Libere tutte di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti (minimum fax)

di Eleonora Mazzoni

Abituati al fatto che certi dibattiti, soprattutto se riguardano la sfera della sessualità e della riproduzione, suscitano troppo spesso polemiche poco interessanti o inutili isterismi, fa piacere leggere un libro colto, molto equilibrato e ben ragionato, che con uno stile limpido e vivo attraversa cinque questioni importanti, ovvero l’aborto, la gestazione per altri, il ruolo della donna all’interno della coppia, la prostituzione e il velo. Libere tutte di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti, uscito da poche settimane per Minimum Fax, affronta dunque temi di grande attualità ma di un’attualità eterna, dal momento che in ognuno di essi è sottesa una domanda universale:

Quando una donna può dire di essere veramente libera?

Il riconoscimento delle donne come soggetti capaci di scelte responsabili, d’altronde, non è per niente scontato. Per secoli sono state educate alla dipendenza, escluse dalla sfera pubblica, trattate come bambine, considerate prive di vera razionalità e volontà. Basta dare un’occhiata a molte delle emancipazioni guadagnate negli ultimi decenni per immaginare quanto fosse dura e segregata la loro condizione prima. In Italia, ad esempio, fino al 1919 una donna per comparire in giudizio o per trasferire un suo bene doveva avere il permesso del marito. Il diritto di voto è del 1946. L’ammissione alla magistratura del 1963. Ne1965 viene cancellato il reato di adulterio, nel 1970 è approvata la legge sul divorzio. Nel 1975 il nuovo diritto di famiglia rompe la gerarchia dei generi e segna il tramonto del concetto del marito come capofamiglia. Nel 1978 entra in vigore la legge sull’aborto, riconfermata nel 1981 con il referendum. E nel 1981 cade pure il delitto d’onore!
Il primo tema trattato, quello relativo all’aborto, ripercorre 45 anni di storia. A partire da quell’emozionante Dichiaro di avere abortito con cui le firmatarie dell’appello scritto da Simone De Beauvoir nel 1971 facevano venire a galla un rimosso storico, millenario: le donne da sempre ricorrevano illegalmente all’interruzione di gravidanza, dal momento che da sempre conoscevano l’esperienza di non volere un figlio, perché troppo povere o troppo giovani o perché sole, perché non si sentivano pronte o capaci di essere madri, o semplicemente perché non lo volevano, punto e basta. E quel

Cecilia D’Elia

non volere era così forte da far loro trasgredire le leggi, rischiare la prigione o, peggio, la salute e la vita. Certo, quelle conquiste (prima tra tutte la facoltà di definirsi da sole!) oggi sembrano minacciate se nel nostro paese, nonostante la 194 in pieno vigore,  nullificata però dai tanti obiettori “senza coscienza”, è diventato così difficile abortire con dignità e nel rispetto di una decisione che raramente è presa a cuor leggero.
Esattamente come è difficile diventare madri. E’ il secondo tema del libro. In un periodo storico in cui l’infertilità è stata dichiarata dall’Oms una malattia sociale, e in cui si tende a far figli sempre più tardi, la nostra legge 40, ancora vigente dal 2004, sebbene stremata per i colpi delle sentenze della Corte Costituzionale, assicura diritti a tutti i soggetti coinvolti nella procreazione medicalmente assistita, persino al concepito. Ovvero un ovocita fecondato da pochi giorni, che forse, chissà, si vuole tutelare e proteggere proprio dagli egoismi e dai capricci dei suoi aspiranti genitori…

Ci si rende quindi conto che nei trent’anni che separano le due leggi si è persa per strada una fondamentale distinzione, invece presente nella 194, tra chi è già persona e chi persona deve ancora diventare.
L’aspetto più spinoso in seno alla procreazione assistita, le due autrici lo sanno, attiene comunque alla gestazione per altri. Lo spezzettamento del processo riproduttivo mette in crisi i ruoli tradizionali, fonda nuovi paradigmi parentali, e fa entrare in gioco figure per cui non esistono parole giuste. Madri intenzionali, biologiche, donatrici, riceventi, gestanti. Sono parole fredde, asettiche, imprecise. Per relazioni inedite. Questo non sapere “nominare” spiazza completamente. Al fondo scalpita la domanda: E’ possibile che una donna liberamente decida di portare avanti una gravidanza per qualcun’altro?

