RubriCate: LA GUARDAROBIERA di Patrick McGrath (La nave di Teseo)

Come afferma Valerio Varesi in un inedito, un campione si riconosce in prossimità del traguardo, quando gli atleti, sfiniti, corrono quasi allineati. È in quel momento che il campione, attingendo da un inspiegabile surplus di energia, scatta e surclassa i propri avversari.

Solo che, nel caso specifico, Patrick McGrath (nella foto sotto) compete con se stesso. Era davvero difficile riuscire a scrivere un romanzo più scuotente e bello di “Follia”. O sofisticato quanto “Il morbo di Haggard”, tutto giocato sul filo dell’equivoco tra delirio e riscontri oggettivi. O sconvolgente come “Spider”, che dall’incipit stritola il lettore negli ingranaggi mentali di uno schizofrenico. O all’altezza di “Grottesco”, umoristica epopea del malfattore.

Eppure, con “La guardarobiera”, il più grande cantore della pazzia si supera regalando agli affezionati un libro commovente che pare inciso dalla mano ferma di un anatomopatologo delle emozioni devianti, tratteggiato in punta di pennello da un prodigioso acquerellista delle passioni umane.

Tutta la vicenda ruota attorno alla bellissima Joan, matura guardarobiera del Beaumont Theatre, sarta provetta, il cui marito Charlie Grice, detto Gricey, celebre attore teatrale, muore in seguito a una banale caduta. La brusca perdita dà il la a un crescendo che si complica a mano a mano in imprevedibili derive verso un finale spiazzante. E fin qui McGrath si ricolloca in uno dei solchi della sua produzione, quello che vede il lutto come evento scatenante del dibattersi progressivo dei protagonisti a ridosso del fragile argine della salute mentale. Della cosiddetta normalità. Lutto e ossessione amorosa, che si frammischiano in una esiziale alchimia, vincendo la saldezza di carattere di donne carismatiche come Stella Raphael, protagonista di “Follia”. O, appunto, Joan Grice, controllata, generosa, sensibile direttrice della sartoria annessa a un grande teatro, custode e responsabile degli abiti di scena e pertanto quasi complice degli attori quando indossano i personaggi assegnati. Nel cucirglieli addosso.

Il tema del nuovo libro infatti, poco scandagliato nei romanzi precedenti, pare essere quello della verità nella finzione. Dell’autenticità nell’inganno. Dell’identità sotto il costume. Non a caso Joan Grice è una costumista, che si divide tra il lavoro nella sartoria del teatro e le ricognizioni compulsive nel grande guardaroba del marito defunto. Non a caso questa magnifica e dolente guardarobiera propone al giovane attore che rimpiazza Charlie nell’interpretazione di Malvolio, di accettare l’omaggio dei vestiti del morto che verranno da lei riadattati addosso all’asciutta figura del nuovo possessore. Non a caso la figlia di Joan e Charlie, Vera Grice, astro nascente del teatro londinese, troverà una stabilità emotiva e una collocazione identitaria proprio ed esclusivamente nella finzione della recitazione, spinta dal bisogno di ricercare la verità che giace in fondo al ruolo, la verità del personaggio (metafora della ricerca artistica in tutte le sue manifestazioni).

Una dialettica complessa e quanto mai attuale, questa dell’apparire e dell’essere, del sé e del costume di scena, per non dire della maschera, che Patrick McGrath ha però l’arguzia di ambientare nell’Inghilterra del 1947, infestata dal fantasma del fascismo recentemente sconfitto.

Un fantasma che i nostalgici della destra umiliata reinterpretano di tanto in tanto indossando le uniformi naziste interdette dalla legge e allestendo dei patetici e farseschi comizi.

Le due tracce narrative, la storica e la sentimentale, si fondono, come spesso accade nelle storie di MacGrath, confluendo nei vissuti interiori dei personaggi resi intellegibili al lettore dalla narrazione pacata di un romanziere che riesce a guardare all’ossessione amorosa e alla follia con lo stesso benevolo sguardo con cui osserva un trionfo o la tenerezza incipiente. Senza ripulsa, senza evitamenti o pregiudizievoli interpretazioni, con l’empatia e la profonda umanità di chi è cresciuto, dalla parte della salute, accanto ai malati di mente.

