Libri in viaggio – Cuba 1

di Elisa Della Scala

Cuba è una realtà complessa, e l’impressione che ne ho avuto è che non la si possa semplificare o ridurre a una posizione netta: né all’anti-castrismo né alla propaganda politica di cui é infarcita. Credo che prima di tutto vada assaporata e vissuta, sulla pelle e sul cuore. Poi, a digestione lenta, forse arriveranno anche i giudizi. E per parlarne ho scelto due autori molto diversi, ma che hanno in comune uno stile eccezionale nel raccontare gli anni intorno a quel punto di svolta della sua storia che è stata la Rivoluzione. Graham Greene e Reinaldo Arenas hanno scritto libri frutto di esperienze diametralmente opposte, così come opposte sono le critiche e i punti di vista. Un contrasto, perché proprio di questo credo sia fatta la meravigliosa Cuba: di contrasti.

La Habana rappresenta al meglio questo concetto: una città affascinante che ti getta addosso le sue contraddizioni ad ogni angolo, e vive di codici che richiedono tempo per essere capiti ma che del tutto non si capiranno mai.

L’Habana colpisce e stordisce, come la stessa Cuba, con la sua ricchezza di vita e di colori; e, anche se ti apre genuinamente le sue braccia, difficilmente ti donerà il suo cuore. Una città che va annusata, ascoltata, assaggiata. Una città che richiede un grande investimento fisico, un abbraccio totale di emozioni. Percorrerne le strade è fare un bagno di umanità, entrare fin nelle sue ossa è farsi attrarre e respingere. La stessa sensazione la descrive Graham Greene nelle pagine del suo romanzo “Il nostro agente all’Avana”, pubblicato in Italia da Mondadori. Lo scrittore inglese non ha bisogno di presentazioni in quanto a stile e bravura narrativa, a mio avviso uno dei più brillanti romanzieri della seconda metà del novecento. E il suo è un libro da leggere non solo per il fatto di essere un romanzo avvincente e ben scritto, ma anche per capire da dove venga la bellezza decadente e decaduta di questo posto meraviglioso. Tra i suoi pregi, infatti, il romanzo “Il nostro agente all’Avana” ha anche quello di farci fare un tuffo nel passato e raccontarci La Habana come la giovinezza di una bellissima donna che ora è segnata da rughe profondissime ma che ancora non ha perso il suo fascino e che sempre farà innamorare.

Vivere all’Avana era come vivere in una fabbrica che sfornasse bellezza umana dalla catena di montaggio.” dice Greene attraverso gli occhi del suo protagonista, per poi subito aggiungere una frase che credo sia emblematica sia del libro oltre che della sensazione che ho provato a descrivere più sopra: “Wormold non cercava la bellezza. Si fermò sotto un lampione e restituì apertamente lo sguardo agli occhi che lo fissavano apertamente. Cercava la sincerità.”

La prima visita di Graham Greene a Cuba risale al 1957 per compiere le ricerche per la stesura, e un altro aspetto interessante di questo libro è il modo in cui è stato realizzato. Greene fu un grande appassionato di viaggi, e per un periodo della sua vita svolse persino l’attività di agente segreto per l’intelligence britannica. Da scrittore, utilizzò spesso i personaggi e i luoghi che incontrava per creare il tessuto dei suoi romanzi. “Il nostro agente all’Avana” prende ferocemente in giro lo spionaggio e la guerra fredda e grazie alle sue connessioni precedenti col MI6, l’autore entrò in contatto con varie personalità politiche del governo di Fulgencio Batista su cui basò i personaggi del romanzo, come per esempio il capitano Segura dal portasigarette di pelle umana che nella vita reale si chiamava Ventura.

Ma non solo, il suo addestramento come agente segreto gli permise di mettersi in contatto con i ribelli di Castro portando clandestinamente una valigia piena di vestiti pesanti per aiutarli a sopravvivere alle rigide temperature della Sierra Maestra. Nel 1959 quando Greene arrivò per la seconda volta a La Habana per assistere il regista Carol Reed nelle riprese del film tratto dal suo romanzo, la Rivoluzione aveva già trionfato. E il suo piccolo atto di supporto non fu dimenticato dal Comandante, che diede la sua personale approvazione alle riprese del film nonostante a suo avviso non rappresentasse pienamente la ferocia del regime di Batista.

De “Il nostro agente all’Avana” mi colpisce la capacità di trattare temi profondi e raccontare un’aspra critica politica e sociale con sagace ironia, mantenendo viva la tensione narrativa per tutte le quasi trecento pagine del libro e passando a diversi registri: comico, amoroso, spionistico. Un romanzo leggero ma con punti profondissimi, riflessioni sulla vita che quasi mi hanno commosso. Uno scritto che non ti molla sia per l’intreccio magistrale delle vicende, sia perché Greene rende stupendamente vivi e veri i suoi personaggi e ti fa affezionare a loro in modo quasi viscerale. Il protagonista Wormold è un cittadino inglese emigrato a L’Habana dove conduce un’esistenza incolore da venditore di aspirapolveri, ma per uno scherzo del destino (o per la stupidità di un agente dell’intelligence britannica) si trova a reinventarsi come agente segreto al servizio di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Un incarico che decide di prendere esclusivamente allettato dal guadagno che gli serve per sostentare l’unica figlia Milly. Un gioco pericoloso in cui scopre di essere dotato di una fervida fantasia, perché froderà ad arte i suoi “committenti” inventando di sana pianta subagenti e piani nucleari disegnati da libretti di istruzioni di aspirapolveri. Wormold ne uscirà trasformato, scoprendo un nuovo se stesso. Ma il prezzo da pagare sarà la caduta delle illusioni, come un bambino che per entrare nell’età adulta è costretto a perdere la magia dell’innocenza. Un po’ come accadde anche a L’Habana post rivoluzionaria raccontata dall’autore. Esattamente come in quel viaggio di formazione che tocca ognuno di noi alla caduta di ideali fasulli, di maschere o di patine dorate.

Gli uomini crudeli sorgono e svaniscono, come le città e i troni e i potenti, lasciandosi dietro le loro rovine. Sono effimeri. Ma il clown che aveva visto al circo l’anno prima, con Milly: quel clown non era effimero, perché il suo numero non cambiava mai. È così che bisogna vivere; il clown non è toccato dai capricci degli uomini politici e dalle scoperte epocali dei grandi.”

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