RACCONTAMI TU di Maristella Lippolis (L’Iguana Editrice)

Recensione di Raffaella Tamba

Romanzo fortemente femminile, le cui tre protagoniste sono accomunate da un’esperienza di sopraffazione subita dall’uomo. Sia violenza fisica o psicologica, esse mostrano una condizione di fragilità profonda, quasi primordiale e per questo tanto difficile da sradicare. Al di là dei diritti e delle forme di parità indubbiamente conquistate nel nostro contesto politico-socio-culturale, in alcune persone, particolarmente vulnerabili per sensibilità di carattere o limitazioni economiche, il sentimento di timore e sottomissione resta radicato. Tutte e tre le splendide figure di questo romanzo sviluppano la loro emancipazione femminile timidamente, come un sussurro, quasi non fossero del tutto sicure di avere il diritto di staccarsi dalla figura maschile che, più o meno fortemente, le opprime.

Caterina, Dina, Alice sono tre protagoniste eccezionali, ciascuna ‘titolare’ di un lungo capitolo che ce la presenta, ne delinea il passato e il presente, accompagnandola in una fuga improvvisa da una sofferenza più o meno remota ma per tutte molto profonda.

Per Caterina e Dina la fuga è reale, la sofferenza di lunga data e la minaccia è quella di una violenza fisica. Fuggono entrambe da un uomo, Caterina dal marito violento e Dina, albanese nel giro della prostituzione da diversi anni, da chi di quel giro regge le fila. Sono entrambe spaventate, ma entrambe hanno avuto la fredda determinazione di concepire nei minimi particolari il piano per scrollarsi di dosso un peso che le stava schiacciando, per sparire completamente dalla realtà nella quale avevano vissuto fino a quel momento, nell’ombra perversa di un uomo che le umiliava; entrambe hanno la forza di cambiarsi, di fare qualcosa che non avevano mai fatto prima trovando infine l’energia necessaria nella consapevolezza di agire non solo per se stesse, ma per una persona cara, ignara e innocente, alla quale sentono di dovere la propria libertà e dignità: Caterina per la figlia di un anno, di cui il marito non conosce neppure l’esistenza e Dina per la sorella della quale sa di aver tradito la fiducia. Sono commoventi nella loro dolcezza, nella paura che le angoscia e in quel loro bisogno, che permane comunque, per la delicatezza e umiltà che le caratterizza, di appoggiarsi a qualcuno.

E quel qualcuno è Alice, che si trova alla fine di quel percorso di evasione, a Pescara, dove Dina viveva già, ma in un altro quartiere e dove Caterina, invece, arriva al termine di un viaggio più lungo, dalla Liguria. Si trovano per caso e tra loro si accende immediatamene una scintilla, calda di reciproca comprensione. Alice non ha dietro le spalle esperienze traumatiche di violenza e soprusi, ha avuto una relazione lunga e ricca con un uomo sposato che l’ha fatta sentire amata. Improvvisamente però lui manifesta un’indecisione che la offende, si stacca da lei, si riavvicina alla famiglia, è distratto, lontano, diverso. Alice fugge così solo simbolicamente, evitandolo e, per la prima volta, occupandosi del proprio lavoro da sola: è per lei un momento speciale, deve inaugurare il suo negozio ristrutturato con una novità che le sta particolarmente a cuore e, quasi sorprendendo se stessa, trova la forza di farlo senza di lui. Come Caterina e Dina, acquista fiducia in sé, capacità organizzativa, volitività; e come loro si appoggia ad una figura innocente e inconsapevole, un cane, simbolo di fedeltà e abnegazione, il cui ruolo nella storia sarà, nelle ultime pagine, decisivo.

Nella casa di Alice, e nel suo negozio, le tre donne congiungono le loro storie, raccontano l’una all’altra la propria sofferenza, confidano la propria paura, rimettono le proprie speranze di riscatto. Un riscatto che le deve liberare da una condizione di passività che per tanto tempo aveva tolto loro rispetto di se stesse e autostima e che finalmente arriva, riconosciuto come “luci che si accendono e porte che si spalancano”, come “spazi che aprono a vite nuove”.

Il titolo è emblematico: il raccontarsi è per loro vitale, perché “non c’è niente di più antico e consolatorio delle confidenze condivise tra donne che vivono una pena”: “rimuovere i segreti dal buio della mente e farli respirare alla luce, aiuta a risanare le ferite: prendono aria e non puzzano di muffa; è così che i dolori smettono di togliere il respiro e possono essere sopportati”.

 

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