“L’animale notturno” di Andrea Piva (Giunti)

di Claudio Guerra

Una delle domande classiche che ci si pone quando si affronta la lettura di un lavoro dichiaratamente di fantasia è “quanto c’è invece di autobiografico questo testo ?”. Formulata con le piccole o grandi debite variazioni. Tant’è che in molte presentazioni l’ho sentita rivolgere dal relatore all’autore con la blanda ironia riservata a un cliché abusato.

Qui è l’esatto contrario. Cosa c’è di non autobiografico in questo romanzo? Visto quello che salta agli occhi comparando biografia e sinossi, poste ai lembi opposti della copertina. In spregio alle dichiarazioni di prassi riportate nella pagina del colophon, all’inizio del volume.

Vittorio, come l’autore, ha esordito nel cinema lavorando alla sceneggiatura di un film che raccontasse alcuni aspetti della sua terra d’origine. La Calabria lui, la Puglia il Piva. Anche il suo film ha ottenuto un certo successo, probabilmente in virtù del fraterno rapporto di collaborazione con il regista. Almeno fino al momento in cui non riesce a trattenere la sua irruenza e, in uno scambio di opposte vedute, finisce con lo spaccare letteralmente la faccia al suo sodale. La rottura del naso del regista coincide con la rottura dei ponti con il mondo del cinema. Ci pensa l’ex amico a far bruciare anche quelli che manco sapeva esistessero, uno per uno.

Vedersi chiudere in faccia tutte le porte in un ambiente nel quale si credeva già invece “arrivato”, porta Vittorio ad una lenta deriva. Con un guizzo di orgoglio decide di riciclarsi come scrittore e di investire i suoi ultimi soldi nell’affitto di un appartamento dove vivere al disopra dei suoi mezzi, spostandosi dalla periferia al vero centro di Roma. Confidando che, nella sua versione in sedicesimo della Grande Bellezza, la maggior vicinanza all’orizzonte degli eventi gli porti maggior ispirazione per i suoi scritti.

Sembra invece che non riesca neppure a trovare la casa dei suoi sogni. L’agente immobiliare, una specie di lenone dalla conclamata rassomiglianza con Mastroianni, non fa che sottoporgli delle costosissime topaie. Ma è proprio dalla figlia di questi, Francesca, conosciuta durante una delle troppo frequenti scorribande a base di sesso e droga, ma senza Rock & Roll, che ottiene l’aggancio giusto. Il locale è piccolo ma adeguato alle sue aspettative, ricavato nel palazzo signorile di un nobile tutt’altro che decaduto, e diverrà il punto di partenza per la sua parabola ascendente. Il lancio lo porterà però in una direzione totalmente inaspettata.

Infatti, in una perenne riluttanza a fare la cosa giusta al momento giusto, si ritrova proiettato nel mondo del poker, il Texas Hold’em giocato in rete. Questo grazie a un anziano avvocato, ex politico ed ex professore di economia, che prima lo sfrutta per trovare uno sfogo su internet per il suo mai sopito amore per la roulette, ma che poi si trasforma in una vera fata madrina per fargli da pigmalione nell’intraprendere la strada che poi dovrà affrontare da solo.

Ho riassunto in brevi termini quella che è la parte più godibile del romanzo, talmente potente da fornire l’abbrivio per arrivare fino in fondo. Infatti è quando il gioco si fa duro che l’autore si dimostra un po’ più parco di emozioni. Come lo è del resto di informazioni sul metodo che sta dietro al successo del suo protagonista e che parrebbe essere anche il suo. Spoiler: non vi verranno svelati i trucchi per fare i soldi giocando a poker online. C’è un metodo, ma ve lo dovrete studiare da soli mettendoci sangue e sudore.

Dopo un ultimo guizzo di insensata sofferenza, Vittorio Ferragamo troverà il suo appagamento finale, in odore di atarassia. Il lettore forse l’avrà trovato anche prima, ma non è detto che un romanzo di formazione non si riveli essere, in ultima analisi, anche un romanzo di deformazione.

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