“Identità bruciate” di Daniela Rispoli (Giraldi)

Recensione di Claudio Guerra

Bologna la grassa, Bologna la dotta, Bologna la rossa. Dei tre appellativi che accompagnano da tempo immemorabile la città all’ombra delle Due Torri, quest’ultimo potrebbe essere il più ambiguo da spiegare, restando indecisi fra un colore politico, metaforico, o l’effettivo colore del mattone, materiale principe usato per gli edifici, ripreso poi da intonaci esterni e tendaggi.

Perché Bologna è in fondo una città ambigua, lo cantava anche Guccini nel suo brano omonimo, e da qualche lustro in qua è divenuta anche una città nera. Anzi, noir. Quella particolare nuance di giallo, dove il bianco non esiste. E a volte neppure il grigio.

Bologna è anche uno dei personaggi di questo romanzo. L’unico al quale non venga intestato un capitolo nel quale sia fulcro e voce narrante. Gli viene data la copertina, con uno scorcio notturno dell’interno di un portico. Un breve tratto dell’interminabile portico che ascende alla basilica sulla cima della collina che domina la città. Ma basta scostarla questa copertina, cominciare a scorrere le pagine, che quella che si intraprende è invece una concitata discesa all’inferno.

Si comincia con un presentimento. Elena, poliziotta di stanza presso la questura, ha un rapporto conflittuale con la propria sorella gemella Giulia. Questa aveva nutrito il sogno di dedicarsi alla danza, almeno fino al giorno in cui un incidente in bicicletta causato proprio dalla sorella ne aveva stroncato le possibilità. Dopo anni di allontanamento si era infine ripresentata in città e aveva intrapreso, come lavoro, una variante della sua ambizione originale, che la poliziotta riteneva pericolosa. “Ballerina” alle feste private. E chissà che altro.

Elena è in ansia per lei. Forse arrogandosi un ruolo da “sorella maggiore” che forse non le competerebbe, forse mossa dal senso di colpa. Ha quindi paura che gli ambienti che Giulia frequenta siano pericolosi, che le possa succedere qualcosa. Inutilmente però le suggerisce prudenza, le chiede dove vada, in modo da poter essere pronta ad intervenire con i mezzi che la sua professione le fornisce.

Il romanzo comincia infatti con una telefonata e Giulia che mente sul luogo dove si troverà ad operare quella sera. Cosa che la gemella scoprirà essere solo il primo dei suoi presentimenti ad attuarsi nella realtà. Il secondo avverrà in conseguenza di una ulteriore telefonata, a notte fonda, con un collega che la convoca per i rilevamenti in un appartamento del centro. Fra i residui di un festino a base di alcool e droga è stato rinvenuto il cadavere di una donna. Una poveretta sulla quale si è infierito in modo atroce: prima uccisa a botte e poi orrendamente sfigurata con il fuoco. Le prove in loco la indicano come tutto quello che resta di Giulia.

Questo è solo l’inizio di una tragica sarabanda perlopiù notturna lungo i portici oscuri della città, con un serial killer che continua a uccidere e bruciare con la fiamma ossidrica le sue vittime, Elena che conduce una sua indagine parallela non autorizzata, in base a indizi che non ha voluto condividere, e altri personaggi a seguire. Ciascuno, come dicevo, con il suo capitolo dedicato, a raccontare la sua parte di verità, oppure a nasconderla mettendocela proprio sotto il naso. C’è anche la parentesi umoristica, umorismo ovviamente nero, dedicato all’impresario di pompe funebri chiamato ad occuparsi delle povere spoglie. E c’è anche il finale. Nero come la carne fumante di un cadavere carbonizzato.

 

 

 

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