RubriCate: “L’ultima bambina d’Europa” di Francesco Aloe (Alter Ego Edizioni)

di Caterina Falconi

Se è difficile rendere narrativamente il male, rovello comune a tanti scrittori, ancora più difficile è scrivere del bene senza averne profonda e quasi istintiva cognizione.

L’ultima bambina d’Europa” di Francesco Aloe (nella foto sotto) è un libro che scuote e risucchia senza scampo i lettori in una identificazione con i protagonisti, perché ribalta la realtà dentro le pagine. La realtà dei migranti che arrivano in Europa a costo di sofferenze disumanizzanti, esposti nel lento tragitto alla fame, alle intemperie, alle malattie, agli agguati, agli assalti della morte che scriteriatamente colpisce alcuni e risparmia altri.

A migrare nel romanzo non sono profughi o terzomondiali, ma gli europei, esuli di un continente che una catastrofe di cui si è quasi persa memoria ha consegnato a un perenne ed esiziale grigiore. Le città sono sventrate e deserte, le abitazioni e i negozi saccheggiati. La vegetazione, che in un sussulto agonico ha preso il sopravvento sul cemento, avviticchiandosi alle carcasse delle case, è avvizzita e morta. Non v’è traccia di animali e gli uccelli sono scomparsi. Il cielo è sempre oscurato dalla nebbia opprimente o da una coltre di nuvole costantemente lacerata da temporali o gravida di intemperie. L’inverno è in arrivo e avanza ricoprendo progressivamente la penisola di ghiaccio e soffocandola con la neve. Quello che non è frantumato dal gelo è consumato dagli incendi che divorano sterpaglie e alberi ormai secchi illuminando sinistramente la notte e diffondendo l’odore acre del fumo nell’aria contaminata. Ovunque, le tracce di disastri ed eccidi. Auto incolonnate in seguito a colossali tamponamenti, con a bordo i cadaveri putrefatti dei passeggeri uccisi mentre fuggivano. Fosse comuni. Cumuli di corpi mutilati. Gente sorpresa dalla morte nei letti, nei camper, nelle camere d’ospedale. Pochi i sopravvissuti, spesso resi folli e assassini dalla disperazione.

Una famigliola italiana, un uomo, sua moglie incinta e la loro bambina i cui occhi verdi e limpidi rifulgono, unica nota di vivido colore, nel grigiore mortifero circostante, è in fuga verso la torrida Africa, dove pare che la vita resista e pulsi variopinta.

L’uomo, orientandosi con delle vecchie cartine stradali, guida la donna incinta e la bimba percorrendo a piedi vie e autostrade deserte, evitando i centri urbani, covo e riparo dei killer e rastrellati dagli spietati militari di un fantomatico Reggimento Verde.

A sospingerlo e sostenerlo la dedizione e un soverchiante istinto di protezione verso la compagna e la bambina. L’amore, in definitiva.

Il lettore lo incontra nell’ultima parte del percorso, di notte, stretto alla moglie sotto un ponte che ripara a malapena da un’acquerugiola infetta, avvolto in coperte luride e buste di plastica, mentre veglia la figlia e la compagna.

I tre sono emaciati, allo stremo delle forze, a un passo dal crollo, dalla resa. Più volte l’uomo avverte la necessità di posare una mano sul petto della bambina addormentata, per accertarsi che il cuore batta ancora, ed è quando abbraccia la moglie e la figlia che ha la disperante percezione, tastando le ossa sporgenti, della loro magrezza.

Resta però aggrappato alla convinzione d’essere sopravvissuto, assieme alla sua famiglia, per un motivo. Sorretto dalla speranza di farcela. La donna, più disincantata, guarda spesso indietro, al passato. Oscilla tra catatonico sconforto e fiducia nel marito. La bambina assorbe negli occhi verdi, colore alchemico della rinascita e della resurrezione, lo spettacolo delle mostruosità in cui si imbatte, tuttavia resta visceralmente attaccata al bene, nella totalizzante maniera dei piccoli, a condizione che i genitori, soprattutto il padre, le rimandino un feedback positivo.

È probabilmente questa responsabilità a persuadere l’uomo a non oltrepassare il limite trasformandosi in un predatore omicida. A comportarsi con rettitudine, a non cedere allo scoraggiamento, nonostante la progressiva perdita della fede in una provvidenza e poi l’aperta rabbia verso una divinità di cui però non è mai negata l’esistenza. È lo sguardo luminoso della bambina, che esige uno spettatore per esistere, a inchiodare il padre alla necessità di sopravvivere.

