Libri in viaggio – Cuba 2

di Elisa Della Scala

Come ho scritto nella prima parte, prendere una posizione e pensare di capire Cuba credo sia una presunzione. Un posto in cui la vita sta talmente addosso, sulla pelle, che è impossibile avere la giusta distanza per comprenderla in tutte le sue pieghe, rughe o piaghe che siano; per lo straniero, ma forse anche per chi ci vive. Eppure, una domanda è stata inevitabile: se la Rivoluzione ha rappresentato una liberazione, dove è finita allora la tanto agognata libertà?

È l’interrogativo che si è posto anche Reinaldo Arenas, uno degli scrittori più bravi – e più perseguitati – di Cuba. Un autore immenso, sia per la bravura con cui scrive sia per la profondità toccante delle sue opere. Arenas ci lascia con un documento di lacerante bellezza raccontandoci quello che per lui è stata la Rivoluzione, come un Che Guevara letterario disilluso e amareggiato da ciò in cui egli stesso all’inizio aveva fortemente creduto arruolandosi persino nelle truppe del Comandante. Una persona votata a difendere la purezza della causa oltre che la causa stessa, proprio come il rivoluzionario argentino. È, infatti, un Reinaldo Arenas già disincantato quello che inizia a scrivere la sua autobiografia “Antes que anochezca” quando ancora si trovava a Cuba e viveva sugli alberi per salvarsi dalla repressione di Castro, braccato dalla polizia per il suo pensiero e per la sua omosessualità. Un bellissimo lavoro con cui l’autore racconta come la visione di una Rivoluzione giusta e desiderata si sia poi trasformata in qualcosa di diverso, di sbagliato e condannabile ai suoi occhi.

Il libro è tradotto e pubblicato in Italia con il titolo “Prima che sia notte” dall’editore Guanda; e, come ci dice nella bellissima introduzione, l’autore sceglie di chiamarlo così “dal momento che, fuggitivo in un bosco, dovevo scriverla prima che facesse buio. Adesso la notte avanzava di nuovo, si faceva più imminente: la notte della morte. Ora sì che dovevo terminare la mia autobiografia.”

Arenas, infatti, lavorerà a questo libro tra un ospedale e l’altro, malato terminale di AIDS, emarginato da quella nazione che ha amato e disprezzato allo stesso tempo.

“Ho sempre considerato miserabile mendicare la vita come un favore. O si vive come si desidera o è meglio non ostinarsi a vivere.” Questo è il credo di un uomo che fino alla fine racconterà le sue scomode verità lasciando una grande e profondissima produzione letteraria, importante per chi voglia avvicinarsi a quella che è stata e continua ad essere una delle tante facce di Cuba.

La differenza fra il sistema comunista e quello capitalista, è che se ti danno un calcio in culo, sotto un sistema comunista devi applaudire, sotto il capitalismo puoi gridare; io sono venuto qui a gridare. […] Io racconto la verità come un ebreo che abbia sofferto il razzismo o un russo che sia stato in un gulag, come qualunque essere umano che abbia avuto gli occhi per vedere le cose come sono. Grido, dunque sono.” Ci dice tra le pagine della sua autobiografia; e prima che l’AIDS lo finisca, l’autore si suicida a New York con un biglietto che recita: “Vi lascio in eredità tutte le mie paure, ma anche la speranza che presto Cuba sia libera.”

Oltre al racconto della sua incredibile vita di controrivoluzionario in “Prima che sia notte”, della produzione letteraria di Reinaldo Arenas mi ha colpito il libro “La vieja Rosa” pubblicato in inglese con il titolo “Old Rosa” da Grove Press, e di cui purtroppo non sono riuscita a trovare una traduzione in italiano. Si tratta di un romanzo breve strutturato in due racconti collegati dal filo conduttore di un protagonista comune, ma che funzionano molto bene anche come narrazioni distinte. Personalmente sono stata affascinata dal primo, quello che dà il titolo all’intera raccolta, che ha rappresentato l’apripista per il mio amore e stima nei confronti di un grande scrittore come Arenas. Non solo in quanto uomo, ma anche come espressività narrativa ed eleganza nello stile.

“Old Rosa” è il racconto stupendo della caduta di un sogno personale, e di concetti pensati per il popolo ma forse troppo grandi per essere giusti ai singoli. È il punto di vista di chi non capisce come quel bene che dovrebbe essere destinato alla gente comune finisca invece ad appartenere più all’ideale, e come tale a rimanere un’astrazione invece di un aiuto concreto. Proprio quello che, secondo Arenas, è accaduto a Cuba con Castro: dove la Rivoluzione piuttosto che livellare le differenze equilibrando e donando, ha finito solo per togliere a tutti.

“Old Rosa” è un racconto intenso, emotivo, che ci presenta la Rivoluzione da un punto di vista decisamente innovativo: attraverso gli occhi di una vecchia proprietaria terriera, Rosa, che è un po’ come un “sogno americano” in salsa cubana. La donna si è costruita la sua fortuna da sola, dal nulla e con il duro lavoro, a suon di rinunce ed arrivando persino a calpestare l’amore. E il racconto della sua vita parte proprio dalla caduta dei suoi sogni, in un’avvincente narrazione circolare utilizzata ad arte dallo scrittore; con l’immagine di apertura che è di una bellezza talmente forte da fermare il cuore tra le pagine.

“In the end she went out to the yard, almost enveloped in flames, leaned against the tamarind tree that no longer flowered, and began to cry in such a way that the tears seemed never to have begun, but to have been there always, flooding her eyes, producing that crackling noise, like the noise of the house at the moment when the flames made the strongest posts totter and the flashing frame came down in an enormous crackling that pierced the night like a volley of fireworks. […]

She was surrounded by the fire, and in other times, terrified, she might have said.or at least might have imagined: My God, this is hell. And even if she had felt lost she might have started to pray. But now she was not praying, not calling out, no even seeing the fire that was already leaping impatiently up to her skirt. She was seeing, and this is true, other realities even more important to her.”

Reinaldo Arenas credeva nella Rivoluzione, e vi aveva persino partecipato. Ma non credeva in Castro. Ed è questo quello che ci mostra attraverso gli occhi della vecchia Rosa come simbolo di un popolo per cui la speranza è stata barattata in cambio di un’effimera libertà. Lei che vede la Rivoluzione come una truffa, perché le ideologie non le appartengono: le appartiene ciò che ha sudato negli anni, quello che si è guadagnata a suon di rinunce. E vederselo levare in cambio di un concetto, il socialismo o comunismo che sia, non ha senso. Meglio bruciare con i propri sogni, e spegnersi con la loro caduta.

 

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