RubriCate: “Milo, Detective per amore” di Giancarlo Vitagliano (Homo Scrivens)

di Caterina Falconi

Milo Rossi, uno scolaro di undici anni, alunno modello, persuaso di vivere in una splendida famiglia, viene investito dalla più terribile delle disgrazie. La madre adorata, con cui il piccolo protagonista si confida per tutto il romanzo in uno straziante monologo interiore, viene assassinata da un misterioso criminale. Percossa brutalmente, finita da un colpo violento alla testa, è ritrovata abbandonata a faccia in giù in uno stagno con grande clamore dei media. La tragica notizia, filtrata dalla compassione degli adulti, raggiunge il ragazzo a scuola. Milo viene accompagnato in presidenza dal bidello Luigi e trova ad attenderlo, assieme al dirigente scolastico, due poliziotte, una bionda dagli occhi blu e una bruna rotondetta, di cui mentalmente annota tutte le caratteristiche.

Dalle prime pagine il microcosmo perfetto che avviluppa e contiene il bambino è descritto con nitida efficacia. L’aula, il contegno zelante e dignitoso di Milo, il bidello gentile, il preside comprensivo, la profonda convinzione del piccolo protagonista d’essere impastato da un mix delle caratteristiche di entrambi i genitori. Da queste elementari e rassicuranti certezze l’undicenne è tratto materialmente fuori dalle due poliziotte, che lo accompagnano, dopo un breve tragitto in macchina, al primo piano di un edificio grigio dove degli estranei qualificati sono incaricati di trasmettere l’orrore attutito ai minorenni che ne siano in qualche modo colpiti.

La dottoressa che da dietro una scrivania comunicherà a Milo la morte della madre è infatti la neuropsichiatra infantile Gina Laurenzi, donna elegante e curata, che seguirà il bambino per tutta la travagliata elaborazione del lutto che coinciderà con il vacillante e delicato periodo della preadolescenza. Dal primo impatto tra i due si delinea la dinamica delle interazioni tra Milo, arguto, controllato, affamato di dettagli e attento osservatore, e le figure adulte, persuase di avere davanti un ragazzino a cui non si può presentare la realtà nuda e cruda. Figure, queste adulte, in un certo senso cristallizzate in una frettolosa rassegnazione, in una sbrigativa dimenticanza del diritto, dei più giovani, alla verità che li riguarda.

Milo è invece animato da un cocente bisogno di sapere, che lo porta a frugare ovunque per scoprire come siano andate le cose, nell’ingenua, ma incontestabile convinzione che conoscere la realtà dei fatti e l’identità dell’assassino sia in un certo senso fare giustizia. Rendere giustizia a quella madre uccisa di cui il marito, la sorella e il cognato paiono, con dolente rassegnazione, accettare la sorte. Le sue indagini, condotte con lo zelo e il metodo del bravo scolaro che faccia accurate ricerche sfruttando al massimo le ridotte risorse della propria esperienza cognitiva e anagrafica, sono precedute da un periodo di fameliche letture di libri gialli e polizieschi, appartenuti alla mamma, che oltre che attenuare la viva sofferenza forniscono al ragazzo un approccio investigativo. Dalla televisione guardata con o senza il papà Milo attinge le basilari nozioni di criminologia, imparando a calarsi nella mente degli assassini. Dall’emeroteca di una biblioteca i dettagli atroci dell’uccisione della madre. Dal pc brani della vita della defunta.

Commuove il coraggio di questo orfano disposto a rinunciare al proprio candore pur di scoprire la verità. Un’inchiesta che deve necessariamente condurre da solo, indossando con gli adulti le maschere della tranquillità e dell’appagamento, per avere libertà di azione e movimento. Questa ambivalenza, dolorosa ed estenuante per un preadolescente, non intacca però la profonda rettitudine di Milo, preziosa eredità degli insegnamenti materni che non cessano di riecheggiare dentro di lui, impedendogli giudizi preconcetti e affrettati nei confronti del prossimo.

Un bambino non può che concepire il male come esterno alla cerchia degli affetti, per questo le investigazioni di Milo inizieranno dalla scena del crimine, lo stagno maledetto in cui la mamma è stata ritrovata senza vita, per restringersi poi progressivamente fino alla spiazzante scoperta della verità.

Un romanzo commovente e straziante. Metafora della crescita, con i suoi conflitti e le inevitabili contaminazioni, come dialettica tra l’innocenza e il male, la richiesta di autonomia e la soffocante protezione degli adulti di riferimento, l’anelito alla verità e la paura della vita, in un reciproco sorvegliarsi di sottecchi, tra grandi e piccini, per troppo amore e troppa cautela, attraverso i ruoli collaudati.

Ma è anche, questo romanzo, il tentativo di guardare al femminicidio con gli occhi delle altre vittime irreparabilmente danneggiate, i figli delle uccise.

Il lettore si trova a parteggiare per Milo e a seguirlo con apprensione attraverso le pagine, pungolato da una preoccupazione quasi genitoriale, da un istinto di protezione, da una profonda e ammirata empatia. Si stupisce della tenuta sul piano psicologico di questo eroico bambino, della sua capacità di tenere duro e non crollare che alla sera, a letto, quando può dare la stura alla rabbia, alla disperazione, alla confusione che lo traghettano in sonni e sogni agitati e caotici. Lo osserva crescere e compiere i tredici anni, trepida con lui ai primi baci scambiati con Sara, coetanea intraprendente e comprensiva. E spera, si augura e prega che i puntelli affettivi che lo sostengono si rivelino autentici e saldi nell’impatto con la scoperta del colpevole.

Giancarlo Vitagliano racconta l’odissea di Milo con la prosa tersa e suadente del perfetto conoscitore della lingua italiana, e sceglie un registro affabulatorio e mimetico che rispecchi la psicologia di un preadolescente in piena fase evolutiva. Uno stratagemma stilistico che conferisce plausibilità alla vicenda e scatena una immedesimazione senza scampo.

In gioco, tra le righe, è anche lo sforzo di comprendere gli equilibri tra il coraggio, l’innata vocazione alla verità dell’intelligenza e il prerequisito della saldezza emotiva che è la piattaforma affettiva da cui si muovono i primi passi.

Un romanzo intriso di etica e compassione, questo “Milo detective per amore”, che forse è soprattutto un’esortazione al mondo adulto deresponsabilizzato, infantile e brutale, di tornare a focalizzare lo sguardo sui bambini veri prima che siano intollerabilmente mutilati e offesi.

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Una risposta a RubriCate: “Milo, Detective per amore” di Giancarlo Vitagliano (Homo Scrivens)

  1. pdebicke ha detto:

    grazie

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