a commuoverlo intimamente col secondo. Non si può fare a meno di affezionarsi profondamente a questa figura, una di quelle persone “che per paura delle delusioni fanno direttamente finta che le cose non siano possibili (…). Ma la mente ha un potere talmente grande che a volte è in grado di trasformare la realtà”, così anche per lui “era finalmente arrivato il momento di rompere il bozzolo, uscire allo scoperto e prendere il volo. Non importava se sarebbe durato un giorno soltanto, valeva comunque la pena di volare. Perché non si è mai troppo vecchi per godere”.

 

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Una risposta a LA REGINA DEI CUPCAKES di Elisa Della Scala

  1. patrizia debicke ha detto:

    OK

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