L’inverno tallona i fuggiaschi. Una glaciazione progressiva e irreparabile che lentamente divora la penisola alle loro spalle. Alla stanchezza, alla preoccupazione per le condizioni della donna e per l’immobilità del feto, agli agguati miracolosamente schivati, si aggiunge la necessità di procurarsi del cibo e dei medicinali che spinge la famigliola, sempre unita, a rischiosissime incursioni nelle città.

Tra l’uomo, la bambina e la donna, un incessante e scarno dialogare. Ridotto quasi allo scambio di enunciati minimi o affermazioni, volto ad accertare le condizioni dell’altro, a chiedere e ricevere rassicurazioni.

La parola, impoverita, riflette la miseria di un mondo spoglio e freddo come la morte. Ma forse proprio grazie alla scabra essenzialità, netta e radicata in una sorta di etica primordiale, coglie con infallibile discernimento la demarcazione tra il bene e il male.

Tra i cattivi e i buoni.

Tra il lecito e l’illecito.

Tra il restare umani e il trasformarsi in mostri.

Con una prosa potente e visionaria Francesco Aloe affresca un mondo che tanto richiama le rappresentazioni dell’inferno della grande letteratura e del cinema. Scentranti, oniriche, concatenate in una successione che intrappola il lettore nella sensazione di aver smarrito la via del ritorno e la percezione della realtà. Di attraversare una dimensione infera e sepolcrale senza alcuna garanzia di tornare a riveder le stelle o di rinascere dopo un estenuante parto distocico. Nel contempo le dinamiche minimali dell’interazione tra i coniugi e la bambina sono così cariche di enfasi poetica, così commoventi nella loro cruda tenerezza, che si finisce per trepidare assieme alla donna che esplora il proprio ventre, sperando in un movimento del feto. Per la bambina così gracile da essere in costante pericolo di esalare la vita dal sorriso. Per il padre che si ammala e avverte impotente dentro di sé l’erosione della speranza e l’infiltrazione di una tentazione suicidaria come ultimo atto di protezione verso i suoi cari. Si finisce per fare il tifo per loro. Perché trovino da mangiare, e integratori per la gravidanza, e farmaci per curarsi senza cadere nelle imboscate dei killer stupratori e sadici. E infine ce la facciano, possibilmente tutti e tre.

Ci si chiede, arrancando nella lettura con lo stesso affanno della famiglia tra le foschie della penisola e poi calpestando la cenere che ammanta la Sicilia, tra i miasmi dell’Etna in eruzione, se l’autore abbia scritto piangendo. E si capisce, in uno spasmo di umiltà, che era necessario calarsi nei protagonisti per approdare inevitabilmente poi a un’altra forma di immedesimazione, a quella, sbrigativamente rimossa, nei migranti che nella realtà, impossibilitati ad arretrare e senza alcuna tutela, attraversano nottetempo un mare cannibale che ingoia le sue vittime ad ogni sussulto delle imbarcazioni.

Un libro terribile e incantevole. Mai retorico, buonista o stucchevole. Fitto di metafore calzanti che spiazzano per la loro efficacia e bellezza. A tratti addirittura epico e persino fiabesco.

Impossibile non cogliere i rimandi al grande romanzo di Cormac McCarthy, “La strada”, per certi versi più aspro e violento, ma ugualmente toccante. Come “La strada”, “L’ultima bambina d’Europa” è un libro sulla paternità, che restituisce valenze positive a una figura, la paterna, quasi sfuggente e spesso carente nella nostra contemporaneità. Ma è pure un libro sull’amore inteso come presa in carico e tutela. Sulla reciprocità della cura e sulla necessità di restare umani, anche ripristinando un’etica, sia pure scarna e quasi istintiva, che demarchi un confine netto tra la violenza e il rispetto, soprattutto nell’emergenza.

E per concludere, se la letteratura è eversiva, “L’ultima bambina d’Europa” scardina, focalizzando l’attenzione del lettore su una microstoria immaginaria ma universale, l’attitudine a generalizzare e confondere gli altri, i diversi, gli stranieri, in una moltitudine anonima percepita come una minaccia. È in questo senso, oltre che un libro coraggioso, un romanzo altamente educativo.

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Una risposta a RubriCate: “L’ultima bambina d’Europa” di Francesco Aloe (Alter Ego Edizioni)

  1. patrizia debicke ha detto:

    bella recensione

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