Il nome del padre di Flavio Villani (Neri Pozza)

Recensione di Romano De Marco

Chi cercasse, nel romanzo di Flavio Villani, un rigido rispetto dei canoni narrativi di genere, resterebbe deluso. Più che alle “venti regole per scrivere un romanzo giallo” di S.S. Van Dine, siamo vicini a “La promessa” di Durematt. Ma non è nemmeno la destrutturazione del genere giallo l’obiettivo primario dell’autore, quanto quello di catapultare il lettore in una atmosfera completamente diversa da ciò che si respira nelle banali storie standardizzate dei tanti commissari clonati, verso i quali si orienta in maniera sempre più massiccia il mondo editoriale italiano.

Milano, 1972. In un ferragosto torrido e desolato, viene rinvenuto un cadavere fatto a pezzi, dentro a una valigia, nel deposito bagagli della stazione centrale. Già dall’inizio lettura ci si sente oppressi da quell’afa irrespirabile, quel fetore di corpo putrefatto, quell’odore di chiuso e di fumo stagnante degli uffici della questura centrale di via Fatebenefratelli.

Villani ha il pregio di catturare l’attenzione e le sensazioni del lettore e fargli vivere la vicenda in prima persona. È un romanzo, questo, che omaggia in maniera quasi sfacciata il padre del “noir dell’anima” quel Giorgio Scerbanenco, che aveva fatto proprio di Milano lo scenario ideale di racconti e romanzi che, con il pretesto della trama di genere, raccontavano l’evoluzione e la difficile rinascita di una nazione illusa dal sogno di un boom economico tramutatosi nell’incubo di una industrializzazione selvaggia che ha lasciato sul campo parecchi cadaveri, sia dal punto di vista culturale che sociale. È un romanzo, questo, di personaggi disillusi e combattuti, di uomini che hanno commesso errori e ne pagano le conseguenze, di poliziotti in cerca di un riscatto che non a tutti sarà concesso. È un romanzo crepuscolare e di grande atmosfera che riflette sull’origine del male e sulle colpe che non sempre sono imputabili a un unico responsabile. È un romanzo che può apparire a tratti lento, ma che proprio da questa lentezza trae una grande forza evocativa e letteraria.

La storia parte in un epoca più vicina ai nostri giorni per poi spostarsi subito (col pretesto della lettura di un manoscritto di memorie del commissario Rocco Cavallo) al ritrovamento della valigia con cadavere. Ma quando ci si abitua al doppio registro temporale, Villani alza vertiginosamente il tiro introducendone un terzo e tornando ancora più indietro, negli anni quaranta, alla ricerca delle origini del male.

Non è facile gestire tre piani temporali e l’importante numero di personaggi messi in campo, ma l’autore ci riesce con grande padronanza della pagina e disinvoltura nella narrazione.

La terza e ultima parte della storia, che torna alla quasi attualità, è giocata sul ricordo, sulle conseguenze che le scelte passate hanno sul presente e su quanto sia inevitabile pagarne il conto, seppur fuori tempo limite. E alla fine, un inevitabile senso di giustizia, prevale su ogni cosa dando, in extremis , un significato a vite che apparentemente lo avevano smarrito.

Una prova davvero magistrale, complimenti all’autore.

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2 risposte a Il nome del padre di Flavio Villani (Neri Pozza)

  1. pdebicke ha detto:

    🙂

  2. flaviovillani ha detto:

    L’ha ribloggato su Flavio Villanie ha commentato:
    Il grande Romano De Marco su “Il nome del padre”

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