Davide Bacchilega

Intervista di Riccardo Varveri

Non viene mai nominata (se non come la “Fottuta Signora d’Italia”) ma tutti i riferimenti presenti nel romanzo di Davide Bacchilega, (“La più odiata dagli italiani”, Edizioni Las Vegas, 15 euro) lasciano intendere che il club calcistico protagonista dell’intreccio sia la Juventus, i cui colori sociali sono presenti fin sulla copertina. La Signora d’Italia viene usata come espediente per muovere una critica al mondo del calcio in generale, uno sport che Pier Paolo Paolini aveva definito essere l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Abbiamo incontrato l’autore per parlarne.

Davide, “La più odiata dagli italiani”, un romanzo apparentemente leggero, che in realtà vela una denuncia cruda verso un mondo devastato dal denaro.

Non credo che la mia denuncia riguardi il denaro in sé, quanto piuttosto le strade che si percorrono per ottenerlo: generalmente, approfittandosi degli altri. Così un procuratore assetato di denaro sfrutta il calciatore che assiste; una madre manager combina “fidanzamenti vip” al figlio famoso per vendere la storia ai giornali; per raggranellare qualche spicciolo in più, alcuni giocatori decidono di combinare una partita. Per non parlare dell’ombra della criminalità organizzata che, come emerge anche dalla cronaca degli ultimi anni, ha grossi interessi nel mondo del calcio.

Tre protagonisti, Maicol, Vincenzo e Alex le cui storie si incontrano sotto un comune denominatore, la Fottuta Signora d’Italia.

Maicol fa il giornalista sportivo e vorrebbe realizzarsi con il lavoro che ama. Il problema è che non è libero di pensare e scrivere ciò che vuole, dal momento che gli giungono continui ordini dall’alto. Vincenzo è un allenatore emergente, il migliore della sua generazione, anticonformista e antijuventino. Avrà una crisi di coscienza quando proprio la società bianconera vorrà ingaggiarlo. Alex è invece il centravanti ultratrentenne della squadra, un bomber che deve affrontare la fase calante della sua carriera e una situazione familiare difficile. I loro destini e le loro ambizioni si incontrano e si scontrano inevitabilmente a Torino, dove la vera partita fra i tre si disputa fuori dallo stadio.

Nel tuo romanzo vengono utilizzati toni sprezzanti verso la Signora d’Italia: dai giornalisti ai tifosi, tutti cercano di gettarle fango addosso. La realtà rappresentata nel tuo romanzo rispecchia quella odierna dove il processo di Calciopoli, piuttosto che placare i toni nei confronti della squadra piemontese ha contribuito ad alzarli?

Rispecchia i toni che sono sempre stati usati, da quando ho memoria, nei confronti di questa società. Calciopoli è stata una brutta parentesi che ha solo inasprito le antipatie verso il club più titolato d’Italia. Credo sia umanamente comprensibile: chi vince, chi ha potere, chi sta in alto è sempre invidiato, schernito o addirittura detestato da chi non può godere degli stessi primati (o privilegi). Questo avviene anche nel calcio, che è solo un gioco, anche se un gioco preso in modo serissimo. D’altronde ci appassioniamo e ci arrabbiamo tanto per questo sport perché, come diceva Arrigo Sacchi, “il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”.

Viene messa in risalto la vita del calciatore, una vita fatta di rapporti affettivi falsi e di business. Il giocatore si smaterializza, perde la propria personalità diventando un pupazzo nelle mani dei suoi procuratori. È il caso di Alex Rambaldi.

E non solo il suo. Recentemente ho letto almeno un paio di articoli che trattavano i risultati di alcune ricerche su ansia e depressione. Risultava che i calciatori soffrono di queste patologie in misura molto maggiore (in pratica 1 atleta su 4) rispetto a molte altre categorie professionali. Questo probabilmente deriva da diversi fattori: rapporti affettivi molto fragili, esagerate aspettative nei loro confronti, pressioni mediatiche, incertezza sul proprio futuro. L’addio al calcio, in particolare, è per molti di loro un vero e proprio trauma. Alex Rambaldi, uno dei protagonisti del romanzo, incarna tutte queste paure.

Nel tuo romanzo il giornalista Maicol Cammarata è spesso invitato a scrivere male della Fottuta Signora d’Italia per una sconfitta o un pareggio nonostante la prova fosse stata oggettivamente buona. Un tema questo sul quale si è espresso anche Massimiliano Allegri ultimamente. È, a parer tuo, un espediente comodo e pratico utilizzato troppo spesso dai giornali? Perché e per quali scopi?

I giornali, non solo quelli sportivi, hanno una sola grande preoccupazione: vendere copie. E per vendere copie alcune testate cercano di “provocare” la reazione emotiva del lettore inventando titoli a effetto, stimolando le polemiche, travisando i fatti. È quello che fa anche OmniSport, il quotidiano di fantasia in cui scrive Maicol Cammarata, anche se l’obiettivo dei caporedattori della testata non è tanto quello di screditare la squadra, bensì il suo allenatore, Vincenzo Sarti, inviso ormai a tutto l’ambiente.

La corsa di Vincenzo sotto la curva Bulgarelli ricorda molto quella epica di Carlo Mazzone sotto la curva atalantina. Ne hai tratto ispirazione?

Certamente. E non è l’unico episodio realmente accaduto a cui mi sono ispirato. Ad esempio, verso la fine del libro, a causa di una squalifica ai suoi danni, Vincenzo non può accedere allo spogliatoio della propria squadra nel pre-partita. Il tecnico riesce comunque ad aggirare il divieto e a beffare i controlli degli ufficiali di campo della FIGC, nascondendosi dentro al cestello della biancheria trasportato dal magazziniere. Questo stratagemma fu utilizzato da Mourinho nel 2005 quando allenava il Chelsea. Lo imitò Novellino (scoperto e multato) due anni più tardi, quando era alla guida del Torino. Insomma, Vincenzo Sarti racchiude tutti i vizi e le virtù degli allenatori di calcio.

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