   Sorvolando sugli esempi di evidente sfruttamento, e considerando solo quelli in cui la scelta appare consapevole, in cui c’è sanità mentale, buon grado di istruzione e di reddito, la domanda rimane: E’ possibile che questa consapevolezza sia reale e non condizionata? È giusto usare il proprio corpo a fini riproduttivi non per sé? O è una pratica che andrebbe vietata?
Dopo la rivoluzionaria gestazione per altri, D’Elia e Serughetti affrontano una terza

questione che all’apparenza sembra più tranquilla e metabolizzata, ma che a ben vedere non lo è. E’ come se le autrici si chiedessero: Dopo che la coppia è stata messa in discussione dalla seconda ondata femminista, e che la gerarchia dei ruoli è stata sostituita dalla reciprocità, le donne hanno realmente guadagnato libertà e autonomia all’interno della famiglia? Il matrimonio è diventato finalmente per loro un luogo vivibile, dopo tanta secolare sudditanza e oppressione? Non sono domande superflue. Le tradizioni sono resistenti. I compiti domestici, quelli che Simone De Beauvoir definiva un supplizio di Sisifo, sono infatti ancora a carico della donna. Per una donna avere un marito

Giorgia Serughetti

e dei figli comporta molto lavoro in più (a differenza dell’uomo per il quale aumenta il lavoro nel caso sia single). A me è venuta in mente la protagonista de Nascita e morte di una massaia, il romanzo di Paola Masino censurato dal fascismo, con quel suo eccesso di zelo che arriva al punto di leccare i pavimenti per controllare che siano veramente puliti e quel suo continuare a lucidare borchie e maniglie della tomba, anche da morta. E’ passato molto tempo, è vero, eppure c’è un passato che non passa, se le ultime indagini Istat rivelano una soddisfazione femminile del lavoro e delle cure domestiche, nonostante la divisione poco paritaria, come se tale lavoro e tali cure avessero ancora un forte richiamo identitario. E allora: Quanto c’è di condizionato e subìto in questo novello piacere di “casalinghitudine”?
E quanto c’è di condizionato e subìto in chi decide di prostituirsi? È il quarto punto. Che spacca il  pensiero femminista. Che si divide e si coagula in due principali posizioni, affini a quelle per la gestazione per altri. Da una parte c’è chi considera la prostituzione un emblema di sottomissione femminile al dominio patriarcale e non crede possa essere mai una libera scelta. La coercizione c’è. Sempre. Anche quando è poco visibile. La prostituzione andrebbe dunque abolita, non essendo in nessun caso un lavoro ma la perpetuazione di una violenza. Come la gestazione per altri. Dall’altro lato il femminismo liberale scova nell’atto di far pagare all’uomo l’atto sessuale qualcosa di sovversivo. Per cui la prostituzione andrebbe legalizzata e potrebbe costituire un’opzione lavorativa in più per una donna.
Le stesse due principali posizioni le ritroviamo anche a proposito della quinta e ultima questione controversa, il velo. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. … Ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo. … L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. No, non è un brano del Corano. Appartiene al Nuovo Testamento, è la lettera di San Paolo ai Corinzi. Dunque, il velo, nato sicuramente come segno di sottomissione, oggi ha conservato questo significato? O è solo un simbolo di identità e appartenenza? Minaccia l’autonomia delle donne o consente loro di proteggersi dall’obbligo di mostrarsi al maschio? Ed è una minaccia all’autonomia femminile anche l’ uso dei tacchi? O della minigonna? O la schiavitù nei confronti della taglia 42? E imporre di togliere il velo non è forse violento come imporre di indossarlo?
Uno dei meriti del libro è di porre molte domande. Delicate, difficili. E di accogliere  i vari punti di vista della cultura femminista, ascoltandoli, non giudicandoli. E con intelligenza proporre una terza strada. Oltre alla visione proibizionista che vede sempre e ovunque in agguato l’oppressione maschile, da cui le donne vanno protette, anche contro la loro apparente volontà. Oltre al laissez-faire che invece non vede i molteplici condizionamenti sociali, politici, culturali e reputa i nostri corpi e le nostre vite di nostra totale proprietà. Ecco. Oltre a queste due posizioni. Che rischiano di trattare le donne come vittime. O come supereroi. Occorre forse partire dal fatto che le donne sono in relazione. Sono friabili, porose. Aperte. Perfettamente dotate. Sapienti, capaci di scelte. Libere. Di una libertà che non è un concetto astratto, ma un agire incarnato, sessuato, dunque inevitabilmente dentro a vincoli e limitazioni.  D’altronde nasciamo dipendenti. Da altre donne. E la libertà, questa libertà, può accadere. Soprattutto se continueremo a interrogarci sulle faccende importanti che ci riguardano. Senza dimenticare le nostre vittorie o dandole per scontate. Indietro non si torna. Dobbiamo solo andare avanti.

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