Le ragazze di Emma Cline (Einaudi, 2016)

Recensione di Piera Carroli

Un debutto straordinario – quello di Emma Cline – il durissimo The Girls, è un inquietante intreccio sulle ragazze della ‘mitica’ California di fine anni Sessanta. Il romanzo prende spunto dalla ‘famiglia’ di Charles Manson e si ispira all’omicidio da loro commesso nel 1969. Il thriller è perciò anche Una retrospettiva spiazzante sull’ultima estate degli anni Sessanta” (Michele Lauro, Panorama, 22 ottobre 2016).

Destinataria del premio Parigi recensione Plimpton nel 2017, la californiana Cline è stata nominata uno dei migliori giovani romanzieri americani di Granta. Cline non solo è autore ma anche madre e terapista del dolore. In quanto tale, riesce a mettere a nudo il dolore, a descriverne l’esperienza e le conseguenze sul corpo e sulla psiche delle ragazze.

“Non so che cosa sia più stupefacente, se la capacità di comprendere gli esseri umani o la bellezza della sua scrittura” Mark Hudson

“Le ragazze annuncia l’arrivo di una voce formidabile nella narrativa americana” Jennifer Egan

” Le ragazze è un romanzo magnifico e struggente. Straordinario non solo per un’autrice così giovane, ma per qualsiasi scrittore di ogni tempo” Richard Ford

“Ma al di là del clamore che suscitato, questo romanzo è davvero così bello? Preparatevi a ingoiare il vostro scetticismo” The Washington Post

Questa, all’inizio degli anni Sessanta, era la prospettiva della giovanissima, intelligente e bellissima Willis nel capitolo “Il linguaggio segreto delle donne” (pp. 265-275) del libro L’apparenza delle cose di Brundage:

“Rifiutiamo sempre chi vuole amarci, le aveva detto una volta [sua madre]. E Willis aveva deciso che era vero. Perché sapeva che chiunque fosse disposto ad amarla doveva essere davvero disperato. Sapeva come usare il corpo per farlo impazzire.”

E’ proprio vero allora che le donne possono diventare ‘le peggiori nemiche di se stesse’ ? Their own worst enemies? “Ero abituata a pensare a delle persone che non pensavano mai a me” (p. 89) dice Evie Boyd la protagonista del romanzo.

L’autolesionismo femminile pare peggiorare nella California della fine degli anni Sessanta. E anche nel giovane personaggio femminile di Sasha degli anni 90-post 2000. Le ragazze e le donne rappresentate nel romanzo si lasciano manipolare, usare dagli uomini. Sembra che la nociva catena che Aleramo aveva voluto spezzare all’inizio del 1900 assuma toni ancora più neri e violenti nella California di Cline. California dreaming no more. Cline è abilissima nel tracciare le origini e le cause della ‘debolezza’ femminile. La convinzione di non valere nulla si trasmettono di madre in figlia… in nipotine. E a goderne sono quelli che recepiscono e ne approfittano, con l’intimidazione subdola, l’abuso violento.

Per la protagonista Evie, che ha visto il padre umiliare e poi lasciare la madre per una donna in carriera, giovane, intelligente e intraprendente, e poi una stringa di uomini che stavano con la madre per soldi, come del resto aveva fatto anche suo padre, ‘le ragazze’ hanno un fascino irresistibile, in particolare una, Suzanne:

“Notai prima di tutto i capelli, lunghi e spettinati. Poi i gioielli che brillavano al sole. Erano in tre, così lontane che vedevo solo la periferia dei loro lineamenti, ma non importava: capii subito che erano diverse da tutte le altre persone del parco. Famiglie […] Giovani donne in camicia a scacchi che correvano a stringersi al fianco dei fidanzati […] bambini […] Le ragazze dai capelli lunghi sembravano scivolare su tutto quello che le circondava, figure tragiche e isolate. Come una famiglia reale in esilio. Le studiai fissandole in maniera spudorata, evidente […] Avevo un’età in cui esaminavo e classificavo all’istante le altre ragazze, tenendo perennemente il conto di tutti i miei difetti, e mi accorsi subito che quella coi capelli neri era la più carina. […]. Aveva attorno a sé un’aura di distacco dal mondo terreno, e portata un vestitino largo e sporco che le copriva appena il sedere. […] il senso di familiarità della giornata era turbato dal solco che le ragazze si andavano aprendo in mezzo al mondo normale. Fluide e incuranti come squali che tagliano l’acqua” (3-4)

