Io sono la Chiesa di Marilù Oliva

(Racconto ispirato alla vicenda di Elisa Claps e scritto per la raccolta Nessuna più, 40 scrittori contro il femminicidio, edita da Elliot e patrocinata da Telefono Rosa. I nomi dei luoghi e quello della chiesa non sono reali, il racconto prende soltanto spunto dal terribile fatto accaduto).

 

Io sono la Chiesa.

Non immensa ma massiccia. La mia facciata reca traccia, nella recente pietra a vista, dell’antica sobrietà cui furono obbligati i primi costruttori. Domino Via Pretoria, la piazza e le strade che mi toccano i fianchi da quasi mille anni, alcune hanno cambiato il nome, altre nemmeno esistevano.

Sono la Chiesa intitolata alla Santissima Annunziata: il nodo inesplicabile del concepimento verginale. Quante volte è stato menzionato sull’altare, questo termine carico di mistero. Una dedica illimitata mi è stata tributata, se non fosse che non ne capisco la destinazione: dei poteri di cui gli uomini mi investono, io non mi curo. Non seguo i loro slanci verso le divinità, le atmosfere d’incenso e devozione, le omelie: questi uomini, per quanto si sforzino di toccare i cieli, restano sempre con i piedi ancorati a terra. Io pesto il suolo con loro, li ospito sui miei pavimenti, ma la differenza tra me e le persone è che io sono costruita di mattoni. Non ingannino gli architravi lignei né gli affreschi del Seicento: di pietra sono le mie ossa, le mie cartilagini e l’epidermide scolpita.

Non ho un cuore, non ho una fede, ma accolgo chiunque si presenti.

Non prego, però osservo.

E ricordo. Ricordo le miriadi di passi che hanno pestato il mio sagrato. Tra tutti ricordo lei, i suoi sandali gommati, la catenina portata con grazia, il sorriso così bianco da spezzare il cielo azzurrino di quella tarda mattina di settembre.

Non è domenica, né si celebrano cerimonie, eppure oggi la mia porta è gremita di gente. Via vai, bisbigli, sospetti. I ragazzini si avvicinano sgomenti, silenziosi. Alcuni adulti tengono gli occhi bassi, altri piangono. Non si capacitano. Non può essere successo, non in questa tranquilla cittadina, nell’epicentro della comunità.

Molti depositano mazzi di fiori di fianco ai miei due gradini, ben presto il cemento sotto alla facciata si punteggia di lilla, bianco e altri colori tenui. Macchie di rosa e di verdino. Il profumo delle rose si irradia oltre l’olezzo delle bugie sottaciute. I passeggeri si avvicinano con cautela, affiggono biglietti al portale e ai muri, sopra vi hanno scritto frasi di affetto e di cordoglio, tutte dedicate a lei, la ragazza scomparsa diciassette anni fa, i cui resti hanno trovato ieri nel sottotetto, quaranta centimetri nella parte interna del soffitto. L’adolescente dal sorriso candido e dai sandali con la suola in gomma, quella che in una mattina d’autunno esitava, mentre un ragazzo cercava di convincerla a seguirlo.

Un pugno ha colpito dritto allo stomaco gli uomini della scientifica, quando l’hanno vista, qualche ora fa. Di lei rimangono le ossa, i vestiti logorati dallo scorrere delle stagioni e un senso di ineluttabile che appestava l’aria. Il medico legale accerterà che la giovane è stata uccisa con tredici colpi di un’arma da taglio e a punta.

Hanno trovato i resti coperti di tegole, dichiarano che probabilmente il cadavere è stato offuscato da assi di legno e altri coppi ancorati tra loro coi chiodi. Si vocifera – e io so che ciò risponde al vero, perché conosco tutto ciò che accade dentro di me e negli spazi limitrofi – che non è possibile tenere nascosto un cadavere per tanti anni in un posto come questo. Sarà pur passato qualcuno, lassù dove l’hanno trovato, in più di tre lustri.

Qualcuno sapeva?

Sì, qualcuno sapeva.

Io sono le mura e mi sono piegata alla volontà dei tempi. Il mio impianto medievale a tre navate si è ristretto in un’unica corsia con varie cappelle, un soffitto a cassettoni, un transetto e un’abside semicircolare, poco conservo della mia prima cera. Se proprio volete vedere quel che resta delle origini, andate nei due registri residui del campanile, ma attenti agli imbrogli del tempo: l’immutabilità non appartiene alla materia.

Io sono le mura e vedo tutto. Quel che ho visto quella mattina di diciassette anni fa non posso raccontarlo agli uomini. Quanto credito potrebbero dare, gli uomini, a un edificio che è solo costruzione e non possiede gli attributi mistici che loro gli conferiscono?

Quella mattina.

Era una domenica di settembre e l’autunno si affacciava senza pretese.

Lei indossava un bel maglioncino che le aveva fatto la madre. Era in compagnia di un’amica, sembrava serena.

É arrivato lui e si sono parlati. Lui, quella mattina, aveva un’intenzione fortissima di distruzione e rovina. Sotto al giubbotto nascondeva delle lunghe forbici, ma nessuno l’avrebbe sospettato. Perché parlava e le sorrideva.

Ho imparato alcuni idiomi, attraverso il loro riecheggiare. Ho ascoltato per secoli il latino cantilenante delle messe e le confessioni deplorevoli di migliaia di pentiti. Riconosco le inflessioni potentine. Ho origliato segreti, ne ho sentite e viste di tutti i colori. Ma quello che è successo quel giorno non era mai successo prima, nella storia millenaria della città.