Narrare del dopoguerra è una difficile sfida. Dopoguerra è anche, nella fattispecie, la vedovanza di Joan, vessata dallo spettro del marito che alligna, e non solo metaforicamente, nel guardaroba. Sono entrambi passaggi, il collettivo e il privato, da cui si esce camminando a ritroso, ignari del futuro che arriva alle spalle. Un futuro disagevole per chi, come Joan, abbia un’anima traboccante e sia mosso dall’ostilità viscerale per la prepotenza e dal bisogno di riversare il proprio amore, improvvisamente privato del destinatario, su un soggetto degno di devozione totale. La scelta della guardarobiera pare cadere, in un primo momento, sullo sprovveduto ma ambizioso Daniel Francis che, avendo in precedenza assimilato la recitazione di Gricey, si propone di rimpiazzarlo nel ruolo di Malvolio e interpreta l’interpretazione dello scomparso in un modo così credibile da apparire a Joan e a Vera, che assistono al suo debutto, come un ricettacolo dello spirito di Charlie.

Scioccata da questa epifania Joan decide di approcciare il ragazzo perché indossi i panni del marito e non solo sulle assi del palco. Dentro di lei si fanno strada convinzioni contrastanti. Da una parte sa che Gricey è morto, dall’altra è convinta che stia per tornare a casa. Le pare di captarne la presenza nel giovane, ma anche tra i fruscianti abiti del guardaroba del marito. Abiti che trattengono l’impronta olfattiva di Gricey e che Vera irriflessivamente offre a Daniel Francis perché vesta decorosamente.

In questo groviglio di equivoci, nella suggestione del ritrovarsi all’interno di una simulazione, la vedova e l’impostore, vissuti entrambi all’ombra della recitazione dello scomparso, condividono un labile ma autentico amore. Fino all’incunearsi, tra loro, di Vera, ragazza superficiale e disturbata, alle prese con il lutto per la morte del padre adorato, ma in un certo senso al riparo da se stessa perché animata da un minuscolo sé e da un gigantesco talento.

L’amore pare restituire a Joan una momentanea presa sulla realtà, pur captando, nella profonda empatia che la caratterizza e che fa di lei uno dei personaggi femminili meglio riusciti e amabili di Patrick McGrath, la fragilità del sentimento di Frank, l’attrazione del giovane per Vera, l’arrivismo dell’amante e della figlia.

V’è, nella guardarobiera, una sorta di struggente rassegnazione nell’accogliere e nell’abdicare alla felicità, quasi a mani aperte, ossessionata com’è dallo spettro dell’adorato marito. Un’ossessione scatenata dall’impossibilità di elaborare il lutto per la dipartita di un uomo che all’indomani della morte s’è rivelato diverso da quello che Joan aveva visceralmente amato e che la scoperta casuale di una spilletta nascosta sotto un bavero ha identificato.

È possibile lasciare andare qualcuno di cui si è fraintesa la natura? È possibile aver amato il nemico?, pare chiedersi e chiedere lo scrittore che mette l’interrogativo in bocca alla pittrice Gustl, amica di Joan e personaggio, al pari di molti altri in questo nuovo libro, traboccante di dolce e compassionevole bellezza.

La risposta la darà il finale, che sembra riallacciarsi alla conclusione di un altro indimenticabile romanzo d’amore e perdita di Patrick McGrath, “Follia”. Dopotutto anche in “Follia”, simile al Tamigi impetuoso, la passione di una donna vera travolge gli argini del buonsenso e del decoro, spazzando via convenzioni e prudenza, in nome della stessa autenticità del sentire che invece gli attori e gli artisti in genere si sforzano di rendere nelle loro finzioni.

Caterina Falconi

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5 risposte a RubriCate: LA GUARDAROBIERA di Patrick McGrath (La nave di Teseo)

  1. patrizia debicke ha detto:

    Bella rece, brava Caterina

  2. Cinzia Argellani ha detto:

    non ho ancora letto il nuovo libro, ma questa recensione rende omaggio ad un grande autore e mette la voglia di leggere subito il nuovo romanzo. grazie

  3. Caterina Falconi ha detto:

    Grazie carissima, il libro è davvero incantevole ❤

  4. librini ha detto:

    Lo sto leggendo. Non all’altezza di altri libri di McGrath ma comunque degno di lettura.

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