In questo prologo, Emma Cline, traccia, a forti pennellate, gli elementi essenziali del suo romanzo d’esordio: San Francisco alla fine degli anni Sessanta, da una parte una società borghese e perbenista nonostante gli spinelli, le feste e la voglia di ribellarsi, e dall’altra i detriti dell’idealismo dei primi ‘hippie’: la droga e il lerciume dei paesaggi riflettono lo squallore interiore, i musicisti maturi e vogliosi di esperienze con ragazzine ingenue sfruttate da vecchi capi-setta senza alcun talento.

Il punto di vista è quello di una donna adulta che ripercorre ciò che accadde venti anni prima circa. Cline crea subito l’atmosfera da thriller: il panico di adesso riflette quello di allora, perché? Che segreto nasconde la protagonista narrante?

Sappiamo che dieci anni prima la protagonista aveva finito i soldi dell’eredità della nonna, l’attrice protagonista di Vita da strega, quando studiava da infermiera all’università. All’inizio del romanzo si trova in una casa sulla costa californiana che le ha offerto Dan, con cui ha convissuto a Los Angeles negli anni Settanta, dopo che il suo lavoro di badante si era esaurito . L’ellissi temporale consente all’autore di concentrarsi sul presente narrativo e soprattutto sul 1969 quando Evie, quattordicenne insicura, era già segnata da un’esperienza familiare infelice – il padre assente, la madre dapprima debole, poi anch’essa assente perché alle presa con ‘la riscoperta di sé’.

Si tratta di una dura critica della potestà e anche dell”irresponsabilità’ ‘genitoriale’ degli anni Sessanta, e soprattutto degli uomini ‘alternativi’ e non, di cui diventavano facile prede giovani ragazze scappate di casa per svariati motivi. “Tuo padre si scopa chiunque gli capiti a tiro”. Dice il fidanzato dell’amante del padre a Evie. “Posso prenderle il piatto?” gli chiesi, troppo esterrefatta per trasalire ” Risponde lei. “Questa era una cosa che avevo imparato da mio padre: il ricorso alla gentilezza. Dare un taglio al dolore con gesto di civiltà. Come Jackie Kennedy. Era una virtù di quella generazione, la capacità di deviare il disagio, di soffocarlo con le cerimonie. Ma ormai era un atteggiamento fuori moda, e quando quell’uomo di passò il piatto nei suoi occhi vidi qualcosa di simile al disprezzo” (p. 76). […] Restava soltanto mia madre (p.77), che aveva permesso che le cose andassero così, che era stata morbida e malleabile come pasta di pane. Gli passava i soldi, preparava la cena [Erano tempi in cui immaginavo di sposarmi in maniera semplice speranzosa. […] Mia madre doveva aver capito tutto ma non lo lasciava comunque: cosa diceva questo dell’amore? “(p. 78)

La Evie-ragazzina, delusa e addolorata dal comportamento dei grandi e dei genitori, scarica la colpa di tutto sulla madre, come poi fece anche l’Aleramo all’inizio. Vedendole deboli, le figlie si allineano con i più forti, i padri.

Neanche i coetanei di Evie sono da meglio:

“Se ti incazzavi eri una pazza, se non reagivi eri una mignotta. L’unica cosa che potevi fare era stare allo scherzo anche se dello scherzo eri sempre la vittima. […] Era questo il nostro errore, credo. Uno dei tanti. Credere che i ragazzi agissero in base a una logica che un giorno avremmo potuto capire. […] desideravamo disperatamente essere abbastanza importanti da diventare oggetto di pianificazione e congetture. Ma quelli erano solo ragazzi. Stupidi, giovani, semplici: non nascondevano un bel niente (pp. 53-2)”.