Saranno state le undici e trenta quando lei ha salutato l’amica e si è diretta, accompagnando lui, verso la canonica dall’ingresso laterale. Lei non avrebbe voluto, ma lui era stato così insistente. Le aveva promesso un regalo per la promozione agli esami di riparazione. Aveva fatto leva sulla bontà di lei, cui nulla interessava del regalo: era una ragazza dal cuore soffice come il pane e le sembrava troppo scortese svilire quel gesto evitandolo.

Lui l’aveva condotta con l’inganno dentro di me, passando dalla canonica, appunto. E prima di salire sulle mie scale, lei aveva lanciato un’occhiata all’altare, dove il prete officiava ancora la messa delle undici. Ciò l’aveva fatta sentire non proprio protetta, ma almeno rincuorata. Era nella sua Chiesa, in fondo.

L’aveva seguito su per le scale, fino al primo piano. Avevano oltrepassato la biblioteca e la sala musica, su per due nuovi tornanti, ecco l’abitazione del parroco al secondo piano – porta chiusa, stanze vuote – e ancora scale fino al terzo piano: le sale di ritrovo dei giovani le avevano ricordato pomeriggi in compagnia. Eppure proprio lì, all’improvviso, le era venuto il batticuore. Non si sentiva più al sicuro, voleva tornare indietro. Pensava ad una scusa che non fosse troppo maleducata, aveva azzardato un passo indietro, ma lui l’aveva fermata e insisteva, premeva, diceva che ormai erano arrivati e dopo lei se ne sarebbe tornata a casa, doveva solo pazientare, mancava l’ultimo sforzo.

“Vedi? Ecco le scale!”, le aveva additato, mentre salivano i gradini addossati al campanile.

“Ma sono ripidissime…” aveva cercato di porre resistenza lei, guardando spaventata la scala di legno posta in posizione quasi verticale. Poi si era voltata indietro e un sentore di irreparabile le era sceso sui capelli. L’aveva cacciato subito via, quel brutto presentimento: cercava sempre di scovare il lato buono delle cose.

“Ormai siamo arrivati, dai, sali!”.

Il mio terrazzo lei non l’aveva mai visto. Non svetta sull’intera città, solo sulle case attigue, ma concilia gli animi alle nuvole e, con la magia tipica di tutti gli angoli esposti al cielo, prodiga emozioni a chi sa soffrire di vertigini. Alla ragazza continuava a battere il cuore forte, stava inciampando nello spigolo sporgente di una piastrella disassata, lui si voleva mostrare premuroso: “Attenta a non cadere”.

Il pensiero che presto si sarebbe liberata da quell’impiccio l’aveva fatta proseguire.

Aveva lambito con le mani il mio tetto e aveva solleticato il campanile, la vicinanza le aveva creato lo strano effetto, un sovvertimento delle distanze: come se il luogo di culto si fosse ridotto diventando piccino piccino, quasi un plastico. Erano scivolati dietro il campanile, poi nell’abbaino del sottotetto, infine altre scale, questa volta per scendere.

Quando le si erano spalancati a destra i grandi pali delle capriate che issavano la navata, lei   aveva capito di essere nel cuore del mio scheletro. Le era sembrato di tremare, non pensava che si potesse penetrare così addentro a un luogo sacro, lo insegnano implicitamente anche a catechismo: i templi son fatti per mantenerne le distanze. In quel momento – mentre sotto i suoi piedi, oltre i cassettoni decorati e decine di metri d’aria odorosa d’incenso, i fedeli assistevano alle letture evangeliche – l’aveva avviluppata un’angoscia terribile, più terribile della riluttanza che si era portata dietro.

La consapevolezza della lontananza dal mondo e della sua infinita solitudine.

Quello che è accaduto, dopo, io lo rammento con la chiarezza lacerante che impongono le violenze inaudite.

Ma quel che è accaduto tra i triangoli delle mie capriate, nessuno lo domanderà a me.

Lo chiederanno alla scientifica, che porterà certezze intrecciate a dubbi e la conferma del sospetto.

Lo chiederanno a testimoni mancati e la domanda squarcerà la città: come è stato possibile che una salma sia stata custodita nel mio soffitto, senza che nessuno se ne sia mai accorto? È plausibile che chi governava la struttura sia stato all’oscuro di tutto? Chi e perché qualcuno ha coperto l’assassino?

Già lo so: non verrò interpellata.

Meglio, per molti, se me ne sto zitta.

Perché se parlassi, svelerei cose che nessuno vorrebbe ascoltare.

Svelerei l’immondo e qualcuno mi considererebbe inattendibile.

Perché io sono solo la Chiesa e non m’interesso degli uomini né loro si occupano di me, tranne quando si tratta di idealizzarmi o di pararmi a festa.

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4 risposte a Io sono la Chiesa di Marilù Oliva

  1. pdebicke ha detto:

    Terribile, ma vero

    • Libroguerriero ha detto:

      Vero, Patrizia, hai usato l’aggettivo giusto: terribile. Così terribile che per accostarmi a una storia del genere, ho pensato a un punto di vista insolito, assolutamente esterno (le mura della chiesa) ma comunque coinvolto. Il grande occhio che ha visto tutto ma che nessuno ascolterà. Grazie!

  2. Mariapaola fabbi ha detto:

    Grazie marilù, davvero il punto di vista insolito mi ha costretta a rileggere ,e a considerare quanto sia spesso inutile e limitato l’Uomo quando si crede onnipotente e onnisciente

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