Questi erano i ‘bravi ragazzi’ amici di Connie, l’unica compagna di Evie, che poi le volterà le spalle.

Da sinistra, tre ragazze della Manson family: Susan Atkins, Patricia Krenwinkel and Leslie Van Houten

Questo invece Russell, il guru: “Donna disse che Russell era diverso dagli altri esseri umani. Che riusciva a captare messaggi dagli animali. Che sapeva curare. Che sapeva curare le perone con le mani., estirpare il marcio da dentro così come si rimuove un tumore” (p. 93).

Insomma una totale indottrinazione dalla quale si salva solo chi viene buttato fuori a calci all’ultimo minuto, Evie, la quale, anche anni dopo, vuole convincersi che Suzanne volesse tutelarla:

“Posso solo pensare che fosse un atteggiamento protettivo. Che Suzanne vedesse in me la debolezza, lampante e ovvia: e lei sapeva cosa succedeva alle ragazze deboli” (91). In un certo senso, l’autore, attraverso Evie, concede loro ‘rispetto’ mentre per Russell nutre solo disprezzo: “Ragazze che si accasciavano a peso morto quando la polizia provava ad ammanettarle. La resistenza che opposero aveva una sua folle dignità: nessuna era scappata. Fino alla fine, le ragazze erano state più forti di Russell” (333).

Questa specie di elegia finale mi ha leggermente irritato – mi pare che anche questo atteggiamento esteriori la cieca fede in Russell. Convincente invece l’analisi dei motivi che avevano portato le ragazze a diventare seguaci e segugi di quell’essere abietto:

“Tutti, in seguito, avrebbero trovato incredibile che la gente del ranch fosse rimasta in quella situazione […] palesemente brutta. Ma Suzanne non aveva nient’altro […]. Suzanne e le altre ragazze non erano più in grado di elaborare certi giudizi, il muscolo inutilizzato del loro ego era diventato flaccido e inutile. […]. Non che stessero cadendo da chissà quali altezze: sapevo che il semplice fatto di essere una ragazza a questo mondo ti riduceva la capacità di credere in te stessa” (266).

La scrittura distaccata e analitica di Cline porta a galla le ferite profonde e sanguinanti subite dalle ragazze, non ovvie a loro, ma a noi che leggiamo, e solo molti anni dopo dalla voce narrante.

Da vera terapista del dolore, Cline, descrive nella sua crudezza e spietatezza l’esperienza e il trauma al momento nel quale accade, dal punto di vista di chi lo subisce, scene che chi legge vive a tal punto da sentirne il malore fisico. Perlomeno in questa lettrice, in cui la freddezza e la totale mancanza di empatia dei protagonisti maschi rappresentanti di tutta una generazione dell’epoca, hanno fatto scatenare una rabbia cieca e assassina. Spesso io, letttrice, sono stata costretta ad interrompere la lettura di questo anomalo romanzo – già diventato un classico – ma meglio lasciare la violenza agli uomini violenti – diamoci invece da fare per insegnare alle giovani a difendersi.- anche con il senno di poi e l’ironia, come riesce a fare anche Evie: “Mitch aveva conosciuto Russell a Baker Beach […]. Fiancheggiato dalle sue donne, che chiedevano l’elemosina con un’aria di povertà biblica” (pp.95-6). “Mitch, venni a sapere, stava attraversando un periodo di crisi … a quel punto Russell l’aveva ormai sedotto, parladogli sottovoce di verità e di amore, concetti particolarmente potenti se evocati a persone in cerca di sé e ben fornite di soldi” (p. 96) […] era vero che Mitch aveva organizzato una seduta di registrazione per Russell […] era sta un fallimento (pp. 96-97). Evie si chiede: “E io mi ero persa qualche segnale? … La domanda che ricordo mi fu fatta da Donna sul pullmino” se avesse sentito mai parlato di Russell era mirata a scoprire quanto Evie sapesse sulle voci che circolavano sulla ‘setta’, “sulle orge, sui forsennati tipi di acido e le ragazzine scappate di casa costrette a soddisfare uomini molto più grandi” (p. 97). Purtroppo la solitaria e introversa Evie non ne sapeva nulla perciò fu facile attirarla e sedurla

E le nuove giovani generazioni ? Sono più sveglie, meno sottomesse? La visita di Julian, il figlio di Dan, amico di Evie negli anni Settanta, e del loro amico Zav, dà l’opportunità all’autore di riflettere sulle dinamiche di coppia e di genere oltre a quelle intergenerazionali:

“Avevo immaginato che io e Sasha avremmo trascorso la giornata in cortese silenzio. […] Mi sorprese: stava ascoltando una cantante la cui voce lamentosa era la perenne scenografia di un certo tipo di ragazza che mi ricordavo dall’università. Ragazze già molli di nostalgia, ragazze che accendevano candele e stavano sveglie fino a tardi a impastare il pane in body da danza a piedi nudi. Ero abituata a incontrarne i resti: le reliquie degli anni Sessanta erano ovunque in quella parte della California. Pezzetti sbrindellati di preghiere buddiste sulle querce, pulmini parcheggiati in eterno nei campi … Uomini di una certa età in camice fantasia che si accompagnavano a mogli di fatto […] ma quelli erano fantasmi degli anni Sessanta che uno si aspettava. Perché Sasha avrebbe dovuto nutrire un simile interesse? Fui felice quando cambiò musica. (p.128-29)”

Quando Sasha le racconta di un atto violento compiuto da Julian, Evie alza le antenne – un brutto segno come lo schiaffo di Russell, premonitore della violenza latente che covava sotto l’apparente e viscida gentilezza. Evie prova pena anche per queste nuove ragazze:

“Povera Sasha. Povere ragazze. Il mondo le rimpinza di promesse sull’amore. Quanto ne hanno bisogno, quanto poco ne otterrà la maggior parte di loro. Le canzoni zuccherose, i vestiti […]. Poi gli strappa via i sogni con una violenza micidiale: la mano che slaccia a forza i bottoni dei jeans, il tipo che nell’autobus contro la propria ragazza senza che nessuno gli dica niente. Il dolore per Sasha mi strinse la gola” (140).

Ma cos’è che trasforma bambini dolci e talentuosi in adolescenti freddi, avidi e macchinosi:

“Quando io e Dan eravamo ancora molto intimi ero andata a un saggio di musica di Julian […] avrà avuto nove anni […]. Era bravo al violoncello […]. Sembrava impossibile che lo stesso bambino che aveva prodotto quei suoni di nostalgia e di bellezza fosse lo stesso quasi-uomo che osservava Sasha, con una patina fredda sugli occhi. [ …] (Zav) allungò un pollice a stuzzicare un capezzolo roseo sotto gli occhi di Julian (259-50)”.

Insomma, uomini che usano le ragazze per la compravendita come carne da macello.

Basta con la nostalgia per la California e gli anni Sessanta! Sembra dire la scrittrice – le donne ci hanno guadagnato solo umiliazione, dolore e prigione, e questo è accaduto anche in altre parti del mondo, come in Italia, e avviene tuttora, come dice l’articolo “Tremate tremate i maschi son tornati (L’Espresso 16 luglio 2017). Ma se n’eran poi mai andati? Pare proprio di no!

Anch’io ho conosciuto ragazze simili negli anni Settanta in Italia – andavano in giro in pullmini con tappeti orientali – parevano spavalde, sboccate, forti ma non lo erano, e c’era sempre chi se ne approfittava.

A LORO, che non ci sono più – dedico questa recensione

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Una risposta a Le ragazze di Emma Cline (Einaudi, 2016)

  1. pdebicke ha detto:

    🙂

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